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Un territorio non è solo ciò che è stato e ciò che è, ma anche ciò che potrebbe diventare: a partire da dati e condizioni reali, questa categoria immagina cosa diventerebbe possibile se si scegliesse di investire sulle proprie risorse invece di restare bloccati nel conflitto.

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Altre chiavi di lettura per le aree interne del Matese
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Il dibattito sul territorio è stato condotto quasi sempre dentro un perimetro di scuole di pensiero date per acquisite. Due correnti finora assenti da quel perimetro — il liberismo ambientale e l’ecomodernismo — offrono domande diverse sugli stessi fatti già documentati: non una soluzione, ma uno strumento in più per chi legge.

Visioni Ipotesi dichiarata

Chi segue da tempo il dibattito sulle aree interne del Matese — il Parco Nazionale, la transumanza, il pascolo, la gestione delle terre marginali — avrà notato che gli orizzonti prospettici entro cui quel dibattito si è mosso sono quasi sempre gli stessi: conservazionismo classico, programmazione pubblica, sociologia della marginalità meridionale. Sono scuole legittime, e nessuna di queste righe intende sostituirle. Ma un territorio ha bisogno delle massime possibilità di analisi disponibili, non di un numero fisso di lenti già collaudate. Questa Visione mette sul tavolo due correnti di pensiero che, nella pubblicistica e nei convegni che riguardano il Matese — incluso quello tenutosi il 25 giugno 2026 a Santa Croce del Sannio, dove cinque relatori hanno parlato di transumanza muovendosi tra il registro della salvaguardia di un patrimonio unico e quello, più accennato e non sistematizzato, di un possibile uso di tecnologie già disponibili — non hanno mai trovato uno spazio di lettura esplicito e organizzato.

Come da impostazione della categoria, il pezzo si articola in due movimenti: un’analisi verificata delle due correnti con i relativi casi empirici, e un’ipotesi dichiarata di come quelle stesse logiche, applicate alle aree interne circostanti il Matese, potrebbero cambiare le domande che ci si pone — non le risposte che si danno.

Primo movimento — due scuole, due meccanismi

Il liberismo ambientale

Il free-market environmentalism nasce nell’alveo della Scuola Austriaca e della teoria dei diritti di proprietà. La sua diagnosi parte da un problema classico dell’economia delle risorse: la “tragedia dei beni comuni” — una risorsa che non appartiene a nessuno (l’aria, un mare, una foresta pubblica) viene sfruttata fino all’esaurimento perché nessuno ha un incentivo diretto a curarne la manutenzione nel tempo. La soluzione proposta non è il divieto calato dall’alto, ma l’estensione e la chiarificazione dei diritti di proprietà: chi possiede una risorsa ha un interesse economico personale a preservarne il valore nel lungo periodo, e chi la danneggia risponde in sede contrattuale o giudiziaria, non amministrativa.

Il caso empirico più citato a sostegno di questa tesi riguarda le riserve faunistiche private dell’Africa meridionale. Namibia, Zimbabwe e Sudafrica hanno modificato, negli ultimi decenni del Novecento, i propri regimi giuridici per assegnare ai proprietari terrieri il controllo pieno sulla fauna selvatica presente sui loro terreni. In Namibia, dove il regime di proprietà privata della fauna è stato introdotto nel 1967, le popolazioni faunistiche sulle terre private sono aumentate dell’80% rispetto ai livelli precedenti[1]. In Sudafrica, uno studio del 2015 ha stimato un incremento di quaranta volte della fauna selvatica dagli anni Sessanta a oggi grazie all’espansione delle riserve private[2], mentre un’indagine pubblicata nel 2021 su Biodiversity and Conservation ha rilevato che i ranch faunistici privati presentano una ricchezza di specie per ettaro superiore a quella delle aree statali protette, a parità di superficie[3].

Il quadro, tuttavia, non è univoco. Una ricerca pubblicata nel 2024 sulla gestione privata delle aree protette africane conferma il beneficio per le popolazioni animali e per il turismo, ma rileva al tempo stesso effetti incerti sulla ricchezza delle comunità rurali e, in alcune aree di conflitto, un peggioramento della sicurezza fisica delle popolazioni che vivono in prossimità di quelle aree[4]. Il liberismo ambientale risolve un problema di incentivi sulla fauna; non risolve, da solo, un problema di equità distributiva o di sicurezza locale.

