Il territorio senza custodi
Documentazione e analisi · Territorio

Spopolamento e abbandono della micromanutenzione nei comuni del Parco Nazionale del Matese: un’ipotesi strutturale sul rapporto tra presenza umana residua e amplificazione del rischio idrogeologico, su entrambi i versanti del massiccio.

Documentazione e analisi Rischio idrogeologico Spopolamento ivinti.it — giugno 2026

Il Parco Nazionale del Matese, perimetrato in via provvisoria con il decreto ministeriale del 22 aprile 2025, comprende 52 comuni distribuiti su quattro province e due regioni: Caserta e Benevento sul versante campano, Campobasso e Isernia su quello molisano. È la prima istituzione che governa il massiccio come sistema unitario, superando una divisione amministrativa che la geologia non ha mai riconosciuto. Adottiamo questo perimetro come riferimento territoriale, perché coincide con il bacino di formazione del rischio idrogeologico: le acque che si scaricano sui fondovalle di Volturno, Biferno e Tammaro nascono sui versanti di questi comuni.

Su questo territorio, tra il 1921 e il 2021, si è prodotto un fenomeno demografico di portata strutturale. I comuni nucleo del massiccio — esclusi i centri urbani maggiori, le cui dinamiche non rappresentano lo spopolamento montano — passano da una popolazione aggregata di circa 111.000 residenti a poco più di 43.000. Un calo del 60 per cento in un secolo, distribuito in modo quasi identico sui due versanti: il versante campano perde circa il 60 per cento, quello molisano circa il 62. Le due traiettorie sono parallele, con il medesimo picco del 1921 e il medesimo crollo accelerato tra il 1951 e il 1981.

Nello stesso secolo, la cronologia documentata degli eventi alluvionali sul sistema idrografico del Matese non mostra alcuna riduzione di frequenza né di intensità. Gli eventi del 2003, del 2015, del 2022 e del 2026 producono danni economici progressivamente crescenti: da oltre un miliardo di euro stimato nel 2003 sul Biferno a oltre 400 milioni nel solo aprile 2026, su un territorio dove la popolazione montana è scesa a meno della metà dei valori di inizio Novecento.

Nota metodologica sui dati demografici

I dati di popolazione qui utilizzati sono una stima aggregata costruita sui trend censuari ISTAT per i comuni nucleo del perimetro PNM, non l’elenco ufficiale comune per comune. Le fonti istituzionali e giornalistiche divergono sul numero esatto di comuni (52 nel decreto MASE, 54 nella fase di consultazione) e sulla loro ripartizione tra i versanti. L’analisi che segue regge sul trend aggregato — il calo del 60 per cento su entrambi i versanti — che è robusto e documentato, non sui valori puntuali di singoli comuni. Una quantificazione comune per comune, sulla base dell’elenco definitivo del decreto, è uno degli approfondimenti previsti.

La correlazione inversa — meno persone, danni maggiori — è visibile nei dati su entrambi i versanti. La domanda che questo documento propone di analizzare è se, e in quale misura, la riduzione della presenza umana residua abbia contribuito strutturalmente all’amplificazione del rischio, attraverso l’abbandono progressivo di quella che chiameremo micromanutenzione territoriale.


La tesi

Cosa si intende per micromanutenzione territoriale

Il termine non appartiene al lessico istituzionale. Lo usiamo qui per descrivere un insieme di pratiche ordinarie — non di progetto, non finanziate, non registrate in alcun atto amministrativo — che le comunità rurali esercitavano sul territorio come effetto diretto della loro presenza e del loro interesse economico immediato. È una manutenzione che non esisteva come servizio, ma come sottoprodotto dell’abitare.

Queste pratiche si articolano in almeno tre componenti distinte, con dinamiche e tempi di abbandono differenti. La loro scomparsa è simultanea su entrambi i versanti, perché simultanea è stata l’emigrazione che le sosteneva.

