Ricerca:
Altre chiavi di lettura per le aree interne del Matese
Visioni

Il dibattito sul territorio è stato condotto quasi sempre dentro un perimetro di scuole di pensiero date per acquisite. Due correnti finora assenti da quel perimetro — il liberismo ambientale e l’ecomodernismo — offrono domande diverse sugli stessi fatti già documentati: non una soluzione, ma uno strumento in più per chi legge.

Visioni Ipotesi dichiarata

Chi segue da tempo il dibattito sulle aree interne del Matese — il Parco Nazionale, la transumanza, il pascolo, la gestione delle terre marginali — avrà notato che gli orizzonti prospettici entro cui quel dibattito si è mosso sono quasi sempre gli stessi: conservazionismo classico, programmazione pubblica, sociologia della marginalità meridionale. Sono scuole legittime, e nessuna di queste righe intende sostituirle. Ma un territorio ha bisogno delle massime possibilità di analisi disponibili, non di un numero fisso di lenti già collaudate. Questa Visione mette sul tavolo due correnti di pensiero che, nella pubblicistica e nei convegni che riguardano il Matese — incluso quello tenutosi il 25 giugno 2026 a Santa Croce del Sannio, dove cinque relatori hanno parlato di transumanza muovendosi tra il registro della salvaguardia di un patrimonio unico e quello, più accennato e non sistematizzato, di un possibile uso di tecnologie già disponibili — non hanno mai trovato uno spazio di lettura esplicito e organizzato.

Come da impostazione della categoria, il pezzo si articola in due movimenti: un’analisi verificata delle due correnti con i relativi casi empirici, e un’ipotesi dichiarata di come quelle stesse logiche, applicate alle aree interne circostanti il Matese, potrebbero cambiare le domande che ci si pone — non le risposte che si danno.

Primo movimento — due scuole, due meccanismi

Il liberismo ambientale

Il free-market environmentalism nasce nell’alveo della Scuola Austriaca e della teoria dei diritti di proprietà. La sua diagnosi parte da un problema classico dell’economia delle risorse: la “tragedia dei beni comuni” — una risorsa che non appartiene a nessuno (l’aria, un mare, una foresta pubblica) viene sfruttata fino all’esaurimento perché nessuno ha un incentivo diretto a curarne la manutenzione nel tempo. La soluzione proposta non è il divieto calato dall’alto, ma l’estensione e la chiarificazione dei diritti di proprietà: chi possiede una risorsa ha un interesse economico personale a preservarne il valore nel lungo periodo, e chi la danneggia risponde in sede contrattuale o giudiziaria, non amministrativa.

Il caso empirico più citato a sostegno di questa tesi riguarda le riserve faunistiche private dell’Africa meridionale. Namibia, Zimbabwe e Sudafrica hanno modificato, negli ultimi decenni del Novecento, i propri regimi giuridici per assegnare ai proprietari terrieri il controllo pieno sulla fauna selvatica presente sui loro terreni. In Namibia, dove il regime di proprietà privata della fauna è stato introdotto nel 1967, le popolazioni faunistiche sulle terre private sono aumentate dell’80% rispetto ai livelli precedenti[1]. In Sudafrica, uno studio del 2015 ha stimato un incremento di quaranta volte della fauna selvatica dagli anni Sessanta a oggi grazie all’espansione delle riserve private[2], mentre un’indagine pubblicata nel 2021 su Biodiversity and Conservation ha rilevato che i ranch faunistici privati presentano una ricchezza di specie per ettaro superiore a quella delle aree statali protette, a parità di superficie[3].

Il quadro, tuttavia, non è univoco. Una ricerca pubblicata nel 2024 sulla gestione privata delle aree protette africane conferma il beneficio per le popolazioni animali e per il turismo, ma rileva al tempo stesso effetti incerti sulla ricchezza delle comunità rurali e, in alcune aree di conflitto, un peggioramento della sicurezza fisica delle popolazioni che vivono in prossimità di quelle aree[4]. Il liberismo ambientale risolve un problema di incentivi sulla fauna; non risolve, da solo, un problema di equità distributiva o di sicurezza locale.

L’ecomodernismo

L’ecomodernismo è una corrente più recente e di matrice diversa: si è formalizzata nell’aprile 2015 con la pubblicazione del Manifesto Ecomodernista, firmato da diciotto autori — tra cui Ted Nordhaus, Michael Shellenberger e Stewart Brand del Breakthrough Institute, insieme a ricercatori di Harvard, della Jadavpur University e della Long Now Foundation[5]. Il manifesto sostiene una tesi che si potrebbe definire l’opposto del primitivismo ambientale: l’uomo è una specie intrinsecamente tecnologica, e pretendere un ritorno a stili di vita pre-industriali — a fronte di una popolazione globale in crescita — è anti-storico oltre che impraticabile.

Il concetto operativo è quello del decoupling, il disaccoppiamento tra crescita del benessere umano e impatto ambientale: intensificare al massimo le attività umane in spazi ridotti, attraverso tecnologie avanzate, per lasciare che il resto del pianeta si rinaturalizzi. I due esempi canonici sono l’energia nucleare — che produce grandi quantità di energia occupando una frazione del suolo richiesto dalle rinnovabili intermittenti — e l’agricoltura intensiva ad alta tecnologia, che produce più cibo su meno ettari, riducendo la pressione sulla deforestazione.

Va detto, per completezza, che l’ecomodernismo non è priva di critiche severe: un gruppo di oltre quindici ricercatori dell’area “decrescita” ha pubblicato nel 2015 una risposta articolata al manifesto, contestandone in particolare la dimensione tecnocratica e l’assenza di un confronto con i saperi delle società indigene e pre-industriali[6]. Anche qui, la corrente non è un consenso scientifico acquisito, ma una tesi — sostenuta da alcuni ricercatori di rilievo, contestata da altri.

Cosa hanno in comune Liberismo ambientale ed ecomodernismo partono da presupposti diversi — il diritto di proprietà il primo, la tecnologia e la scala il secondo — ma condividono un rifiuto di fondo: quello della decrescita come precondizione della tutela ambientale. In entrambi i casi, l’agente umano non è il problema da limitare, ma lo strumento da orientare con incentivi o strumenti tecnologici adeguati.

Secondo movimento — un’ipotesi per le aree interne del Matese

Qui inizia la parte dichiaratamente speculativa di questa Visione, che non pretende di essere un fatto accertato né una proposta di intervento, ma una domanda che queste due correnti, se applicate, solleverebbero sui casi già documentati su questa testata.

Il pattern che ivinti.it ha ricostruito più volte per il Parco Nazionale del Matese e per casi paralleli (Costa Teatina, Hotel Fuenti, Legge Galasso) è quello dell’atassia istituzionale: un vincolo normativo creato attraverso un veicolo legislativo a basso scrutinio, seguito da anni — talvolta decenni — di inazione esecutiva, risolta solo da uno sblocco giudiziario coatto. Le letture finora proposte di questo pattern sono quasi sempre istituzionali: assenza di coordinamento tra enti, carenza di risorse amministrative, complessità del riparto di competenze Stato-Regioni.

Il liberismo ambientale offrirebbe una domanda diversa, non una risposta diversa: l’inazione prolungata su un vincolo normativo è anche, in parte, un problema di chi detiene un interesse economico diretto a farlo applicare? Se nessun soggetto — pubblico o privato — porta un costo immediato dal mancato funzionamento del vincolo, l’incentivo a colmare il vuoto esecutivo resta debole fino a quando un giudice non lo rende obbligatorio. È la stessa logica della tragedia dei beni comuni, applicata non alla fauna ma alla governance stessa del territorio: un vincolo di nessuno è un vincolo che nessuno cura.

L’ecomodernismo, da parte sua, solleverebbe una domanda diversa da quella che un’assenza totale di tecnologia farebbe supporre. Nel convegno di Santa Croce del Sannio il riferimento a strumenti come il monitoraggio satellitare degli animali o la tracciabilità digitale dei prodotti non è mancato: è stato evocato, ma in forma aneddotica, accostato — senza che i due piani venissero esplicitamente collegati — alla cornice prevalente della transumanza come patrimonio unico da salvaguardare. Sullo stesso tavolo, però, è emerso anche il rovescio della medaglia: chi pratica oggi la transumanza verticale residua su scala consistente ha raccontato di essersi scontrato non con l’assenza di strumenti digitali, ma con sistemi informatici esistenti, pensati male, che hanno reso più difficile — non più semplice — un’operazione che già di per sé richiede margini di gestione stretti. La domanda ecomodernista, posta su questo materiale, non è dunque “perché non si usa la tecnologia” ma “perché la tecnologia già in uso, dove c’è, produce attrito anziché disaccoppiamento” — e se un’intensificazione pensata secondo quella logica, anziché la sola digitalizzazione di procedure esistenti, cambierebbe il quadro.

Nessuna delle due domande implica una soluzione nominata. Il liberismo ambientale, applicato senza adattamento al contesto Matese, incontrerebbe immediatamente l’obiezione mossa dallo studio del 2024 sulle aree protette africane: un meccanismo di incentivi privati su un territorio già segnato da spopolamento e da una proprietà fondiaria storicamente frammentata potrebbe accentuare squilibri distributivi anziché risolverli — un’obiezione che resta qui dichiaratamente teorica, perché questa testata non ha condotto su questo punto specifico una verifica empirica relativa al Matese. L’ecomodernismo, dal suo lato, presuppone investimenti tecnologici e infrastrutturali che nessun atto programmatorio ANAS, MIT o CIPESS prevede oggi per quest’area, e la cui assenza è essa stessa un dato, non un’ipotesi.

Cosa NON è questa Visione Non è una proposta di privatizzazione di alcuna area del Matese, né un invito a sostituire la transumanza tradizionale con un modello industriale. È l’osservazione che due corpi di pensiero, ben presenti nel dibattito internazionale sull’ambiente, non sono mai entrati nel perimetro discorsivo con cui si è finora guardato a questo specifico territorio — e che la loro assenza è essa stessa una scelta, anche quando non dichiarata come tale.

Una nota sul metodo

Come per le altre Visioni pubblicate su questa testata, anche questa non va letta come una conclusione raggiunta, ma come un’ipotesi proposta a chi legge. I dati citati nel primo movimento sono verificati contro fonti indipendenti; le domande del secondo movimento sono dichiaratamente speculative e non discendono da alcun atto programmatorio, studio di settore o posizione istituzionale relativa al Matese. Restano, appunto, altre chiavi — non l’unica chiave.

Fonti
  • [1] Muir-Leresche & Nelson, “Private Property Rights to Wildlife: The Southern African Experiment”, ICER Working Papers 02-2000.
  • [2] W. van Hoven, North-West University, studio 2015 su espansione riserve private sudafricane, citato in Reason (agosto 2025).
  • [3] Studio su ranch faunistici privati sudafricani, Biodiversity and Conservation, 2021.
  • [4] Studio quasi-sperimentale su gestione privata delle aree protette africane, PNAS/PMC, 2024.
  • [5] “An Ecomodernist Manifesto”, aprile 2015, 18 autori, Breakthrough Institute e istituzioni affiliate.
  • [6] “A Degrowth Response to An Ecomodernist Manifesto”, 2015, gruppo di ricercatori dell’area decrescita.
  • Convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, Santa Croce del Sannio, 25 giugno 2026, progetto “Tracce” (programma: tracce.cloud/programma/).
Condividi Facebook WhatsApp
Il parco che nasce per sentenza: un punto di debolezza nel modo in cui lo Stato istituisce le aree protette
Analisi

Il decreto che nel 2025 ha dato al Matese una prima perimetrazione non nasce da un atto amministrativo ordinario, ma dall’esecuzione di una sentenza. Non è un caso isolato: lo stesso schema si ripete su altri parchi italiani, ed è proprio nella ripetizione che si vede il problema di metodo.