L’ecomodernismo

L’ecomodernismo è una corrente più recente e di matrice diversa: si è formalizzata nell’aprile 2015 con la pubblicazione del Manifesto Ecomodernista, firmato da diciotto autori — tra cui Ted Nordhaus, Michael Shellenberger e Stewart Brand del Breakthrough Institute, insieme a ricercatori di Harvard, della Jadavpur University e della Long Now Foundation[5]. Il manifesto sostiene una tesi che si potrebbe definire l’opposto del primitivismo ambientale: l’uomo è una specie intrinsecamente tecnologica, e pretendere un ritorno a stili di vita pre-industriali — a fronte di una popolazione globale in crescita — è anti-storico oltre che impraticabile.

Il concetto operativo è quello del decoupling, il disaccoppiamento tra crescita del benessere umano e impatto ambientale: intensificare al massimo le attività umane in spazi ridotti, attraverso tecnologie avanzate, per lasciare che il resto del pianeta si rinaturalizzi. I due esempi canonici sono l’energia nucleare — che produce grandi quantità di energia occupando una frazione del suolo richiesto dalle rinnovabili intermittenti — e l’agricoltura intensiva ad alta tecnologia, che produce più cibo su meno ettari, riducendo la pressione sulla deforestazione.

Va detto, per completezza, che l’ecomodernismo non è priva di critiche severe: un gruppo di oltre quindici ricercatori dell’area “decrescita” ha pubblicato nel 2015 una risposta articolata al manifesto, contestandone in particolare la dimensione tecnocratica e l’assenza di un confronto con i saperi delle società indigene e pre-industriali[6]. Anche qui, la corrente non è un consenso scientifico acquisito, ma una tesi — sostenuta da alcuni ricercatori di rilievo, contestata da altri.

Cosa hanno in comune Liberismo ambientale ed ecomodernismo partono da presupposti diversi — il diritto di proprietà il primo, la tecnologia e la scala il secondo — ma condividono un rifiuto di fondo: quello della decrescita come precondizione della tutela ambientale. In entrambi i casi, l’agente umano non è il problema da limitare, ma lo strumento da orientare con incentivi o strumenti tecnologici adeguati.

Secondo movimento — un’ipotesi per le aree interne del Matese

Qui inizia la parte dichiaratamente speculativa di questa Visione, che non pretende di essere un fatto accertato né una proposta di intervento, ma una domanda che queste due correnti, se applicate, solleverebbero sui casi già documentati su questa testata.

Il pattern che ivinti.it ha ricostruito più volte per il Parco Nazionale del Matese e per casi paralleli (Costa Teatina, Hotel Fuenti, Legge Galasso) è quello dell’atassia istituzionale: un vincolo normativo creato attraverso un veicolo legislativo a basso scrutinio, seguito da anni — talvolta decenni — di inazione esecutiva, risolta solo da uno sblocco giudiziario coatto. Le letture finora proposte di questo pattern sono quasi sempre istituzionali: assenza di coordinamento tra enti, carenza di risorse amministrative, complessità del riparto di competenze Stato-Regioni.

Il liberismo ambientale offrirebbe una domanda diversa, non una risposta diversa: l’inazione prolungata su un vincolo normativo è anche, in parte, un problema di chi detiene un interesse economico diretto a farlo applicare? Se nessun soggetto — pubblico o privato — porta un costo immediato dal mancato funzionamento del vincolo, l’incentivo a colmare il vuoto esecutivo resta debole fino a quando un giudice non lo rende obbligatorio. È la stessa logica della tragedia dei beni comuni, applicata non alla fauna ma alla governance stessa del territorio: un vincolo di nessuno è un vincolo che nessuno cura.