Le tre componenti

1. Manutenzione pastorale attiva. Il pascolo regolava la biomassa nei versanti, riduceva l’accumulo di materiale organico combustibile e compattava i suoli, limitando la velocità di deflusso superficiale. Con il crollo della zootecnia — ISTAT 2020 registra 13,6 capi ovini per km² in Campania e 14,2 in Molise, valori quasi identici e che rappresentano una frazione marginale delle densità storiche — questa funzione è sostanzialmente cessata su tutti i versanti del Matese, senza distinzione regionale.

2. Manutenzione idraulica minuta. La pulizia dei fossi campestri, delle briglie in pietra a secco, degli attraversamenti stradali minori era eseguita dai proprietari dei fondi come protezione diretta dei propri terreni. Un fosso ostruito allagava il proprio campo: l’interesse economico era il motore della manutenzione. Con l’abbandono dei fondi agricoli e la scomparsa del coltivatore residente, questo motore si è fermato. Gli enti sostitutivi — Consorzi di Bonifica, Comuni, Regioni — non hanno né le risorse né la capillarità per svolgere la stessa funzione, e la frammentazione amministrativa tra due regioni ha storicamente reso ancora più difficile un presidio coordinato.

3. Sorveglianza distribuita del territorio. La presenza umana diffusa sui versanti funzionava come sistema di allerta precoce informale. Chi abitava in quota percepiva i segnali precursori: variazioni anomale nei torrenti, cedimenti nei versanti, comportamenti del suolo che l’esperienza tramandata permetteva di leggere. Con lo spopolamento, questa rete di osservazione si è dissolta senza che alcuna struttura istituzionale equivalente la sostituisse. È precisamente il vuoto che un’istituzione unitaria come il Parco potrebbe, in linea di principio, iniziare a colmare.

Il problema metodologico: confondenti e causalità

La tesi che lo spopolamento amplifichi il rischio attraverso l’abbandono della micromanutenzione è strutturalmente plausibile, ma va trattata con rigore. Esistono almeno tre fattori confondenti che producono autonomamente un aumento dei danni documentati e che devono essere distinti dall’effetto della micromanutenzione abbandonata.

Fattori confondenti
Fattore Effetto sui danni documentati Relazione con spopolamento
Aumento dell’intensità degli eventi meteorici Aumenta volume d’acqua e carico solido Indipendente
Espansione delle infrastrutture esposte Maggiore valore economico a rischio nei fondovalle (zone industriali, viabilità) Parzialmente correlato
Migliore capacità di quantificazione economica Danni storici sottostimati, danni recenti più precisi Indipendente

La domanda da porre con precisione non è dunque se i danni siano aumentati — lo sono, ma non interamente per effetto dello spopolamento — bensì se lo spopolamento abbia modificato la vulnerabilità del versante montano, indipendentemente dall’esposizione delle infrastrutture a valle. È una domanda più sottile, e più difficile da rispondere con i dati disponibili.

L’elemento strutturale: il tempo di corrivazione

Un indicatore fisico che connette la condizione del versante alla risposta idrologica a valle è il tempo di corrivazione: il tempo che intercorre tra l’inizio di un evento meteorico e il raggiungimento della portata di picco in una sezione di chiusura del bacino.

Il tempo di corrivazione dipende da numerosi fattori — morfologia del bacino, permeabilità del suolo, pendenza — ma dipende in modo significativo anche dalle condizioni della copertura vegetale e dalla rugosità superficiale del versante. Un versante con copertura erbacea ben mantenuta dal pascolo, con terrazzamenti funzionanti e fossi puliti, offre più resistenza al deflusso e aumenta il tempo di corrivazione: l’acqua arriva a valle più lentamente, in un picco più distribuito nel tempo.