Governance ambientale Parco Nazionale del Matese Aree protette

C’è un dettaglio nella storia recente del Parco Nazionale del Matese che rischia di passare inosservato proprio perché, preso da solo, sembra un tecnicismo: il decreto che nell’aprile 2025 ha finalmente dato al Matese una perimetrazione provvisoria non è il punto d’arrivo di un percorso amministrativo ordinario. È l’esecuzione di una sentenza. Il Ministero dell’Ambiente non ha agito di propria iniziativa: lo ha fatto perché un’associazione di tutela ambientale aveva fatto causa per inadempienza, e un tribunale amministrativo gli aveva ordinato di provvedere entro un termine fissato, pena la nomina di un commissario che lo facesse al suo posto.

Sette anni erano passati da quando una legge aveva dichiarato il Matese parco nazionale. Sette anni di nulla, fino a quando il giudice non si è inserito a far valere ciò che il Parlamento aveva già deciso.

Questo non è un caso isolato, e proprio per questo merita di essere raccontato come problema di metodo, non come vicenda di cronaca locale.

Una legge che si scrive in pochi minuti

Quando un Parlamento vuole istituire un’area naturale di rilievo nazionale, esiste in teoria un percorso lineare: il Governo propone un perimetro, la Regione interessata viene coinvolta in un’intesa, si raccolgono pareri tecnici, si arriva a un decreto del Presidente della Repubblica che chiude il cerchio. È un iter lento, ma costruito apposta per produrre, alla fine, un consenso istituzionale solido attorno a un confine e a delle regole.

Esiste però anche un’altra strada, prevista dalla stessa legge quadro sulle aree protette fin dal 1991: il Parlamento può semplicemente dichiarare un parco istituito, inserendo il suo nome in un elenco contenuto nella legge stessa. Non serve l’intesa preventiva con le Regioni. Non serve un disegno di legge dedicato. Basta un emendamento.

Da dove viene questo meccanismo: una breve storia in due rami, dal 1984 al 1991

Il meccanismo che permette di istituire un parco “per legge” non nasce nel 2017. È contenuto nella legge quadro sulle aree protette fin dalla sua approvazione, il 6 dicembre 1991 — e la storia di come quella legge è arrivata a esistere incrocia, sei anni prima, un’altra storia normativa che probabilmente già conosci. Ecco i due percorsi, ramo per ramo:

RAMO 1 — La tutela del paesaggio

21 set 1984  D.M. (sottosegretario Giuseppe Galasso)
             criteri per misure di salvaguardia paesaggistica
                  │
                  ▼
28 mar 1985  D.M. attuativo — dichiara di notevole interesse
             pubblico alcune zone specifiche
                  │
                  ▼
             ricorso al TAR: annullata la parte che elenca
             i beni vincolati, per eccesso sulla proprietà privata
                  │
                  ▼
27 giu 1985  D.L. n. 312/1985 — riprende e corregge
             l'impianto del decreto annullato
                  │
                  ▼
 8 ago 1985  LEGGE n. 431/1985 — "legge Galasso"
             conversione in legge, con modifiche, del D.L. 312/1985
             relatore parlamentare: Giuseppe Galasso


RAMO 2 — La legge quadro sulle aree protette

26 nov 1987  Proposta di legge C. 1964 "Ceruti ed altri"
             depositata alla Camera dei Deputati
             primo firmatario: Gianluigi Ceruti
             tra i cofirmatari: Giuseppe Galasso ──┐
             (qui da parlamentare, non più da Governo)
                  │                                │
                  ▼                                │
1987-1991    iter parlamentare (Commissione + Aula) │
             durata: circa 4 anni                   │
                  │                                 │
                  ▼                                 │
20 nov 1991  approvazione definitiva alla Camera     │
                  │                                  │
                  ▼                                   │
 6 dic 1991  LEGGE n. 394/1991                          │
             "legge quadro sulle aree protette"          │
             firma del Presidente Francesco Cossiga       │
                  │                                        │
                  ▼                                         │
             contiene l'art. 34, comma 1: il meccanismo       │
             "senza intesa" che useranno, 30 anni dopo,        │
             anche il Matese e Portofino                        │
                                                                  │
                            ◄─────── punto di congiunzione ──────┘
                                  tra i due rami: la stessa
                                  persona, due ruoli diversi

Vale la pena di notare che anche il Ramo 1 contiene, in piccolo, un anticipo dello schema raccontato in questo articolo: un atto amministrativo rapido, una correzione imposta da un giudice, e infine un testo di legge che chiude la sequenza. Non è la stessa identica dinamica del Matese — lì il giudice corregge un eccesso, qui sblocca un’inerzia — ma la familiarità del tribunale amministrativo come tappa quasi obbligata nella vita di queste norme attraversa la storia della tutela ambientale italiana ben prima del caso che abbiamo raccontato.

È esattamente quello che è successo al Matese — insieme, nello stesso passaggio, a Portofino — alla fine del 2017. Il veicolo non è stato un provvedimento sui parchi, ma la legge di bilancio: un testo enorme, eterogeneo, che si vota in blocco e spesso sotto pressione di scadenze costituzionali, a fine anno, con il rischio reale di non avere lo Stato un bilancio approvato per il 1° gennaio. In un contesto così, un comma che dichiara “istituito” un parco nazionale passa con lo stesso grado di attenzione riservato a centinaia di altre disposizioni eterogenee — pensioni, fondi, sgravi fiscali — di cui quel maxi-testo è fatto. Non risulta che ci sia stato, su questo specifico punto, un dibattito d’aula dedicato, né dichiarazioni a verbale che ne spiegassero il merito.

Non è un’anomalia di quell’anno: lo stesso meccanismo era già stato usato in precedenza per altri parchi rimasti poi per decenni senza attuazione — la Costa Teatina nel 2001, le Egadi, le Eolie e gli Iblei nel 2007. Un’organizzazione ambientalista nazionale, il WWF, lo ha definito in un proprio dossier critico un problema strutturale: la classificazione dei parchi avviene “se non sotto il profilo meramente politico” senza una logica coerente, e gli accordi istituzionali che dovrebbero accompagnarla finiscono per produrre perimetri sbagliati o, semplicemente, nessun perimetro.

La legge che si scrive, e poi non succede niente

È qui che il problema comincia a mostrarsi per quello che è davvero: non un difetto del singolo emendamento, ma un difetto del passaggio successivo. Una norma che dichiara un parco “istituito” senza costruire, nello stesso atto, le condizioni amministrative perché quella dichiarazione diventi gestione reale del territorio — un ente, un piano, un bilancio dedicato — lascia in sospeso esattamente il lavoro che serve a far diventare la legge un fatto. E quel lavoro, in Italia, è rimasto sospeso per anni in praticamente ogni caso analogo: il Matese, certo, ma anche la Costa Teatina, ancora oggi senza un parco operativo a venticinque anni dalla legge che lo prevedeva.

Non c’è bisogno di immaginare un disegno per spiegare questa inerzia. Il quadro che emerge da fonti istituzionali e da osservatori ambientalisti è quello, molto più prosaico, di un apparato che si blocca su intese mai concluse, tavoli tecnici che si aprono e si richiudono, regioni che si rimpallano la responsabilità con il Ministero. È la stessa atassia istituzionale — la difficoltà cronica nel far comunicare tra loro i diversi livelli di governo su un territorio condiviso — che da queste pagine abbiamo già documentato su altri fronti del Massiccio del Matese e su altri casi nazionali di tutela ambientale.

Il punto di debolezza non è dunque “il comma facile” preso da solo. È la combinazione tra un meccanismo che permette di dichiarare un risultato con il minimo sforzo politico, e un apparato amministrativo che, sistematicamente, non riesce — o non trova le risorse, il coordinamento, la volontà politica continuativa — per trasformare quella dichiarazione in qualcosa che esiste sul terreno.

Quando l’unico potere che funziona è quello dei tribunali

A quel punto, in entrambi i casi che abbiamo seguito — Matese e Costa Teatina — il blocco si è sciolto soltanto in un modo: un’associazione ha portato l’inadempienza davanti a un giudice amministrativo, e il giudice ha imposto un termine, con la minaccia di un commissario nominato dall’alto in caso di ulteriore inerzia. Per il Matese è stata Italia Nostra, nel 2024; per la Costa Teatina, pochi giorni fa, è stato il WWF.

È un fatto che merita di essere preso sul serio per quello che dice del nostro sistema, al di là del merito ambientale specifico: la tutela del territorio, in questi casi, non avanza per via politica o amministrativa ordinaria. Avanza perché un soggetto privato, con le risorse e la competenza per attivare un ricorso, riesce a far valere in tribunale un diritto che il Parlamento aveva già riconosciuto per legge, e che nessun altro organo dello Stato si è preoccupato di rendere effettivo.

Detto altrimenti: il tribunale amministrativo è diventato, di fatto, l’unico meccanismo capace di far eseguire allo Stato le proprie stesse leggi su questa materia. Non per scelta di chi scrive le leggi, e non per un disegno di chi le fa eseguire per via giudiziaria — ma perché tutti gli altri meccanismi previsti dal sistema, quelli pensati per produrre attuazione attraverso il confronto politico e amministrativo ordinario, hanno fallito, in modo ricorrente, su casi diversi e sotto governi di colore diverso.

Un esito che il giudice non garantisce

C’è un’ultima cosa da osservare, e riguarda cosa succede dopo la sentenza. Sul Matese, una volta arrivato il decreto di perimetrazione provvisoria, sono seguiti almeno nove ricorsi distinti: comuni che si sentono esclusi dalla decisione sul proprio territorio, comitati di allevatori e agricoltori, un parco eolico che si vede minacciato nella sua attività, comitati esplicitamente contrari al parco. Il decreto imposto dal giudice non ha chiuso il conflitto — lo ha spostato su un altro tavolo, sempre giudiziario, dove ora si misurano gli interessi di chi si opporrebbe a quello stesso decreto.

Una voce critica all’interno dello stesso fronte ambientalista, commentando la sentenza gemella sulla Costa Teatina, ha messo il dito su questo punto in modo netto: un parco “istituito per via giudiziaria” rischia di restare un atto sulla carta — un involucro legale dentro cui, in assenza di un vero processo di condivisione con il territorio, può finire per consolidarsi esattamente ciò che la tutela dovrebbe impedire.

È la conclusione che vale la pena trattenere da questa storia, al netto di ogni ipotesi su chi abbia voluto cosa: un sistema che riesce a dichiarare una tutela con un comma di bilancio, ma che ha bisogno di un tribunale per farla esistere, e che produce contenzioso permanente anche dopo che il tribunale ha parlato, non è un sistema che protegge l’ambiente in modo efficace. È un sistema che ha sostituito la protezione dell’ambiente con la gestione perenne del conflitto su come — e se — proteggerlo.