L’ecomodernismo, da parte sua, solleverebbe una domanda diversa da quella che un’assenza totale di tecnologia farebbe supporre. Nel convegno di Santa Croce del Sannio il riferimento a strumenti come il monitoraggio satellitare degli animali o la tracciabilità digitale dei prodotti non è mancato: è stato evocato, ma in forma aneddotica, accostato — senza che i due piani venissero esplicitamente collegati — alla cornice prevalente della transumanza come patrimonio unico da salvaguardare. Sullo stesso tavolo, però, è emerso anche il rovescio della medaglia: chi pratica oggi la transumanza verticale residua su scala consistente ha raccontato di essersi scontrato non con l’assenza di strumenti digitali, ma con sistemi informatici esistenti, pensati male, che hanno reso più difficile — non più semplice — un’operazione che già di per sé richiede margini di gestione stretti. La domanda ecomodernista, posta su questo materiale, non è dunque “perché non si usa la tecnologia” ma “perché la tecnologia già in uso, dove c’è, produce attrito anziché disaccoppiamento” — e se un’intensificazione pensata secondo quella logica, anziché la sola digitalizzazione di procedure esistenti, cambierebbe il quadro.

Nessuna delle due domande implica una soluzione nominata. Il liberismo ambientale, applicato senza adattamento al contesto Matese, incontrerebbe immediatamente l’obiezione mossa dallo studio del 2024 sulle aree protette africane: un meccanismo di incentivi privati su un territorio già segnato da spopolamento e da una proprietà fondiaria storicamente frammentata potrebbe accentuare squilibri distributivi anziché risolverli — un’obiezione che resta qui dichiaratamente teorica, perché questa testata non ha condotto su questo punto specifico una verifica empirica relativa al Matese. L’ecomodernismo, dal suo lato, presuppone investimenti tecnologici e infrastrutturali che nessun atto programmatorio ANAS, MIT o CIPESS prevede oggi per quest’area, e la cui assenza è essa stessa un dato, non un’ipotesi.

Cosa NON è questa Visione Non è una proposta di privatizzazione di alcuna area del Matese, né un invito a sostituire la transumanza tradizionale con un modello industriale. È l’osservazione che due corpi di pensiero, ben presenti nel dibattito internazionale sull’ambiente, non sono mai entrati nel perimetro discorsivo con cui si è finora guardato a questo specifico territorio — e che la loro assenza è essa stessa una scelta, anche quando non dichiarata come tale.

Una nota sul metodo

Come per le altre Visioni pubblicate su questa testata, anche questa non va letta come una conclusione raggiunta, ma come un’ipotesi proposta a chi legge. I dati citati nel primo movimento sono verificati contro fonti indipendenti; le domande del secondo movimento sono dichiaratamente speculative e non discendono da alcun atto programmatorio, studio di settore o posizione istituzionale relativa al Matese. Restano, appunto, altre chiavi — non l’unica chiave.

Fonti
  • [1] Muir-Leresche & Nelson, “Private Property Rights to Wildlife: The Southern African Experiment”, ICER Working Papers 02-2000.
  • [2] W. van Hoven, North-West University, studio 2015 su espansione riserve private sudafricane, citato in Reason (agosto 2025).
  • [3] Studio su ranch faunistici privati sudafricani, Biodiversity and Conservation, 2021.
  • [4] Studio quasi-sperimentale su gestione privata delle aree protette africane, PNAS/PMC, 2024.
  • [5] “An Ecomodernist Manifesto”, aprile 2015, 18 autori, Breakthrough Institute e istituzioni affiliate.
  • [6] “A Degrowth Response to An Ecomodernist Manifesto”, 2015, gruppo di ricercatori dell’area decrescita.
  • Convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, Santa Croce del Sannio, 25 giugno 2026, progetto “Tracce” (programma: tracce.cloud/programma/).
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Un parco in attesa di sé stesso: cosa potrebbe imparare il Matese da un linguaggio di programmazione
Visioni

Il Parco Nazionale del Matese esiste su carta da un decreto ministeriale, ma non è ancora nato nella sua forma definitiva: manca il decreto del Presidente della Repubblica, e il territorio nel frattempo si presenta frammentato. Una vicenda distante — la storia di un linguaggio di programmazione nato per hobby e diventato standard mondiale — offre un’ipotesi su come la frammentazione possa, in altri contesti, trasformarsi in coordinamento.