Un versante abbandonato, con vegetazione arbustiva densa non gestita, terrazzamenti crollati e fossi ostruiti, può comportarsi in modo paradossale: l’intercettazione fogliare è alta, ma quando il suolo raggiunge la saturazione il deflusso superficiale è rapido e concentrato. Il tempo di corrivazione si accorcia. Il picco di piena arriva prima e più alto. Questo meccanismo vale identicamente sul versante tirrenico del Volturno e su quello adriatico del Biferno: è la fisica del bacino, non la sua appartenenza regionale, a determinarlo.

«La risposta idrologica di un bacino non dipende solo da quanto piove, ma da come il versante tratta quella pioggia prima che raggiunga il fondovalle. La condizione del versante è in parte una variabile fisica, in parte una variabile storica: dipende da chi ci viveva, da come lo gestiva, e da quando ha smesso di farlo.»

La finestra critica: 1951–1981

I dati censuari mostrano che il crollo demografico più rapido avviene tra il 1951 e il 1981, simultaneamente sui due versanti: nel trentennio del boom economico e dell’emigrazione verso il triangolo industriale, i comuni nucleo del Matese perdono complessivamente circa 40.000 residenti, passando da 100.000 a 60.000. È in questo periodo che l’abbandono della micromanutenzione si consolida come dato strutturale e irreversibile.

Non per caso, è nello stesso periodo che vengono adottate le soluzioni tecniche che trasformano la vulnerabilità da visibile a nascosta. La tombatura del torrente Torano sotto il centro di Piedimonte Matese, sul versante campano (1963–65), è l’esempio più documentato: si elimina il rischio percepibile — il torrente che scorre in mezzo all’abitato — e si crea un rischio latente, l’alveo tombato sotto il parcheggio di Piazza De Benedictis, che ancora nel 2019 presenta problemi di rischio idrodinamico documentati. Sul versante molisano, il Biferno conosce negli stessi decenni le prime grandi opere di regimazione che culmineranno nella diga del Liscione.

Il paradosso della soluzione tecnica

La sostituzione della manutenzione distribuita con interventi tecnici puntuali non riduce il rischio complessivo: lo concentra, lo differisce e lo rende meno leggibile. Ogni tombatura, ogni arginatura, ogni canalizzazione trasforma un rischio diffuso e socialmente gestito in un rischio puntuale e istituzionalmente delegato. Quando l’istituzione non mantiene, il rischio si accumula fino alla rottura.

I fondi stanziati nel 2003 per la messa in sicurezza degli argini del Biferno — 15 milioni di euro — non risultano spesi a quello scopo nel 2026, ventitré anni dopo. Nel frattempo il Biferno ha raggiunto il livello di allerta massima nell’aprile 2026, con danni stimati in oltre 400 milioni. Il rapporto tra costo della prevenzione mancata e costo del danno realizzato è dell’ordine di 1 a 27.

Cosa manca per una dimostrazione causale

Questa analisi costruisce un’ipotesi argomentata, non una dimostrazione. La distinzione è importante e va resa esplicita. Per passare dall’ipotesi alla dimostrazione sarebbero necessari dati che in parte non esistono e in parte attendono di essere raccolti.

Dati necessari per la verifica dell’ipotesi

Misurazioni del tempo di corrivazione nel tempo. Confronto tra i tempi di risposta idrologica dei bacini del Matese in periodi storici diversi — richiederebbe dati idrometrici storici continui, raramente disponibili per bacini minori, e quasi mai confrontabili tra il versante campano e quello molisano per via della frammentazione delle competenze.

Cartografia storica dell’uso del suolo. Confronto tra la copertura del suolo nel 1950, nel 1980 e nel 2020 per i versanti del Matese. Dati parzialmente disponibili attraverso Corine Land Cover (dal 1990) e le foto aeree storiche del volo GAI (1954–1955), accessibili attraverso il Portale Cartografico Nazionale. Questo confronto è omogeneo su entrambe le regioni ed è il più promettente.