Riferimenti normativi e giudiziari citati nel testo
  • L. 6 dicembre 1991, n. 394 (“legge quadro sulle aree protette”), art. 34, comma 1: meccanismo di istituzione di parchi nazionali direttamente per legge, senza necessità di intesa preventiva con le Regioni (a differenza del regime previsto da altri commi del medesimo articolo).
  • Proposta di legge C. 1964, “Ceruti ed altri”, depositata alla Camera dei Deputati il 26 novembre 1987 (X legislatura): testo base poi confluito, dopo unificazione con altre proposte concorrenti, nella l. 394/1991. Approvazione definitiva alla Camera il 20 novembre 1991; promulgazione il 6 dicembre 1991.
  • D.M. 21 settembre 1984 e D.M. 28 marzo 1985 (sottosegretario ai Beni Culturali e Ambientali Giuseppe Galasso): atti amministrativi di tutela paesaggistica, parzialmente annullati dal giudice amministrativo. D.L. 27 giugno 1985, n. 312, di correzione, convertito con modificazioni nella L. 8 agosto 1985, n. 431 (“legge Galasso”), pubblicata in G.U. n. 197 del 22 agosto 1985.
  • L. 27 dicembre 2017, n. 205 (legge di bilancio 2018), art. 1, comma 1116: ha modificato l’art. 34, comma 1, della l. 394/1991 inserendo le lettere f-bis) e f-ter), istituendo per questa via il Parco nazionale del Matese e il Parco nazionale di Portofino.
  • Parchi nazionali istituiti con analogo meccanismo e rimasti per anni privi di attuazione: Costa Teatina (l. n. 93/2001, art. 8, comma 3), Egadi, Eolie e Iblei (l. n. 222/2007, art. 6, comma 4-septies).
  • TAR Lazio, sentenza 24 ottobre 2024 (ricorso n. 1676/2024, Associazione Italia Nostra c. Ministero dell’Ambiente): ordina al Ministero di provvedere, entro 180 giorni, alla delimitazione provvisoria del Parco del Matese e alle misure di salvaguardia, con previsione di commissario ad acta in caso di ulteriore inerzia.
  • Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica n. 101 del 22 aprile 2025: perimetrazione e zonizzazione provvisoria del Parco nazionale del Matese, adottato in esecuzione della sentenza TAR di cui sopra.
  • TAR Lazio, sentenza n. 4469/2026 (10 marzo 2026): dichiara inammissibile il ricorso del consigliere regionale molisano Massimo Romano contro il decreto n. 101/2025, per carenza di legittimazione ad agire del singolo consigliere in luogo dell’ente Regione.
  • Ricorsi pendenti al TAR contro il decreto n. 101/2025: risultano, tra gli altri, i Comuni di San Lupo, Gallo Matese, Letino e Castello del Matese, Federcaccia Campania, l’ATC n. 3 di Isernia, la società Eolica San Lupo Srl, oltre a comitati locali (Comitato Allevatori e Agricoltori del Territorio, Comitato Matese Libero, Comitato No Parco di Pontelandolfo).
  • TAR Lazio, sentenza giugno 2026 (ricorso WWF c. Ministero dell’Ambiente): obbliga il Ministero a concludere entro 90 giorni il procedimento istitutivo del Parco nazionale della Costa Teatina, venticinque anni dopo la legge istitutiva del 2001. Tra le reazioni alla sentenza, la posizione critica di Augusto De Sanctis (Forum H2O), che definisce il rischio di un parco “istituito per via giudiziaria” come potenziale “operazione di greenwashing” priva di condivisione territoriale.
  • WWF Italia, Trentennale della legge quadro sulle aree protette (dicembre 2021): dossier che documenta come pattern sistemico la disomogeneità nella classificazione e nell’attuazione dei parchi nazionali italiani.
I firmatari della proposta di legge che divenne la legge quadro del 1991
Proposta di legge C. 1964, “Ceruti ed altri: Legge-quadro in materia di parchi nazionali, riserve naturali, parchi marini e riserve marine”, depositata alla Camera dei Deputati il 26 novembre 1987 (X legislatura). Primo firmatario: Gianluigi Ceruti. Cofirmatari, secondo la scheda dell’atto: Michele Boato, Filippo Caria, Guglielmo Castagnetti, Antonio Cederna, Giuseppe Cerutti, Laura Cima, Amedeo D’Addario, Guido D’Angelo, Francesco De Lorenzo, Anna Donati, Rosa Filippini, Giancarlo Galli, Gloria Grosso, Gianni Lanzinger, Renzo Lusetti, Manfredo Manfredi, Paolo Martuscelli, Gianni Mattioli, Franco Piro, Annamaria Procacci, Luciano Radi, Edo Ronchi, Francesco Rutelli, Giancarlo Salvoldi, Massimo Scalia, Chicco Testa, Bruno Zevi, Giuseppe Galasso, Natalia Levi Baldini, Giovanni Travaglini.
Osservatorio dei Vinti — Analisi
Condividi Facebook WhatsApp
Un parco in attesa di sé stesso: cosa potrebbe imparare il Matese da un linguaggio di programmazione
Visioni

Il Parco Nazionale del Matese esiste su carta da un decreto ministeriale, ma non è ancora nato nella sua forma definitiva: manca il decreto del Presidente della Repubblica, e il territorio nel frattempo si presenta frammentato. Una vicenda distante — la storia di un linguaggio di programmazione nato per hobby e diventato standard mondiale — offre un’ipotesi su come la frammentazione possa, in altri contesti, trasformarsi in coordinamento.

Visioni Governance territoriale

Un parco che non è ancora nato

Il 22 aprile 2025, Giornata della Terra, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha firmato il decreto che individua perimetrazione, zonizzazione e misure di salvaguardia del Parco Nazionale del Matese. La notizia è stata diffusa come la nascita del 25° parco nazionale italiano. Non è così, almeno non ancora: la legge quadro sulle aree protette distingue tra l’atto che prevede l’istituzione di un parco e l’atto che lo istituisce davvero, riservando quest’ultimo passaggio a un decreto del Presidente della Repubblica. Prima di quel decreto, il parco è “istituendo” — promesso, non realtà istituzionale operativa. Un’analisi giuridica pubblicata a maggio 2025 ha definito la comunicazione ministeriale che annunciava la nascita del parco “un grave sgarbo istituzionale” proprio nei confronti del Capo dello Stato, il cui atto resta l’unico a poter chiudere davvero il procedimento.

Nell’agosto 2025 è stato nominato un Comitato di gestione provvisoria, primo strumento operativo del parco in attesa della perimetrazione definitiva. A inizio 2026 un’associazione ambientalista ha richiesto pubblicamente a Regioni e Ministero di accelerare l’intesa per il decreto presidenziale, segno che il passaggio finale non è ancora avvenuto. Nel frattempo, una sentenza del TAR del Lazio del 2026 ha respinto un ricorso del Consiglio regionale del Molise contro il decreto ministeriale, confermando la correttezza tecnica del procedimento ma non risolvendo la frattura politica tra le due Regioni coinvolte.

Un territorio diviso in più direzioni

La frammentazione non corre solo lungo il confine regionale. Trenta associazioni — nazionali e locali, distribuite sulle quattro province coinvolte — hanno presentato un documento congiunto che chiede chiarimenti su tempi e modalità del decreto presidenziale e segnala di essere state escluse dall’istruttoria che ha portato al decreto ministeriale. Il sindaco di un comune del versante casertano ha pubblicamente espresso rammarico perché le richieste di zonizzazione del proprio territorio, secondo la sua versione concordate verbalmente con Ministero e ISPRA, sono state ignorate nel testo finale. Più in generale, la comunità che vive il massiccio si è divisa tra chi vede nel parco un’occasione di tutela e chi lo percepisce come un vincolo calato dall’alto, con timori concreti per le attività agricole e pastorali esistenti.

Nessuno di questi soggetti — Ministero, Regioni, comuni, associazioni, Comitato di gestione — ha agito, isolatamente, in modo scorretto. Ciascuno ha perseguito legittimamente la propria parte di competenza. Ma il risultato, a oltre un anno dal decreto ministeriale, è un parco che esiste a metà: riconosciuto, finanziabile, governato in via provvisoria, ma privo ancora dell’atto che lo renderebbe pienamente operativo, e privo soprattutto di un punto in cui le parti divergenti del territorio si siano riconosciute in un percorso comune.

Una vicenda distante: un linguaggio nato per hobby

Nel dicembre 1989, un ricercatore del CWI di Amsterdam con una settimana libera per le feste scrisse, come passatempo, l’interprete di un nuovo linguaggio di programmazione. Lo chiamò Python. Per oltre vent’anni il settore informatico lo considerò poco più che un hobby: linguaggi come C++ e Java erano lo standard per i sistemi “seri”, mentre Python restava ai margini, usato per automatizzare compiti minori. Ancora nel 2013, una conferenza europea dedicata interamente a Python ospitò un intervento intitolato “Why Python Sucks” — tenuto da un ingegnere di un’azienda concorrente — che la stessa platea di appassionati accolse con applausi, segno di quanto fosse condiviso, persino tra chi lo usava, un giudizio severo sul linguaggio.

Eppure, nello stesso periodo, comunità tecniche diverse e senza alcun coordinamento tra loro stavano costruendo, su quella base, strumenti che ne avrebbero moltiplicato il valore: librerie scientifiche nate nelle università, framework per l’apprendimento automatico sviluppati indipendentemente da un istituto di ricerca canadese, da un dottorando a Berkeley, da Google, da Facebook. Nessuno di questi soggetti operava in base a un piano comune. Ognuno risolveva un proprio problema locale, nella propria lingua tecnica, senza chiedere il permesso agli altri.

Il punto di rottura, e ciò che ne è seguito

La crescita non risolse da sola i nodi di coordinamento. Quando nel 2008 fu deciso di rendere il linguaggio incompatibile con la sua versione precedente per risolvere difetti strutturali, la transizione richiese oltre un decennio: il termine per abbandonare la vecchia versione, fissato inizialmente al 2015, dovette essere prorogato al 2020 perché gran parte dell’ecosistema — librerie, progetti, aziende — non si era ancora spostato, ciascuno in attesa che lo facessero gli altri prima. Nessuno aveva convenienza a muoversi per primo.

La soluzione non arrivò da un’autorità superiore che impose la migrazione. Arrivò da un impegno pubblico e reciproco: un gruppo di progetti, inizialmente nell’ambito scientifico, dichiarò collettivamente che entro una certa data avrebbe richiesto la nuova versione, dando ad altri progetti la sicurezza necessaria per pianificare la propria transizione senza il timore di restare isolati. L’iniziativa si estese nel tempo a tutto l’ecosistema, fino a coprire la quasi totalità dei progetti rilevanti.

Anche la guida del progetto conobbe una rottura. Il suo creatore, che per ventotto anni aveva avuto l’ultima parola su ogni decisione tecnica, si dimise nel 2018 dopo una controversia interna particolarmente dura, lasciando per alcuni mesi un vuoto di governance con decine di proposte di modifica in attesa. La comunità rispose non scegliendo un nuovo decisore unico, ma votando tra diverse proposte di governance condivisa: vinse un modello che affida le decisioni a un piccolo consiglio eletto, con l’istruzione esplicita di usare la propria autorità con parsimonia e di cercare il consenso ove possibile.

Quel linguaggio, ignorato per due decenni dalle stesse organizzazioni che oggi lo impiegano per i propri sistemi più avanzati, è oggi il più insegnato nei programmi introduttivi delle principali università statunitensi, e nel 2023 è stato integrato nativamente in uno degli strumenti per ufficio più diffusi al mondo. La critica tecnica al linguaggio non si è mai esaurita — esiste ancora oggi, pubblicamente, da parte di chi lo considera tuttora inferiore ad alternative più recenti. La sua diffusione non ha chiuso il dibattito sui suoi limiti: è cresciuta insieme a quel dibattito, non al posto di esso.