Visioni Governance territoriale

Un parco che non è ancora nato

Il 22 aprile 2025, Giornata della Terra, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha firmato il decreto che individua perimetrazione, zonizzazione e misure di salvaguardia del Parco Nazionale del Matese. La notizia è stata diffusa come la nascita del 25° parco nazionale italiano. Non è così, almeno non ancora: la legge quadro sulle aree protette distingue tra l’atto che prevede l’istituzione di un parco e l’atto che lo istituisce davvero, riservando quest’ultimo passaggio a un decreto del Presidente della Repubblica. Prima di quel decreto, il parco è “istituendo” — promesso, non realtà istituzionale operativa. Un’analisi giuridica pubblicata a maggio 2025 ha definito la comunicazione ministeriale che annunciava la nascita del parco “un grave sgarbo istituzionale” proprio nei confronti del Capo dello Stato, il cui atto resta l’unico a poter chiudere davvero il procedimento.

Nell’agosto 2025 è stato nominato un Comitato di gestione provvisoria, primo strumento operativo del parco in attesa della perimetrazione definitiva. A inizio 2026 un’associazione ambientalista ha richiesto pubblicamente a Regioni e Ministero di accelerare l’intesa per il decreto presidenziale, segno che il passaggio finale non è ancora avvenuto. Nel frattempo, una sentenza del TAR del Lazio del 2026 ha respinto un ricorso del Consiglio regionale del Molise contro il decreto ministeriale, confermando la correttezza tecnica del procedimento ma non risolvendo la frattura politica tra le due Regioni coinvolte.

Un territorio diviso in più direzioni

La frammentazione non corre solo lungo il confine regionale. Trenta associazioni — nazionali e locali, distribuite sulle quattro province coinvolte — hanno presentato un documento congiunto che chiede chiarimenti su tempi e modalità del decreto presidenziale e segnala di essere state escluse dall’istruttoria che ha portato al decreto ministeriale. Il sindaco di un comune del versante casertano ha pubblicamente espresso rammarico perché le richieste di zonizzazione del proprio territorio, secondo la sua versione concordate verbalmente con Ministero e ISPRA, sono state ignorate nel testo finale. Più in generale, la comunità che vive il massiccio si è divisa tra chi vede nel parco un’occasione di tutela e chi lo percepisce come un vincolo calato dall’alto, con timori concreti per le attività agricole e pastorali esistenti.

Nessuno di questi soggetti — Ministero, Regioni, comuni, associazioni, Comitato di gestione — ha agito, isolatamente, in modo scorretto. Ciascuno ha perseguito legittimamente la propria parte di competenza. Ma il risultato, a oltre un anno dal decreto ministeriale, è un parco che esiste a metà: riconosciuto, finanziabile, governato in via provvisoria, ma privo ancora dell’atto che lo renderebbe pienamente operativo, e privo soprattutto di un punto in cui le parti divergenti del territorio si siano riconosciute in un percorso comune.

Una vicenda distante: un linguaggio nato per hobby

Nel dicembre 1989, un ricercatore del CWI di Amsterdam con una settimana libera per le feste scrisse, come passatempo, l’interprete di un nuovo linguaggio di programmazione. Lo chiamò Python. Per oltre vent’anni il settore informatico lo considerò poco più che un hobby: linguaggi come C++ e Java erano lo standard per i sistemi “seri”, mentre Python restava ai margini, usato per automatizzare compiti minori. Ancora nel 2013, una conferenza europea dedicata interamente a Python ospitò un intervento intitolato “Why Python Sucks” — tenuto da un ingegnere di un’azienda concorrente — che la stessa platea di appassionati accolse con applausi, segno di quanto fosse condiviso, persino tra chi lo usava, un giudizio severo sul linguaggio.

Eppure, nello stesso periodo, comunità tecniche diverse e senza alcun coordinamento tra loro stavano costruendo, su quella base, strumenti che ne avrebbero moltiplicato il valore: librerie scientifiche nate nelle università, framework per l’apprendimento automatico sviluppati indipendentemente da un istituto di ricerca canadese, da un dottorando a Berkeley, da Google, da Facebook. Nessuno di questi soggetti operava in base a un piano comune. Ognuno risolveva un proprio problema locale, nella propria lingua tecnica, senza chiedere il permesso agli altri.