Quantificazione delle ore di manutenzione dei corsi d’acqua minori. Non esistono serie storiche. Il CNR-IRPI ha prodotto analisi sul rapporto tra abbandono rurale e dissesto in Appennino che offrono un quadro comparativo utile ma non specifico per il Matese.

Memoria orale delle pratiche manutentive. La fonte più immediata e più a rischio di estinzione. Gli anziani dei comuni matesini, su entrambi i versanti, conservano la conoscenza diretta di quali fossi venivano puliti, con quale frequenza, da chi. Questa memoria non è stata raccolta sistematicamente. Con ogni generazione che passa si assottiglia.

Una lettura alternativa che non va esclusa

Va considerata anche la possibilità che il rapporto di causalità sia parzialmente invertito: non solo lo spopolamento riduce la manutenzione, ma la fragilità idrogeologica non gestita contribuisce essa stessa allo spopolamento. Un territorio che allaga periodicamente, che non garantisce la praticabilità delle strade in autunno, che non offre certezza di abitabilità, perde residenti anche per questo. Il rischio idrogeologico e lo spopolamento si alimentano reciprocamente in una spirale che nessun intervento puntuale interrompe.

In questo scenario, le opere di messa in sicurezza non finanziate o non realizzate non sono solo un fallimento amministrativo: sono un segnale che il territorio ha perso la capacità di rappresentare i propri interessi nelle sedi in cui le risorse vengono allocate. Meno residenti significa meno elettori, meno pressione politica, meno priorità nella distribuzione dei fondi. Su un territorio diviso storicamente tra due regioni, questa debolezza rappresentativa è stata doppia. Il cerchio si chiude.


Stato dell’analisi

Come proseguire questa documentazione

Questo documento è un punto di partenza, non una conclusione. Le direzioni di approfondimento identificate sono quattro.

La prima è la quantificazione demografica comune per comune sulla base dell’elenco definitivo dei 52 comuni del decreto, per sostituire la stima aggregata con dati puntuali verificabili e distinguere le dinamiche interne ai due versanti.

La seconda è la ricerca storica sull’uso del suolo: il confronto tra il volo GAI del 1954–55 e le ortofoto attuali per campioni rappresentativi dei versanti del Matese permetterebbe di quantificare la perdita di superficie terrazzata e la progressione della vegetazione arbustiva non gestita. È un lavoro GIS accessibile con le basi dati disponibili, e omogeneo su entrambe le regioni.

La terza è la raccolta sistematica della memoria orale sui corsi d’acqua minori. Non richiede strumentazione: richiede tempo, presenza sul territorio e un metodo. Le comunità locali sono la fonte primaria e la finestra temporale si sta chiudendo.

La quarta è il confronto con analisi comparabili condotte su territori analoghi dell’Appennino centro-meridionale. Il fenomeno non è specifico del Matese: riguarda l’intero arco appenninico interno. Esistono studi che possono offrire parametri di riferimento, anche in assenza di dati locali diretti.

I risultati di questi approfondimenti saranno documentati in questa categoria man mano che diventano disponibili.

Documento di analisi — categoria Documentazione e analisi. Il perimetro di riferimento è quello del Parco Nazionale del Matese (DM 22 aprile 2025, perimetrazione provvisoria, 52 comuni, 87.897,7 ettari). Le stime demografiche sono elaborazioni aggregate su trend censuari ISTAT 1861–2021 per i comuni nucleo del massiccio. I dati sugli eventi alluvionali sono tratti dalla cronologia documentata pubblicata su matese.bike nella miniserie Matese e l’acqua (aprile 2026). I dati sulla densità zootecnica sono ISTAT 2020. Il riferimento al CNR-IRPI è ai lavori sul dissesto idrogeologico in Appennino. Il confronto costi prevenzione/danno sul Biferno è elaborazione da fonti istituzionali citate nella cronologia di riferimento.

ivinti.it — giugno 2026

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