Un limite dichiarato

Il parallelo qui proposto unisce due domini molto diversi: la governance di un software open source e la governance pubblica di un territorio protetto. Nel primo caso, i soggetti coinvolti partecipavano per scelta volontaria; nel secondo, residenti e amministrazioni non hanno la stessa libertà di “non aderire” al vincolo istituzionale. La distanza tra i due casi è reale e non va minimizzata: ciò che segue è un’ipotesi sul meccanismo astratto del coordinamento, non un’equivalenza tra le due situazioni.

Cosa rende possibile il confronto

Ciò che rende questa vicenda pertinente non è la tecnologia in sé, ma il meccanismo che ha permesso a soggetti diversi, senza un’autorità comune sopra di loro e senza nemmeno conoscersi in molti casi, di convergere su una direzione condivisa dopo anni di frammentazione. Due elementi distinti hanno reso possibile quella convergenza: un impegno pubblico e reciproco tra le parti coinvolte, che ha dato a ciascuna la sicurezza di non restare isolata muovendosi per prima; e una regola di governance scelta collettivamente, non imposta da un singolo centro, capace di sostituire un coordinamento fragile e concentrato con uno distribuito e duraturo.

Nessuno di questi due elementi è una tecnologia. Nessuno richiede uno specifico ente, piattaforma o progetto per esistere. Sono entrambi, semmai, una scelta procedurale: il primo risponde alla domanda “chi si muove prima, se nessuno ha la garanzia che gli altri lo seguano”, il secondo alla domanda “chi decide, quando chi decideva prima non può più farlo, o non lo fa più nell’interesse di tutti”.

Il Matese, oggi, è esattamente nel punto in cui Python si è trovato più volte: un insieme di soggetti — Regioni, comuni, associazioni, comitato di gestione — ciascuno legittimo nella propria parte, ciascuno in attesa di un segnale dagli altri prima di muoversi, e un atto finale — il decreto presidenziale — che dipende da un’intesa che ancora non si è compiuta.

È una speranza, non una previsione. Nulla in questa vicenda dimostra che il Matese troverà il proprio equivalente di un impegno reciproco dichiarato, o di una regola di governance condivisa. Dimostra soltanto che altrove, in un dominio del tutto diverso, una frammentazione altrettanto reale è stata superata non da un’autorità che ha imposto l’ordine, ma da chi era frammentato e ha scelto, volontariamente, di smettere di esserlo.

Resta aperta, e questa Visione non la chiude, la domanda su quale forma concreta potrebbe prendere, per il Matese, un impegno reciproco tra Regioni, comuni e associazioni, o una regola di governance condivisa che non dipenda dalla buona volontà di un singolo decreto. Restano aperte anche le domande su chi dovrebbe proporla, e su cosa accadrebbe se il territorio, ancora una volta, scegliesse di non rispondere.

Questa Visione nasce da un’analisi verificata su fonti primarie, istituzionali e di stampa, elencate di seguito. L’ipotesi che ne deriva è dichiarata come tale: un’interpretazione possibile e un augurio esplicito, non una conclusione dimostrata né una previsione.

Fonti
  • Legge 6 dicembre 1991, n. 394, artt. 2, 7, 8, 34 (legge quadro sulle aree protette)
  • Legge 27 dicembre 2017, n. 205, art. 1, comma 1116 (istituzione del Parco Nazionale del Matese)
  • Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica prot. n. 101 del 22 aprile 2025
  • TAR Lazio, sentenza n. 04469/2026
  • greenreport.it, “L’istituzione del Parco nazionale del Matese in realtà è ancora lontana”, maggio 2025
  • Associazione Culturale La Terra, documento congiunto di 30 associazioni del territorio del Matese, 2026
  • L’AltraMontagna, “L’Italia ha un nuovo Parco Nazionale…”, aprile 2025
  • Python Software Foundation, “Sunsetting Python 2”, python.org
  • The Python 3 Statement, python3statement.github.io
  • LWN.net e Linux Journal, cronache delle dimissioni di Guido van Rossum da BDFL, luglio 2018
  • Philip Guo, “Python is Now the Most Popular Introductory Teaching Language at Top U.S. Universities”, Communications of the ACM, 7 luglio 2014
  • Microsoft, “Announcing Python in Excel”, techcommunity.microsoft.com, 23 agosto 2023
Condividi Facebook WhatsApp
Il corpo senza centro: quando chi decide non risponde di cosa accade dopo
Visioni

Cinque episodi distanti per materia, scala e geografia condividono lo stesso schema: l’atto che istituisce un vincolo o un riconoscimento raramente porta con sé chi dovrà sostenerne il peso nel tempo. Un’analisi verificata, e un’ipotesi dichiarata che resta tale.

Visioni Governance territoriale

Non è nato come un confronto. È nato osservando, in sequenza e per ragioni di lavoro editoriale diverse tra loro, episodi che non avevano in apparenza nulla in comune: una sentenza amministrativa sulla costa abruzzese, la demolizione di un albergo abusivo sulla costiera amalfitana di vent’anni prima, il destino di una legge sul paesaggio del 1985, un convegno sulla pastorizia transumante in un piccolo comune del Sannio. Materie diverse, decenni diversi, attori diversi. Ma con un’insistenza che a un certo punto ha smesso di sembrare casuale.

Il Parco della Costa Teatina, venticinque anni dopo

Con la sentenza n. 335/2026, il TAR Abruzzo ha accolto un ricorso del WWF Italia e imposto al Ministero dell’Ambiente un termine perentorio di novanta giorni per concludere l’iter istitutivo del Parco Nazionale della Costa Teatina, previsto dalla legge 93 del 2001. Venticinque anni separano la legge dalla sua prima reale esecuzione. Il vincolo non era mai stato negato nel merito: era semplicemente rimasto senza nessuno che, nel tempo, ne portasse a termine l’attuazione, fino a che un giudice non ha dovuto imporla.

Una vittoria, poi una sequenza incerta

L’Hotel Fuenti. Demolito nel 1999 dopo un contenzioso durato circa trent’anni, l’abbattimento dell’albergo abusivo sulla costiera amalfitana è ricordato come una delle prime “eco-vittorie” del movimento ambientalista italiano, e la parola coniata per descriverlo — “ecomostro” — è entrata nel linguaggio comune. Ma la demolizione fu solo parziale: l’ala più visibile dal mare venne abbattuta, il basamento restò in piedi. Nel 2004 una conferenza dei servizi con 24 enti approvò un progetto di restauro paesaggistico presentato dalla stessa proprietà Mazzitelli — il “Parco del Fuenti” — che prevedeva, tra l’altro, uno stabilimento balneare; la Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici autorizzò la struttura, entrata in funzione nell’estate del 2009. L’anno seguente la stessa Soprintendenza emise un secondo parere, di segno opposto, riconoscendo che il primo nulla osta era stato concesso sulla base di un errore di qualificazione dell’area indotto dal Comune di Vietri. La struttura chiuse e il contenzioso proseguì fino al Consiglio di Stato, che nel 2017 ribaltò le decisioni dei giudici amministrativi inferiori e autorizzò in via definitiva il progetto, poi effettivamente realizzato a partire dal 2019. Qui la tutela non è mancata in modo semplice: è stata concessa, poi ritirata dallo stesso ente per un proprio errore riconosciuto, poi imposta da un giudice di ultima istanza tredici anni dopo la prima autorizzazione. Non l’assenza di un controllo, ma la sua discontinuità nel tempo, è ciò che il caso mostra con più chiarezza.

Il vincolo che dura più di quanto previsto

La legge Galasso. La legge 431 del 1985 impose un vincolo paesaggistico automatico su intere categorie di territorio — coste, fiumi, montagne — e previde che le Regioni adottassero, entro un anno, i piani paesistici destinati a sostituire quel regime transitorio con una disciplina stabile. Quel termine, nella maggior parte delle Regioni, non fu rispettato: ancora nel 2008, oltre vent’anni dopo, solo sei Regioni su venti avevano piani approvati in conformità con la normativa successiva. Il vincolo transitorio restò in vigore, prorogato anno per anno, per un tempo molto più lungo di quello per cui era stato concepito. Non si trattò di un’area lasciata scoperta: il divieto, nella sua formulazione originaria, era totale. Ma un divieto pensato per durare un anno e prorogato per oltre un decennio è una norma diversa, nei fatti, da quella che il legislatore aveva scritto — e la sua autorità reale sul territorio ne risente, indipendentemente dalla sua severità sulla carta.

Un convegno, cinque registri che non si toccano

Santa Croce del Sannio, 25 giugno 2026. Nel convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, promosso nell’ambito del progetto Tracce, si sono confrontati un direttore di istituto culturale, un rappresentante del Ministero dell’Agricoltura, un delegato FAO, due allevatrici attive sul campo e la presidente di un’associazione di filiera agroalimentare. Ognuno ha parlato con piena legittimità nel proprio registro: il riconoscimento UNESCO del 2019, un fondo ministeriale di due milioni di euro, la designazione ONU 2026 come Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori, la domanda di una giusta remunerazione per chi sostiene il costo della tutela ambientale. Dal lato di chi gestisce gli animali ogni giorno, però, è arrivata una fotografia diversa: sistemi informatici inadeguati alla gestione di transumanze verticali su larga scala, incongruenze normative che complicano la movimentazione del bestiame. Come ha registrato la cronaca di quella giornata, “nessuno degli interventi affronta esplicitamente il tema di come” gli strumenti istituzionali richiamati “si traducano, o se si traducano, in capacità di intervento effettiva sulle criticità operative descritte dagli allevatori presenti”.

Un limite del metodo, dichiarato

I cinque episodi qui raccolti non costituiscono un campione sistematico. Sono stati incontrati per via aneddotica, nel corso di un lavoro editoriale orientato ad altri obiettivi, e accostati perché mostravano una ricorrenza che ha smesso di sembrare casuale — non perché selezionati secondo un criterio statistico capace di misurare quanto il fenomeno sia diffuso, né quanto spesso, all’opposto, l’esecuzione abbia invece tenuto. Quanto segue va letto come ipotesi costruita su questa base parziale, non come conclusione verificata su scala nazionale.

Dall’analisi all’ipotesi

Nei cinque episodi non emerge nessuna evidenza di malafede da parte di chi ha agito. Il Parlamento che scrive una legge di tutela, il giudice che ne impone l’esecuzione, l’associazione che porta un caso in tribunale, l’istituto che riconosce un patrimonio immateriale, il ministero che istituisce un fondo: ciascuno di questi soggetti, osservato isolatamente, compie un atto legittimo e per lo più necessario nel proprio ambito di competenza. Il punto in cui lo schema si rompe non è dentro nessuno di questi atti. È nello spazio tra di essi — nel passaggio, quasi mai previsto in modo vincolante, tra il momento in cui un obbligo viene creato e il momento, molto più lungo, in cui qualcuno dovrebbe risponderne nel tempo.

È un’immagine clinica, più che poetica, a descriverlo meglio di altre: non una paralisi, dove la forza manca, ma un’atassia, dove la forza è presente in ogni singolo arto ma la coordinazione tra gli arti è assente. Un corpo che si muove così non cade per debolezza. Cade perché nessuna delle sue parti, per quanto sana, riceve informazione su cosa stanno facendo le altre, né è responsabile delle conseguenze che il proprio movimento produce sul resto del corpo.