Il punto di rottura, e ciò che ne è seguito

La crescita non risolse da sola i nodi di coordinamento. Quando nel 2008 fu deciso di rendere il linguaggio incompatibile con la sua versione precedente per risolvere difetti strutturali, la transizione richiese oltre un decennio: il termine per abbandonare la vecchia versione, fissato inizialmente al 2015, dovette essere prorogato al 2020 perché gran parte dell’ecosistema — librerie, progetti, aziende — non si era ancora spostato, ciascuno in attesa che lo facessero gli altri prima. Nessuno aveva convenienza a muoversi per primo.

La soluzione non arrivò da un’autorità superiore che impose la migrazione. Arrivò da un impegno pubblico e reciproco: un gruppo di progetti, inizialmente nell’ambito scientifico, dichiarò collettivamente che entro una certa data avrebbe richiesto la nuova versione, dando ad altri progetti la sicurezza necessaria per pianificare la propria transizione senza il timore di restare isolati. L’iniziativa si estese nel tempo a tutto l’ecosistema, fino a coprire la quasi totalità dei progetti rilevanti.

Anche la guida del progetto conobbe una rottura. Il suo creatore, che per ventotto anni aveva avuto l’ultima parola su ogni decisione tecnica, si dimise nel 2018 dopo una controversia interna particolarmente dura, lasciando per alcuni mesi un vuoto di governance con decine di proposte di modifica in attesa. La comunità rispose non scegliendo un nuovo decisore unico, ma votando tra diverse proposte di governance condivisa: vinse un modello che affida le decisioni a un piccolo consiglio eletto, con l’istruzione esplicita di usare la propria autorità con parsimonia e di cercare il consenso ove possibile.

Quel linguaggio, ignorato per due decenni dalle stesse organizzazioni che oggi lo impiegano per i propri sistemi più avanzati, è oggi il più insegnato nei programmi introduttivi delle principali università statunitensi, e nel 2023 è stato integrato nativamente in uno degli strumenti per ufficio più diffusi al mondo. La critica tecnica al linguaggio non si è mai esaurita — esiste ancora oggi, pubblicamente, da parte di chi lo considera tuttora inferiore ad alternative più recenti. La sua diffusione non ha chiuso il dibattito sui suoi limiti: è cresciuta insieme a quel dibattito, non al posto di esso.

Un limite dichiarato

Il parallelo qui proposto unisce due domini molto diversi: la governance di un software open source e la governance pubblica di un territorio protetto. Nel primo caso, i soggetti coinvolti partecipavano per scelta volontaria; nel secondo, residenti e amministrazioni non hanno la stessa libertà di “non aderire” al vincolo istituzionale. La distanza tra i due casi è reale e non va minimizzata: ciò che segue è un’ipotesi sul meccanismo astratto del coordinamento, non un’equivalenza tra le due situazioni.

Cosa rende possibile il confronto

Ciò che rende questa vicenda pertinente non è la tecnologia in sé, ma il meccanismo che ha permesso a soggetti diversi, senza un’autorità comune sopra di loro e senza nemmeno conoscersi in molti casi, di convergere su una direzione condivisa dopo anni di frammentazione. Due elementi distinti hanno reso possibile quella convergenza: un impegno pubblico e reciproco tra le parti coinvolte, che ha dato a ciascuna la sicurezza di non restare isolata muovendosi per prima; e una regola di governance scelta collettivamente, non imposta da un singolo centro, capace di sostituire un coordinamento fragile e concentrato con uno distribuito e duraturo.

Nessuno di questi due elementi è una tecnologia. Nessuno richiede uno specifico ente, piattaforma o progetto per esistere. Sono entrambi, semmai, una scelta procedurale: il primo risponde alla domanda “chi si muove prima, se nessuno ha la garanzia che gli altri lo seguano”, il secondo alla domanda “chi decide, quando chi decideva prima non può più farlo, o non lo fa più nell’interesse di tutti”.