Da qui nasce un’ipotesi, e va trattata come tale: non un cervello unico che decida per tutte le parti — soluzione che concentrerebbe altrove un potere, con rischi propri — ma una regola che lega strutturalmente l’atto che istituisce un obbligo alla responsabilità di chi lo istituisce per la sua esecuzione nel tempo. Non un’intelligenza che si sovrappone al sistema dall’alto, ma un vincolo che attraversa ogni singolo atto, fin dalla sua scrittura.

È una speranza, non un fatto accertato. Nessuno dei cinque episodi qui raccolti dimostra che una correzione di questo tipo sia possibile, né che basterebbe a risolvere lo schema osservato. Dimostrano solo che lo schema si ripete, in forme diverse, da almeno quarant’anni.

Resta aperta, e questa Visione non la chiude, la domanda su quale forma debba prendere quella responsabilità — se normativa, finanziaria, di controllo terzo, o di natura diversa da queste. Restano aperte anche le domande, altrettanto legittime, su chi dovrebbe imporla, e su cosa accadrebbe se la stessa regola di responsabilità diventasse, a sua volta, un nuovo vincolo senza nessuno che ne risponda.

Questa Visione nasce da un’analisi verificata su fonti primarie e di stampa, elencate di seguito, e da un’osservazione diretta riportata in altro articolo già pubblicato su questa testata. L’ipotesi che ne deriva è dichiarata come tale: un’interpretazione possibile, non una conclusione dimostrata.

Fonti
  • TAR Abruzzo, sez. Pescara, sentenza n. 335/2026 (22 giugno 2026)
  • Legge 9 dicembre 1991, n. 394, art. 34, comma 3
  • Legge 8 agosto 1985, n. 431 (legge Galasso), artt. 1-bis, 1-ter, 1-quinquies
  • D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, Codice dei beni culturali e del paesaggio
  • ivinti.it, “Transumanza e aree interne: dal patrimonio immateriale alla domanda di un modello economico”, 27 giugno 2026
  • Rassegna stampa su Parco Nazionale della Costa Teatina, giugno 2026 (WWF Italia, Legambiente Abruzzo, testate locali abruzzesi)
  • Consiglio Regionale della Campania, “I precedenti del caso Fuenti” (cronologia degli atti amministrativi e giudiziari 1968-1999)
  • Positanonews / Corriere del Mezzogiorno, “Fuenti può diventare stabilimento balneare, lo dice il Consiglio di Stato” (sentenza Consiglio di Stato, 2017)
  • Il Fatto Quotidiano, “C’era una volta il Fuenti, l’ecomostro cattivo” (26 agosto 2009)
Condividi Facebook WhatsApp
Transumanza e aree interne: dal patrimonio immateriale alla domanda di un modello economico

Convegni

Il convegno di Santa Croce del Sannio mette a confronto istituzioni, allevatori e ricerca su un nodo comune: la transumanza come infrastruttura di sviluppo, non come reperto da museo

Pastorizia Aree interne UNESCO Transumanza

Si è svolto il 25 giugno 2026 a Santa Croce del Sannio il convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, promosso nell’ambito del progetto “Tracce” sulla transumanza digitale (programma su tracce.cloud), occasione di confronto tra rappresentanti istituzionali, allevatori e ricercatori sul tema della transumanza come elemento di sviluppo per le aree interne del Mezzogiorno. Gli interventi, pur provenendo da prospettive distinte — istituzionale, imprenditoriale, accademica e internazionale — convergono su una tesi comune, che attraversa l’intero convegno: la transumanza non va trattata come reperto storico da tutelare in chiave museale, ma come infrastruttura economica e territoriale potenzialmente riattivabile.

La cornice istituzionale: dal riconoscimento UNESCO al fondo ministeriale

Ad aprire i lavori è Leonardo Ventura, direttore dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, che richiama il riconoscimento ufficiale della transumanza nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale UNESCO, ottenuto nel 2019. Ventura inquadra l’azione dell’Istituto come supporto tecnico ai progetti già in corso sul territorio, in particolare quelli promossi da Nicola Di Niro, e individua nella valorizzazione territoriale — più che nella sola salvaguardia della pratica tradizionale — l’obiettivo prioritario.

Sulla stessa linea si muove l’intervento del rappresentante del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (D’Eramo), che dà conto di uno strumento concreto già attivo: un fondo di 2 milioni di euro destinato ai comuni per il recupero di stazioni di sosta, masserie tratturali e rifugi pastorali. Viene inoltre segnalata un’iniziativa parlamentare per l’istituzione di un Fondo Nazionale delle Terre Rurali d’Italia, orientata alla conservazione delle competenze tecniche della pastorizia estensiva.

Il dato istituzionale più rilevante emerso dal convegno riguarda però una cornice internazionale, non nazionale: il 2026 è stato dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (International Year of Rangelands and Pastoralists), con risoluzione adottata il 15 marzo 2022 su iniziativa della Mongolia e con il sostegno di 68 paesi co-firmatari. La FAO è stata designata agenzia guida per l’attuazione del programma, lanciato formalmente a Roma il 3 dicembre 2025. Gregorio Velasco, intervenuto in rappresentanza della FAO, ha richiamato questa cornice come opportunità di visibilità politica per il settore pastorale, sottolineando che i sistemi pastorali sono presenti in oltre il 75% dei paesi del mondo, coinvolgono circa 200 milioni di persone e gestiscono una quota significativa della superficie terrestre globale, con funzioni ecosistemiche dirette — sequestro del carbonio, conservazione della biodiversità, prevenzione degli incendi.

La ricostruzione storica: dai faldoni della Provincia di Foggia alla rete UNESCO

L’intervento di Nicola Di Niro fornisce la chiave narrativa del convegno e ne spiega l’origine. Il racconto parte da un’osservazione diretta nel 2003 della transumanza ancora praticata dalla famiglia Colantuono tra Molise e Puglia — circa 450 bovini di razza podolica spostati a piedi secondo modalità tramandate da generazioni. Da quell’osservazione nasce una ricerca d’archivio: documentazione di fine Ottocento conservata negli archivi della Provincia di Foggia, che attesta in modo puntuale i percorsi dei tratturi storici. Secondo Di Niro, questi documenti dimostrano che la transumanza non costituiva solo una pratica pastorale, ma una rete geografica strutturata che collegava l’intero Mezzogiorno, dall’Abruzzo alla Puglia fino alla Calabria, e che ha influenzato la formazione di insediamenti urbani lungo i percorsi — tra gli esempi citati, Latina, Matera, Campobasso e Isernia.

Da questa ricerca documentale è derivato un progetto internazionale, con il coinvolgimento di Francia, Spagna, Grecia e Svezia, che ha condotto al riconoscimento UNESCO del 2019. Di Niro propone una lettura della transumanza non come pratica residuale, ma come modello da aggiornare attraverso strumenti tecnologici — monitoraggio satellitare o con drone degli spostamenti, sensoristica per il controllo sanitario del bestiame — funzionali a un’economia legata al turismo lento e alla valorizzazione di filiere agroalimentari di qualità, come il caciocavallo podolico. La proposta più esplicita riguarda il ruolo delle nuove generazioni, da intendersi non come continuatori della pastorizia tradizionale ma come gestori integrati del territorio, capaci di coniugare agricoltura, artigianato e accoglienza.

La voce degli allevatori: isolamento, burocrazia, squilibrio di filiera

Se la componente istituzionale e progettuale del convegno guarda al futuro, gli interventi degli allevatori restituiscono una fotografia più immediata delle criticità operative. Manuela Cozzi, attiva in Abruzzo da quasi cinquant’anni nell’economia pastorale delle aree marginali, individua nell’isolamento e nell’invecchiamento della popolazione di allevatori la fragilità principale del settore, con conseguenze dirette sulla tenuta economica e ambientale dei territori montani. Cozzi richiama inoltre la pressione concorrenziale di capi importati non soggetti agli stessi standard di benessere animale, e descrive ostacoli amministrativi concreti — sistemi informatici non adeguati alla gestione di transumanze verticali su larga scala, con incongruenze normative che complicano la movimentazione degli animali.

Un punto specifico merita di essere segnalato come dichiarazione della relatrice, da verificare indipendentemente prima di un eventuale utilizzo come dato consolidato: secondo Cozzi, il volume di vendita di arrosticini in Abruzzo supererebbe il miliardo di pezzi all’anno, a fronte di una drastica riduzione dei capi di bestiame effettivamente presenti sul territorio. Il punto, così come posto, serve a illustrare uno squilibrio di filiera — la crescita del business legato ai prodotti della pastorizia a fronte della contrazione del numero di allevatori — più che a fornire una misura statistica verificata.

Cozzi richiama infine un percorso normativo già avviato in Abruzzo circa trentacinque anni fa, con il riconoscimento legislativo di agricoltura biologica, fattorie didattiche e fattorie sociali, presentato come precedente di multifunzionalità agricola applicabile anche al contesto attuale.

Il nodo generazionale e la critica al modello agricolo intensivo

Nadia Savino, presidente di Slow Food Benevento e già collaboratrice FAO, porta nel convegno una prospettiva biografica che si fa argomento generale: la sua generazione, originaria delle aree interne irpine, è stata storicamente orientata a lasciare il territorio per ragioni di studio e lavoro. Savino inquadra la propria scelta di rientro e di avvio di un’azienda agricola come parte di una più ampia esigenza di modelli alternativi alla agricoltura intensiva, che secondo l’intervento non sarebbe in grado di sostenere la domanda alimentare globale prevista per il 2050.

L’intervento individua due ordini di problemi per le aree interne. Il primo è la mancanza di un orizzonte progettuale di lungo periodo, attribuita a una politica orientata alla scadenza elettorale piuttosto che alla pianificazione strutturale. Il secondo riguarda la sostenibilità economica delle filiere agroecologiche e biologiche, che secondo Savino devono ancora dimostrare piena autonomia economica, al di là della qualità del prodotto. Savino richiama il principio di Slow Food — “buono, pulito e giusto” — sottolineando che la componente ancora da consolidare è quella della giusta remunerazione, sia per il consumatore che per chi assume il costo della tutela ambientale e sociale.

Temi trasversali e nodi aperti

Letti nel complesso, gli interventi del convegno restituiscono alcuni nodi comuni che attraversano prospettive istituzionali, imprenditoriali e accademiche diverse tra loro:

  • Riconversione funzionale del patrimonio immateriale. Il riconoscimento UNESCO del 2019 viene sistematicamente presentato non come punto di arrivo simbolico, ma come premessa per un modello economico da costruire — turismo lento, filiere agroalimentari, gestione tecnologica del bestiame.
  • Squilibrio tra valore di filiera e tenuta della base produttiva. Più interventi convergono, con angolazioni diverse, sulla distanza tra la crescita del valore economico legato ai prodotti della pastorizia e la contrazione strutturale del numero di allevatori attivi sul territorio.
  • Deficit infrastrutturale e amministrativo. Le criticità segnalate da chi opera direttamente nel settore — sistemi informatici inadeguati, incongruenze normative nella movimentazione del bestiame — indicano una distanza tra la cornice di riconoscimento culturale e gli strumenti amministrativi concreti a disposizione degli operatori.
  • Domanda di ricambio generazionale, non di replica del modello tradizionale. Sia Di Niro sia Savino, da prospettive diverse, propongono una figura di operatore agricolo che integra competenze gestionali, tecnologiche e di accoglienza, distinta dalla figura tradizionale del pastore.
  • Cornice multilivello. Il convegno mette in relazione strumenti di scala molto diversa — un fondo ministeriale da 2 milioni di euro, un’iniziativa parlamentare nazionale, una designazione ONU di portata globale — senza che dagli interventi emerga un’articolazione chiara di come questi livelli debbano coordinarsi operativamente sul territorio.

Resta sullo sfondo, e non risolta dal convegno, la questione della scala temporale: gli strumenti istituzionali richiamati — fondo ministeriale, iniziativa parlamentare, Anno Internazionale ONU — operano su orizzonti e per importi molto diversi tra loro, e nessuno degli interventi affronta esplicitamente il tema di come si traducano, o se si traducano, in capacità di intervento effettiva sulle criticità operative descritte dagli allevatori presenti.

Convegno: “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio” — Santa Croce del Sannio. Relatori: Leonardo Ventura (Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale), Nicola Di Niro, Manuela Cozzi (La Porta dei Parchi), Nadia Savino (Slow Food Benevento), Gregorio Velasco (FAO), D’Eramo (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste).

ivinti.it — redazione

Condividi Facebook WhatsApp
Il Matese e la programmazione che non arriva: da dove parte questa serie

Analisi · Osservatorio dei Vinti

A Raviscanina, un memo tecnico lasciato a un funzionario comunale segnala che il 30 giugno 2026 — pochi giorni da oggi — scade il termine per approvare il Piano Urbanistico Comunale previsto dalla L.R. 13/2025. È una scadenza che riguarda un solo comune, su un solo procedimento amministrativo. Ma lo stesso giorno in cui scriviamo, secondo i dati regionali più recenti, oltre un terzo dei comuni della Campania si trova ancora in una fase preliminare dello stesso percorso. Non è un’eccezione locale: è la stessa difficoltà, ripetuta su scala.

Aggiornamento — 2 luglio 2026

Dopo la pubblicazione di questo articolo, la Regione Campania ha disposto un’ulteriore proroga dei termini per i PUC. La Legge regionale 27 marzo 2026, n. 2 (BURC n. 16 del 30.03.2026), all’articolo 28, modifica il comma 2 dell’articolo 44 della L.R. 16/2004: il termine per l’adozione slitta dal 31 dicembre 2025 al 31 dicembre 2026, e quello per l’approvazione dal 30 giugno 2026 al 30 giugno 2027. La scadenza del 30 giugno 2026 citata nel testo che segue, quindi, non è più in vigore al momento in cui scriviamo: il termine amministrativo per Raviscanina e per gli altri comuni citati è ora il 30 giugno 2027. Il quadro descritto in questo articolo — il disallineamento tra scadenze urbanistiche e altri procedimenti regionali — resta invariato nella sostanza; cambia solo la data limite specifica.

Questo articolo apre una serie che proverà a guardare quella difficoltà da più distanza, e a chiedersi se abbia una storia più lunga di quanto un singolo PUC in ritardo lasci intuire.

Lo scenario storico, altrove

Il punto da cui partire non lo scriviamo da zero. Su matese.bike una miniserie recente — “Prima e dopo la cura” — ha già ricostruito in quattro episodi il sistema economico del Matese preunitario: l’industria laniera e cotoniera del versante campano (il cotonificio Egg di Piedimonte d’Alife, dal 1812 il più grande del Mezzogiorno), l’economia armentizia del versante molisano legata alla transumanza verso il Tavoliere, e la cerniera artigianale sannita che li connetteva. La stessa serie documenta poi, con atti normativi datati, il decennio 1861-1870 in cui quel sistema viene smontato — tariffa doganale, alienazione dei demani, leva militare, brigantaggio — e chiude con i numeri dei censimenti: tutti i comuni del massiccio, su entrambi i versanti, hanno perso tra il 70 e il 76 per cento della popolazione tra il 1861 e oggi.

Chi vuole il quadro narrativo completo, con nomi, date e luoghi, lo trova in quella sede. Qui ci interessa una domanda diversa.

Una premessa necessaria: la questione meridionale

Chiedersi cosa sia cambiato nel Matese tra il 1860 e oggi significa toccare, inevitabilmente, un terreno storiografico aperto da oltre un secolo e mai chiuso: la cosiddetta questione meridionale. Su questo terreno esistono posizioni difficilmente riconciliabili. Il meridionalismo classico — Nitti, Salvemini, Gramsci — riconosce che il divario tra Nord e Sud preesisteva all’Unità, ma ne attribuisce l’aggravamento alle politiche post-unitarie; questa lettura è stata in larga parte contestata dalla storiografia successiva, in particolare da Rosario Romeo. Negli ultimi decenni, un revisionismo di matrice neoborbonica ha riproposto l’idea di un Regno delle Due Sicilie economicamente più solido di quanto raccontato, utilizzando talvolta dati — come le riserve auree citate da Nitti, o il presunto debito pubblico nullo del Regno — che la storiografia economica considera in buona parte superati o imprecisi nella loro formulazione più diffusa.

Non prendiamo posizione in questo dibattito, e non ne abbiamo gli strumenti. Il punto su cui la storiografia più equilibrata converge è più semplice e più utile per questa serie: il divario Nord-Sud è un fatto di lunga durata, antecedente al 1861, che l’Unità ha ereditato e non semplicemente creato — senza che questo autorizzi né l’immagine di un Sud “ricco e felice” poi saccheggiato, né quella, altrettanto infondata, di un Sud arretrato per ragioni intrinseche. Questa serie non intende stabilire chi avesse ragione nel 1861. Il suo oggetto è più stretto, e più verificabile con gli strumenti che abbiamo: cosa succede, oggi, quando un territorio deve programmarsi — e se quella difficoltà abbia un pattern riconoscibile anche nel passato.

La domanda: un problema di comunicazione tra istituzioni

Il caso VIRI di Raviscanina, esaminato in dettaglio nei prossimi capitoli, non riguarda un’amministrazione comunale isolata che non riesce a fare il proprio lavoro. Riguarda una rete di scadenze e procedimenti che si intrecciano e raramente si parlano: la L.R. 13/2025 fissa al 30 giugno 2026 il termine per l’approvazione dei PUC; nello stesso periodo la Regione Campania porta avanti, con la DGR 746/2025 e una sua rettifica del maggio 2026, l’adozione preliminare del Piano Paesaggistico Regionale — un quadro prescrittivo nuovo che dialoga poco, nei tempi, con la scadenza urbanistica comunale. Sul versante molisano del Parco Nazionale del Matese il problema è anche più strutturale: la Regione non ha mai approvato una legge urbanistica organica paragonabile a quella campana, e nel periodo 2018-2021 il tasso di rinnovo della pianificazione comunale in Molise è stato dello zero per cento.

Non è un’osservazione isolata. La letteratura sulla governance delle aree interne italiane descrive da anni un problema simile su scala nazionale. Sulla Strategia Nazionale Aree Interne — lo strumento che riguarda anche il Matese, diviso tra l’area “Alto Matese” in Campania e l’area “Matese” in Molise — è stato scritto che il suo “basso successo” è in larga parte dovuto a difficoltà di concertazione e di dialogo istituzionale tra centro e periferia, e a tempi di coordinamento che i diversi livelli di governo non riescono a sincronizzare tra loro. Lo stesso governo nazionale, con la Delibera CIPESS 41/2022, ha dovuto intervenire per “superare le criticità applicative” degli Accordi di Programma Quadro attraverso cui Stato, Regioni e Comuni si erano impegnati ad attuare le strategie d’area: un atto che certifica, da fonte istituzionale, che il meccanismo di coordinamento originario non stava funzionando.

La domanda che apre questa serie è dunque questa: esiste, dietro casi come quello di Raviscanina, una mancata comunicazione interistituzionale — verticale, tra i livelli di governo, e orizzontale, tra enti dello stesso livello — che impedisce a un territorio di programmarsi anche quando le condizioni e le risorse per farlo, almeno sulla carta, sono presenti? E se questo blocco è già descritto come fenomeno diffuso nelle aree interne italiane, il Matese — diviso tra due Regioni con impianti normativi scollegati, e tra una pluralità di enti che raramente sincronizzano le proprie scadenze — ne è un caso particolarmente nitido?

Cosa proveremo a verificare, capitolo per capitolo

Il disallineamento normativo regionale. Come la scadenza PUC e l’avanzamento del PPR campano, pur appartenenti allo stesso livello istituzionale, procedano su binari temporali che raramente si incontrano.

L’asimmetria Campania/Molise. Come due Regioni che si dividono lo stesso massiccio e lo stesso Ente Parco affrontino la pianificazione comunale con strumenti normativi di forza completamente diversa.

Il caso VIRI come istanza locale. Cosa succede, concretamente, quando questi disallineamenti si scaricano su un singolo comune e su una singola finestra di opportunità.

La rappresentanza del territorio. Su matese.bike è stato pubblicato un report che stima un rapporto di un associato delle grandi sigle ambientaliste ogni 36-43 residenti nei comuni del Parco. È un dato che intende verificare in modo indipendente, con metodo proprio, in un capitolo dedicato — non lo adottiamo qui.

Non sappiamo, in questa fase, se la risposta sarà positiva su tutti i fronti, parziale, o se distinguerà nettamente le cause amministrative da quelle strutturali. È esattamente questo che la serie dovrà documentare, capitolo dopo capitolo, con le carte che ogni fase storica e amministrativa ha lasciato a disposizione — senza presupporre la conclusione prima di aver verificato i dati.

Se un Piano Urbanistico Comunale non si scrive entro la scadenza, la domanda non riguarda solo l’ufficio tecnico che doveva scriverlo. Riguarda anche chi, sopra quel comune, avrebbe dovuto parlargli per tempo — e non l’ha fatto.

Fonti citate in questo articolo

Matese.bike, miniserie “Prima e dopo la cura” (episodi I-IV, 2026) · L.R. Campania 13/2025 e L.R. 16/2004 art. 44 · L.R. Campania 2/2026 (BURC n. 16 del 30.03.2026), art. 28 · DGR Campania 746/2025 e rettifica maggio 2026 · ANCI/Openpolis, dati pianificazione comunale Molise 2018-2021 · Regional Economy, “I ritardi della strategia nazionale per le aree interne” · Delibera CIPESS 41/2022 · Matese.bike, “Chi decide sul Matese: 1 associato su 36 residenti” (maggio 2026) · M.C. Schisani, “La finanza pubblica napoletana tra centro e periferia. Piedimonte d’Alife durante il regno di Ferdinando II (1830-59)”, ESI, 1995.

Condividi Facebook WhatsApp
Pascolo e orchidee: cosa dice la letteratura scientifica mondiale
Analisi · Biodiversità

Tre decenni di studi demografici su prati e orchidee mostrano che il pascolo non è né una minaccia né una tutela in assoluto: il segno dell’effetto dipende dalla specie pascolante, dalla stagione e dalla scala — non dal pascolo in sé.

AnalisiBiodiversitàLetteratura scientifica ivinti.it — giugno 2026

Quando un ente decide di vietare o consentire il pascolo in un’area protetta per la tutela di una specie vegetale, la decisione viene quasi sempre raccontata in termini semplici: l’animale pascolante danneggia, o non danneggia, la pianta che si intende proteggere. La letteratura scientifica accumulata su questo tema nell’arco di oltre tre decenni racconta qualcosa di più articolato, e merita di essere riportata per quello che è — un corpo di conoscenza internazionale, indipendente da qualunque controversia locale — prima che venga invocata, in un senso o nell’altro, per sostenere decisioni specifiche su territori specifici.