Il Matese, oggi, è esattamente nel punto in cui Python si è trovato più volte: un insieme di soggetti — Regioni, comuni, associazioni, comitato di gestione — ciascuno legittimo nella propria parte, ciascuno in attesa di un segnale dagli altri prima di muoversi, e un atto finale — il decreto presidenziale — che dipende da un’intesa che ancora non si è compiuta.

È una speranza, non una previsione. Nulla in questa vicenda dimostra che il Matese troverà il proprio equivalente di un impegno reciproco dichiarato, o di una regola di governance condivisa. Dimostra soltanto che altrove, in un dominio del tutto diverso, una frammentazione altrettanto reale è stata superata non da un’autorità che ha imposto l’ordine, ma da chi era frammentato e ha scelto, volontariamente, di smettere di esserlo.

Resta aperta, e questa Visione non la chiude, la domanda su quale forma concreta potrebbe prendere, per il Matese, un impegno reciproco tra Regioni, comuni e associazioni, o una regola di governance condivisa che non dipenda dalla buona volontà di un singolo decreto. Restano aperte anche le domande su chi dovrebbe proporla, e su cosa accadrebbe se il territorio, ancora una volta, scegliesse di non rispondere.

Questa Visione nasce da un’analisi verificata su fonti primarie, istituzionali e di stampa, elencate di seguito. L’ipotesi che ne deriva è dichiarata come tale: un’interpretazione possibile e un augurio esplicito, non una conclusione dimostrata né una previsione.

Fonti
  • Legge 6 dicembre 1991, n. 394, artt. 2, 7, 8, 34 (legge quadro sulle aree protette)
  • Legge 27 dicembre 2017, n. 205, art. 1, comma 1116 (istituzione del Parco Nazionale del Matese)
  • Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica prot. n. 101 del 22 aprile 2025
  • TAR Lazio, sentenza n. 04469/2026
  • greenreport.it, “L’istituzione del Parco nazionale del Matese in realtà è ancora lontana”, maggio 2025
  • Associazione Culturale La Terra, documento congiunto di 30 associazioni del territorio del Matese, 2026
  • L’AltraMontagna, “L’Italia ha un nuovo Parco Nazionale…”, aprile 2025
  • Python Software Foundation, “Sunsetting Python 2”, python.org
  • The Python 3 Statement, python3statement.github.io
  • LWN.net e Linux Journal, cronache delle dimissioni di Guido van Rossum da BDFL, luglio 2018
  • Philip Guo, “Python is Now the Most Popular Introductory Teaching Language at Top U.S. Universities”, Communications of the ACM, 7 luglio 2014
  • Microsoft, “Announcing Python in Excel”, techcommunity.microsoft.com, 23 agosto 2023
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Il corpo senza centro: quando chi decide non risponde di cosa accade dopo
Visioni

Cinque episodi distanti per materia, scala e geografia condividono lo stesso schema: l’atto che istituisce un vincolo o un riconoscimento raramente porta con sé chi dovrà sostenerne il peso nel tempo. Un’analisi verificata, e un’ipotesi dichiarata che resta tale.

Visioni Governance territoriale

Non è nato come un confronto. È nato osservando, in sequenza e per ragioni di lavoro editoriale diverse tra loro, episodi che non avevano in apparenza nulla in comune: una sentenza amministrativa sulla costa abruzzese, la demolizione di un albergo abusivo sulla costiera amalfitana di vent’anni prima, il destino di una legge sul paesaggio del 1985, un convegno sulla pastorizia transumante in un piccolo comune del Sannio. Materie diverse, decenni diversi, attori diversi. Ma con un’insistenza che a un certo punto ha smesso di sembrare casuale.

Il Parco della Costa Teatina, venticinque anni dopo

Con la sentenza n. 335/2026, il TAR Abruzzo ha accolto un ricorso del WWF Italia e imposto al Ministero dell’Ambiente un termine perentorio di novanta giorni per concludere l’iter istitutivo del Parco Nazionale della Costa Teatina, previsto dalla legge 93 del 2001. Venticinque anni separano la legge dalla sua prima reale esecuzione. Il vincolo non era mai stato negato nel merito: era semplicemente rimasto senza nessuno che, nel tempo, ne portasse a termine l’attuazione, fino a che un giudice non ha dovuto imporla.