Questa rassegna si concentra su un gruppo di piante per cui la presenza sul massiccio del Matese è documentata con certezza — le orchidee spontanee di prateria, in particolare i generi Ophrys, Orchis, Anacamptis e Dactylorhiza — ma cerca deliberatamente le fonti al di fuori del contesto geografico locale. L’obiettivo non è valutare un caso specifico, ma offrire al lettore gli strumenti concettuali con cui qualunque caso, ovunque si presenti, andrebbe valutato.

Una domanda che la ricerca pone da decenni, senza una risposta univoca

Una rassegna pubblicata nel 2023 su Frontiers in Ecology and Evolution, basata su un esperimento di pascolo equino condotto per dodici anni su una prateria calcarea della Germania centrale, inquadra il problema con chiarezza: si tratta di una questione dibattuta da tempo nella conservazione, cioè se il disturbo prodotto da un animale al pascolo influisca sulle specie rare in modo negativo oppure, a intensità adeguate, in modo positivo. Gli stessi autori notano che gli studi che hanno seguito le dinamiche di popolazioni di orchidee sotto regimi di pascolo per più anni sono pochi, e che i risultati ottenuti sono contrastanti tra loro.

Il contrasto più citato in questa letteratura riguarda due studi di rara qualità metodologica, per la durata dell’osservazione: uno, condotto in Inghilterra, ha seguito la stessa popolazione di un’orchidea per 32 anni; l’altro, condotto sull’Appennino centrale italiano, ha analizzato gli effetti dell’abbandono e del pascolo su un arco di 30 anni. Le conclusioni divergono. Capire perché è il modo più solido per rispondere alla domanda di fondo.

Il caso più documentato: bovini, ovini e la stessa orchidea nello stesso luogo

Lo studio più informativo reperito in questa rassegna non confronta semplicemente “pascolo sì” con “pascolo no”: confronta due specie animali diverse sullo stesso sito, nel tempo. Michael Hutchings ha seguito per 32 anni una popolazione della rara orchidea spider precoce (Ophrys sphegodes) in Inghilterra, in un sito che è stato gestito prima con pascolo bovino, dal 1975 al 1979, e poi con pascolo ovino, dal 1980 al 2006. Il risultato numerico è netto: l’emivita media delle coorti di piante nate negli anni di pascolo bovino è risultata significativamente più breve di quella delle coorti nate sotto pascolo ovino — circa venti mesi contro quasi tre anni.

La spiegazione meccanicistica, ricostruita in una successiva rassegna botanica dedicata alla specie, chiarisce perché due animali pascolanti producano effetti così diversi sulla stessa pianta. I bovini danneggiano l’orchidea in tre modi distinti: il loro modo di pascolare tende a strappare intere piante, comprese le parti sotterranee; il loro peso provoca danni meccanici ai tuberi quando calpestano i sottili suoli calcarei tipici di questi prati; e la loro massa tende a causare smottamenti del terreno sui pendii, soprattutto con tempo umido, danneggiando le connessioni tra le radici della pianta, i funghi simbionti di cui l’orchidea ha bisogno per germinare, e il substrato. Le pecore, al contrario, brucano le foglie molto vicino al suolo lasciando un tappeto erboso corto — il che riduce la competizione per la luce con altre piante — ma lasciano intatti i tuberi sotterranei, permettendo alla pianta di rigenerare foglie e steli fiorali l’anno successivo.

Un dettaglio aggiuntivo, spesso assente dalle sintesi divulgative di questo studio, riguarda la stagionalità: il pascolo ovino che ha invertito il declino della popolazione veniva praticato durante quasi tutto l’anno, con un’unica esclusione nei tre mesi di fioritura e fruttificazione, tra maggio e luglio. Non è quindi il pascolo ovino in sé a essere protettivo, ma il pascolo ovino calibrato per evitare la finestra riproduttiva della pianta.

Lo stesso animale può essere una minaccia o una tutela per la stessa pianta, a seconda di tre variabili indipendenti dalla specie: il peso e il modo di calpestare, la stagione in cui avviene il pascolo, e la possibilità che la pianta rigeneri dopo il passaggio dell’animale.

Il caso italiano: la stagione, non l’animale, come fattore di rischio

Lo studio più rilevante per il contesto matesino non riguarda il Matese, ma la stessa catena appenninica: Andrea Catorci, Sabrina Cesaretti e Richard Gatti hanno analizzato, nel 2013, i prati aridi di un’azienda agricola dell’Appennino centrale che erano stati pascolati da ovini in tardo inverno e in primavera fino al 1980, e che da allora risultavano abbandonati. La loro conclusione, ampiamente ripresa nella letteratura successiva, è che il pascolo praticato prima o durante la fioritura sia generalmente dannoso per le specie di orchidee, a causa della distruzione meccanica di foglie e infiorescenze ancora sensibili in quella fase del ciclo vegetativo.

Il punto di interesse non è che questo studio “smentisca” quello inglese — la specie pascolante è la stessa, gli ovini, in entrambi i casi giudicata meno dannosa dei bovini — ma che isoli una variabile diversa e altrettanto decisiva: la stagione. Pecore che pascolano fuori dalla finestra riproduttiva (come nel caso inglese) possono favorire la pianta; le stesse pecore, se pascolano durante la fioritura primaverile (come nel caso appenninico), possono danneggiarla. La specie animale, in altri termini, non è la variabile che decide l’esito: lo è il calendario del pascolo rispetto al ciclo biologico della pianta.

Il pascolo equino: un caso recente, con un meccanismo specifico

Per il pascolo equino specificamente — la specie più spesso evocata nelle controversie sulle aree protette appenniniche — lo studio più dettagliato reperito in questa rassegna è quello di Köhler e colleghi, pubblicato nel 2023 su una prateria calcarea della Germania centrale osservata per dodici anni consecutivi. Il pascolo equino continuo, a basso carico di bestiame, per tutto l’anno, ha mostrato il potenziale di migliorare la biodiversità floristica generale del prato, e in particolare la densità di una specie di orchidea del genere Ophrys nel lungo periodo.

Il meccanismo individuato dagli autori non è “il pascolo equino fa bene alle orchidee” in modo generico, ma uno specifico: un fattore cruciale per questo risultato è stato l’aumento delle chiazze di terreno nudo, indotto principalmente dal pascolo e dal calpestio. Questo perché la capacità di una nuova pianta di orchidea di germinare e stabilirsi in un prato non è limitata, in molti casi, dalla disponibilità di semi, ma dalla disponibilità di micrositi adatti — piccole porzioni di suolo scoperto, libere dalla competizione di altre piante, dove il seme minuscolo dell’orchidea e il fungo simbionte di cui ha bisogno possono incontrarsi. Un prato troppo fitto e indisturbato, paradossalmente, può ostacolare proprio questo incontro.

Gli stessi autori segnalano però un limite spaziale importante al proprio risultato: l’effetto positivo si osserva con maggiore probabilità in pascoli di grande estensione — superiori ai dieci ettari, idealmente oltre i cinquanta — dove gli animali tendono a concentrarsi sulle zone a maggiore disponibilità di foraggio, lasciando relativamente indisturbate le chiazze più aride e povere di nutrienti dove le orchidee prosperano. Su un pascolo piccolo o recintato, dove gli animali non hanno la possibilità di selezionare dove pascolare, lo stesso meccanismo potrebbe non valere, o invertirsi.

Conferme indipendenti, su altri continenti e altre specie

Per verificare che il principio — il segno dell’effetto dipende da intensità, stagione e scala, non dalla specie animale o dal pascolo in sé — non sia un artefatto dei soli casi europei appena descritti, vale la pena guardare a contesti del tutto indipendenti.

Uno studio tedesco sul pascolo caprino in rotazione, condotto su otto anni in prati calcarei minacciati dall’avanzata di arbusti, trova un risultato che replica lo schema già visto: il numero di individui della stessa orchidea spider (Ophrys sphegodes) è aumentato significativamente nei recinti pascolati in estate, grazie a una maggiore disponibilità di luce e alla creazione di terreno nudo — ma gli stessi autori osservano anche una mortalità più alta e una maggiore dormienza vegetativa dovute a un disseccamento più marcato di quegli stessi suoli scoperti. Il vantaggio netto, concludono, sta nella riduzione dell’avanzata arbustiva, che nel lungo periodo supera le perdite individuali — ma il bilancio resta, appunto, un bilancio tra costi e benefici, non un effetto univocamente positivo.

Su un genere diverso, Dactylorhiza, ampiamente presente anche sul Matese, una ricerca danese che ha seguito una popolazione dal 1987 al 2010 ha trovato che un’alta proporzione di piante veniva persa per pascolo proprio nell’anno di studio più dettagliato, deducendo lo stesso fenomeno anche per gli anni precedenti; il pascolo in primavera e a inizio estate, concludono gli autori, può quindi contribuire al declino della specie — un risultato coerente con il principio stagionale individuato in Appennino. In direzione opposta, uno studio condotto sull’Himalaya nepalese su un’altra specie del medesimo genere ha trovato che, in un sito dove il prelievo di piante era localmente regolamentato, la densità della popolazione era quasi il doppio rispetto a un sito non regolamentato, con una resa riproduttiva e una produzione di tuberi circa tre volte superiori — qui la variabile decisiva non era la presenza o assenza di pascolo, ma l’esistenza o assenza di una regolamentazione, quale che fosse.

Un limite che la stessa letteratura riconosce: il divieto non è automaticamente tutela

Un ultimo studio, pubblicato nel 2024 sulla rivista Plants e dedicato a un’area protetta italiana, offre una conclusione che vale la pena riportare per intero nel suo significato, perché supera la domanda specifica sul pascolo e ne pone una più ampia. Anche dove le orchidee godono di protezione formale, il loro successo riproduttivo può risultare comunque fortemente compromesso — in quel caso specifico, per un’impollinazione insufficiente che ha impedito la formazione dei frutti. La conclusione degli autori è che la protezione ambientale, da sola, risulta inefficace nel preservare le orchidee se non è accompagnata da azioni mirate contro le minacce ambientali specifiche che gravano su quella popolazione in quel momento.

Applicata al tema di questa rassegna, la conclusione è la seguente: vietare un’attività — il pascolo equino, bovino, ovino, o qualunque altra — non costituisce di per sé una misura di tutela efficace, se il divieto non è calibrato sul meccanismo specifico di minaccia che si intende contrastare. Un divieto generico al pascolo equino, ad esempio, non distingue tra un carico di bestiame contenuto e uno eccessivo, tra un pascolo praticato in autunno e uno praticato in piena fioritura primaverile, tra un’area estesa dove gli animali possono selezionare dove pascolare e un’area piccola dove non possono farlo. Sono esattamente le variabili che la ricerca demografica di lungo periodo ha isolato come decisive — e sono, non a caso, le stesse variabili che un piano di pascolamento tecnicamente fondato dovrebbe specificare, indipendentemente da quale specie animale autorizzi.

Cosa resta, alla fine di trent’anni di osservazione

Tre conclusioni emergono da questa rassegna, tutte sostenute da più fonti indipendenti tra loro per geografia, specie e metodo:

La prima è che non esiste un effetto universale del pascolo sulle orchidee, né positivo né negativo. I due studi di osservazione più lunghi disponibili — 32 e 30 anni — arrivano a conclusioni opposte non perché uno dei due sia sbagliato, ma perché misurano variabili diverse: il primo isola la specie animale e la sua meccanica di calpestio, il secondo isola la stagione del pascolo rispetto al ciclo riproduttivo della pianta. Entrambe le variabili contano, e nessuna delle due, presa da sola, esaurisce la domanda.