Una vittoria, poi una sequenza incerta

L’Hotel Fuenti. Demolito nel 1999 dopo un contenzioso durato circa trent’anni, l’abbattimento dell’albergo abusivo sulla costiera amalfitana è ricordato come una delle prime “eco-vittorie” del movimento ambientalista italiano, e la parola coniata per descriverlo — “ecomostro” — è entrata nel linguaggio comune. Ma la demolizione fu solo parziale: l’ala più visibile dal mare venne abbattuta, il basamento restò in piedi. Nel 2004 una conferenza dei servizi con 24 enti approvò un progetto di restauro paesaggistico presentato dalla stessa proprietà Mazzitelli — il “Parco del Fuenti” — che prevedeva, tra l’altro, uno stabilimento balneare; la Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici autorizzò la struttura, entrata in funzione nell’estate del 2009. L’anno seguente la stessa Soprintendenza emise un secondo parere, di segno opposto, riconoscendo che il primo nulla osta era stato concesso sulla base di un errore di qualificazione dell’area indotto dal Comune di Vietri. La struttura chiuse e il contenzioso proseguì fino al Consiglio di Stato, che nel 2017 ribaltò le decisioni dei giudici amministrativi inferiori e autorizzò in via definitiva il progetto, poi effettivamente realizzato a partire dal 2019. Qui la tutela non è mancata in modo semplice: è stata concessa, poi ritirata dallo stesso ente per un proprio errore riconosciuto, poi imposta da un giudice di ultima istanza tredici anni dopo la prima autorizzazione. Non l’assenza di un controllo, ma la sua discontinuità nel tempo, è ciò che il caso mostra con più chiarezza.

Il vincolo che dura più di quanto previsto

La legge Galasso. La legge 431 del 1985 impose un vincolo paesaggistico automatico su intere categorie di territorio — coste, fiumi, montagne — e previde che le Regioni adottassero, entro un anno, i piani paesistici destinati a sostituire quel regime transitorio con una disciplina stabile. Quel termine, nella maggior parte delle Regioni, non fu rispettato: ancora nel 2008, oltre vent’anni dopo, solo sei Regioni su venti avevano piani approvati in conformità con la normativa successiva. Il vincolo transitorio restò in vigore, prorogato anno per anno, per un tempo molto più lungo di quello per cui era stato concepito. Non si trattò di un’area lasciata scoperta: il divieto, nella sua formulazione originaria, era totale. Ma un divieto pensato per durare un anno e prorogato per oltre un decennio è una norma diversa, nei fatti, da quella che il legislatore aveva scritto — e la sua autorità reale sul territorio ne risente, indipendentemente dalla sua severità sulla carta.

Un convegno, cinque registri che non si toccano

Santa Croce del Sannio, 25 giugno 2026. Nel convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, promosso nell’ambito del progetto Tracce, si sono confrontati un direttore di istituto culturale, un rappresentante del Ministero dell’Agricoltura, un delegato FAO, due allevatrici attive sul campo e la presidente di un’associazione di filiera agroalimentare. Ognuno ha parlato con piena legittimità nel proprio registro: il riconoscimento UNESCO del 2019, un fondo ministeriale di due milioni di euro, la designazione ONU 2026 come Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori, la domanda di una giusta remunerazione per chi sostiene il costo della tutela ambientale. Dal lato di chi gestisce gli animali ogni giorno, però, è arrivata una fotografia diversa: sistemi informatici inadeguati alla gestione di transumanze verticali su larga scala, incongruenze normative che complicano la movimentazione del bestiame. Come ha registrato la cronaca di quella giornata, “nessuno degli interventi affronta esplicitamente il tema di come” gli strumenti istituzionali richiamati “si traducano, o se si traducano, in capacità di intervento effettiva sulle criticità operative descritte dagli allevatori presenti”.

Un limite del metodo, dichiarato

I cinque episodi qui raccolti non costituiscono un campione sistematico. Sono stati incontrati per via aneddotica, nel corso di un lavoro editoriale orientato ad altri obiettivi, e accostati perché mostravano una ricorrenza che ha smesso di sembrare casuale — non perché selezionati secondo un criterio statistico capace di misurare quanto il fenomeno sia diffuso, né quanto spesso, all’opposto, l’esecuzione abbia invece tenuto. Quanto segue va letto come ipotesi costruita su questa base parziale, non come conclusione verificata su scala nazionale.

Dall’analisi all’ipotesi

Nei cinque episodi non emerge nessuna evidenza di malafede da parte di chi ha agito. Il Parlamento che scrive una legge di tutela, il giudice che ne impone l’esecuzione, l’associazione che porta un caso in tribunale, l’istituto che riconosce un patrimonio immateriale, il ministero che istituisce un fondo: ciascuno di questi soggetti, osservato isolatamente, compie un atto legittimo e per lo più necessario nel proprio ambito di competenza. Il punto in cui lo schema si rompe non è dentro nessuno di questi atti. È nello spazio tra di essi — nel passaggio, quasi mai previsto in modo vincolante, tra il momento in cui un obbligo viene creato e il momento, molto più lungo, in cui qualcuno dovrebbe risponderne nel tempo.

È un’immagine clinica, più che poetica, a descriverlo meglio di altre: non una paralisi, dove la forza manca, ma un’atassia, dove la forza è presente in ogni singolo arto ma la coordinazione tra gli arti è assente. Un corpo che si muove così non cade per debolezza. Cade perché nessuna delle sue parti, per quanto sana, riceve informazione su cosa stanno facendo le altre, né è responsabile delle conseguenze che il proprio movimento produce sul resto del corpo.

Da qui nasce un’ipotesi, e va trattata come tale: non un cervello unico che decida per tutte le parti — soluzione che concentrerebbe altrove un potere, con rischi propri — ma una regola che lega strutturalmente l’atto che istituisce un obbligo alla responsabilità di chi lo istituisce per la sua esecuzione nel tempo. Non un’intelligenza che si sovrappone al sistema dall’alto, ma un vincolo che attraversa ogni singolo atto, fin dalla sua scrittura.

È una speranza, non un fatto accertato. Nessuno dei cinque episodi qui raccolti dimostra che una correzione di questo tipo sia possibile, né che basterebbe a risolvere lo schema osservato. Dimostrano solo che lo schema si ripete, in forme diverse, da almeno quarant’anni.

Resta aperta, e questa Visione non la chiude, la domanda su quale forma debba prendere quella responsabilità — se normativa, finanziaria, di controllo terzo, o di natura diversa da queste. Restano aperte anche le domande, altrettanto legittime, su chi dovrebbe imporla, e su cosa accadrebbe se la stessa regola di responsabilità diventasse, a sua volta, un nuovo vincolo senza nessuno che ne risponda.

Questa Visione nasce da un’analisi verificata su fonti primarie e di stampa, elencate di seguito, e da un’osservazione diretta riportata in altro articolo già pubblicato su questa testata. L’ipotesi che ne deriva è dichiarata come tale: un’interpretazione possibile, non una conclusione dimostrata.

Fonti
  • TAR Abruzzo, sez. Pescara, sentenza n. 335/2026 (22 giugno 2026)
  • Legge 9 dicembre 1991, n. 394, art. 34, comma 3
  • Legge 8 agosto 1985, n. 431 (legge Galasso), artt. 1-bis, 1-ter, 1-quinquies
  • D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, Codice dei beni culturali e del paesaggio
  • ivinti.it, “Transumanza e aree interne: dal patrimonio immateriale alla domanda di un modello economico”, 27 giugno 2026
  • Rassegna stampa su Parco Nazionale della Costa Teatina, giugno 2026 (WWF Italia, Legambiente Abruzzo, testate locali abruzzesi)
  • Consiglio Regionale della Campania, “I precedenti del caso Fuenti” (cronologia degli atti amministrativi e giudiziari 1968-1999)
  • Positanonews / Corriere del Mezzogiorno, “Fuenti può diventare stabilimento balneare, lo dice il Consiglio di Stato” (sentenza Consiglio di Stato, 2017)
  • Il Fatto Quotidiano, “C’era una volta il Fuenti, l’ecomostro cattivo” (26 agosto 2009)
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