La seconda è che il pascolo equino, specificamente, ha almeno un caso documentato di effetto a lungo termine positivo su una specie di Ophrys in prateria calcarea — il contesto floristico più vicino a quello matesino tra i casi reperiti — ma quell’effetto è condizionato da un carico di bestiame contenuto, da una gestione continuativa nel corso dell’anno, e da un’estensione di pascolo ampia. Nessuna di queste tre condizioni è implicita nella sola presenza di cavalli al pascolo.

La terza, forse la più utile per chi deve valutare una decisione amministrativa specifica, è che la domanda corretta da porre non è mai “questo animale danneggia questa pianta”, ma “con quale carico, in quale stagione, su quale estensione, e con quale possibilità di rigenerazione”. Sono le stesse domande che la ricerca scientifica ha impiegato tre decenni a formulare con precisione, e sono le domande che qualunque provvedimento — di divieto o di autorizzazione — dovrebbe essere in grado di rispondere per essere giudicato tecnicamente fondato, indipendentemente da quale conclusione raggiunga.

Questa rassegna è stata costruita isolando deliberatamente il quesito scientifico dal contesto amministrativo del Matese, per evitare che casi locali specifici condizionassero la lettura della letteratura. Nessuno degli studi citati riguarda il Matese: sono stati selezionati perché trattano le stesse specie o gli stessi generi di orchidee di cui è documentata la presenza sul massiccio, in contesti geografici del tutto indipendenti — Inghilterra, Germania, Danimarca, Italia centrale, Nepal. L’applicazione di questi principi generali a un caso locale specifico richiederebbe dati di campo propri a quel caso, che questa rassegna non fornisce e non intende sostituire.
Fonti
  • Hutchings, M.J. (2010). The population biology of the early spider orchid Ophrys sphegodes Mill. III. Demography over three decades. Journal of Ecology, 98, 867-878.
  • Jacquemyn, H. et al. (2015). Biological Flora of the British Isles: Ophrys sphegodes. Journal of Ecology, 104.
  • Catorci, A., Cesaretti, S., Gatti, R. (2013). Effect of long-term abandonment and spring grazing on floristic and functional composition of dry grasslands in a central Apennine farmland. Polish Journal of Ecology, 61, 505-517.
  • Köhler, M. et al. (2023). Positive long-term effects of year-round horse grazing in orchid-rich dry calcareous grasslands – Results of a 12-year study. Frontiers in Ecology and Evolution, 11.
  • Studio tedesco su pascolo caprino in rotazione e Ophrys sphegodes (ricerca su restauro di prati calcarei invasi da arbusti).
  • Sonne, M.N., Hauser, T.P. (2014). Population Fluctuations, Losses to Grazing, and Reproductive Success of Dactylorhiza sambucina on Bornholm, Denmark. Annales Botanici Fennici, 51(6), 375-386.
  • Chapagain, B. et al. (2021). Illegal harvesting and livestock grazing threaten the endangered orchid Dactylorhiza hatagirea in Nepalese Himalaya. Ecology and Evolution, 11.
  • How Effective Is Environmental Protection for Ensuring the Vitality of Wild Orchid Species? A Case Study of a Protected Area in Italy (2024). Plants, MDPI.
Condividi Facebook WhatsApp
Apertura della sezione Analisi

ANALISI

Cinquantaquattro comuni, due regioni, un solo perimetro: il Parco Nazionale del Matese in via di creazione (al momento di questa redazione) non sta semplicemente disegnando un confine sulla carta. Tenta di riportare vicini territori che da tempo avevano smesso di parlarsi.

Questa nuova sezione di Osservatorio dei Vinti nasce per studiare quel territorio nel momento presente. Non per raccontarne il paesaggio, che resta intatto e ne è la cornice più visibile, né per rincorrere le emergenze del giorno — una frana, un bando, un consiglio comunale convocato in fretta. Lo scopo è più stretto e più lungo insieme: capire come, e se, questo insieme di comuni riesce ancora a programmare il proprio futuro, nei momenti in cui le condizioni normative ed economiche lo permetterebbero.

Lo facciamo partendo da una constatazione, prima ancora che da un’ipotesi di lavoro. L’ambiente in cui questi studi si muoveranno non è semplice, e non lo è per almeno due ordini di motivi, diversi nella natura ma intrecciati negli effetti.

Il primo è amministrativo, immediato, verificabile nei documenti. La comunicazione fra le istituzioni che si dividono competenze su questo territorio — Stato, Regioni, Comuni — è spesso assente o tardiva. Lo è in verticale, quando un livello di governo non parla a quello sopra o sotto di sé nei tempi che la programmazione richiederebbe. Lo è in orizzontale, quando due Regioni che condividono lo stesso massiccio non sincronizzano i propri strumenti, o quando due comuni confinanti, divisi da un crinale ma uniti da uno stesso bacino di problemi, procedono come se l’altro non esistesse.

Il secondo motivo è più antico, e molto meno visibile se si guarda solo alla cronaca amministrativa recente. I territori che oggi il Parco Nazionale del Matese ricomprende non sono nati separati. Per lungo tempo hanno costituito una filiera produttiva unica: il versante molisano forniva la materia prima — pastorizia, lana, prodotti della terra — a un tessuto industriale che si era sviluppato e consolidato sul lato campano. Non era una vicinanza geografica casuale, né una collaborazione episodica fra vicini. Era un legame economico verticale, strutturato, che attraversava un confine amministrativo allora poco più che una linea su una mappa. Con il tempo quella filiera si è interrotta — per ragioni che meritano di essere documentate piuttosto che presunte — e ciascun versante ha preso a orientarsi verso una propria idea di futuro, elaborata senza più tener conto di chi stava dall’altra parte del massiccio. Due economie che un tempo si completavano hanno finito per voltarsi le spalle, ognuna alle prese con le proprie urgenze, le proprie leggi regionali, i propri strumenti di pianificazione.

Il Parco Nazionale del Matese, istituendo un perimetro unico, ha ricongiunto quei territori. Ma li ha ricongiunti solo su pochi brandelli — quelli che la linea di perimetrazione include, non l’intera area che un tempo viveva di quello scambio. Oggi quei comuni si trovano nella condizione, per molti versi inedita rispetto alla seconda metà del secolo scorso, di dover rivedere insieme scelte di sviluppo, tutela e programmazione che per decenni avevano fatto separatamente, con strumenti diversi e spesso senza nemmeno la consapevolezza reciproca di cosa l’altro versante stesse decidendo.

Non partiamo da una tesi sulle cause profonde di questa frattura, e non abbiamo né l’ambizione né gli strumenti per arbitrarla in sede storiografica.

È in questo doppio scarto — istituzionale il primo, storico-economico il secondo — che si inserisce il lavoro di questa sezione. Quello che ci interessa è più circoscritto e più verificabile: osservare, con i dati che la documentazione amministrativa e normativa rende oggi disponibili, come si comporta concretamente questo territorio nel presente. Quali strumenti di programmazione usa e quali lascia scadere. Dove la comunicazione istituzionale tiene, e dove si interrompe. Quali finestre normative si aprono — e cosa, di quelle finestre, viene effettivamente colto prima che si chiudano.

Si parte da qui: da un territorio che è stato unito, si è diviso, e ora è chiamato — non sempre con gli strumenti adeguati a riuscirci — a ritrovare un dialogo che aveva smesso di considerare necessario.

Condividi Facebook WhatsApp
Sul Matese si parla di sviluppo turistico. Poco di sicurezza
Sicurezza e territorio

Dal convegno di San Potito Sannitico sulle nuove guide GAE, una domanda rimasta sullo sfondo: cosa succede quando il soccorso deve raggiungere chi è in difficoltà sul massiccio, e la voce non passa? Una verifica sui casi reali, con i suoi limiti dichiarati.

Verifica Sicurezza in montagna San Potito Sannitico · 17 giugno 2026 — analisi pubblicata su Osservatorio dei Vinti
2
Interventi CNSAS documentati, stesso punto del massiccio (2024–2026)
54
Comuni del Parco — i due casi riguardano un solo versante
~2M€
Costo di un piano regionale di copertura in Appennino (Emilia-Romagna, termine di paragone)

Un parco, una montagna, e un rischio rimasto sullo sfondo

Il 17 giugno scorso, a San Potito Sannitico, si è tenuto il convegno di presentazione delle nuove guide GAE per il territorio del Parco Nazionale del Matese. Il sindaco Franco Imperadore ha aperto i lavori con un intervento che ha attraversato i temi caldi della governance locale: le norme di attuazione del periodo transitorio, la sovrapposizione con la zonizzazione Natura 2000, la candidatura della DMO (Destination Management Organization) presentata dal GAL, l’esito atteso per giugno, la necessità di “mettere a sistema” il patrimonio di laghi, faggete e corsi d’acqua di un’area che — nelle sue parole — è ricca di bellezze ma ancora poco conosciuta.

È un linguaggio che si ripete identico in quasi ogni convegno sulle aree interne italiane: valorizzazione, sistema, candidatura, riconoscimento. Un vocabolario di sviluppo, costruito intorno all’idea che il problema del Matese sia soprattutto la sua scarsa visibilità.

Tra i presenti al convegno c’era anche un rappresentante del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Dalla trascrizione del suo intervento — di qualità tecnica non sempre lineare, per cui qui si riportano solo i passaggi ragionevolmente ricostruibili — emerge un accenno al problema, ma non quello che ci si potrebbe aspettare.

Il relatore descrive una difficoltà operativa concreta: le chiamate di soccorso che arrivano alla sala operativa unica regionale richiedono spesso tempi lunghi solo per capire dove si trovi chi chiama, perché chi risponde dalla centrale — accentrata, e quindi non sempre familiare con la toponomastica locale — fatica a tradurre la descrizione del chiamante in una posizione reale sul terreno. Per questo, sottolinea, la collaborazione con le guide e con gli operatori che conoscono bene la topografia del territorio rende gli interventi più rapidi ed efficaci.

Cosa è stato detto, e cosa no È un punto vero e rilevante, ma resta su un piano organizzativo: il problema viene descritto come un deficit di conoscenza del territorio da parte di chi risponde al telefono, non come un problema di infrastruttura di comunicazione. Nella ricostruzione offerta al convegno non emerge un collegamento esplicito tra quei “tempi lunghi per capire dove sia il richiedente” e la causa che la cronaca dei soccorsi reali sul Matese mette invece in primo piano: una copertura vocale instabile o assente, che in alcuni casi ha costretto a localizzare le persone non con la voce ma via SMS. Si parla del sintomo — la difficoltà a localizzare chi chiama — non della causa infrastrutturale che, nei casi più recenti, lo ha determinato.

Questo articolo nasce da una domanda concreta, posta da un lettore dopo il convegno: quanto è reale, e quanto è grande, questo rischio? La risposta — come spesso accade quando si passa dall’impressione al dato verificabile — è più articolata di un titolo a effetto, e va raccontata con tutte le sue cautele.

Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati e fonti disponibili pubblicamente: cronaca giornalistica verificata su più testate indipendenti, protocolli operativi pubblicati da CAI e CNSAS, documentazione ufficiale sui piani pubblici di copertura digitale (PNRR, Piano Aree Bianche, Piano Italia 5G). Le interpretazioni proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali fonti e non costituiscono accertamenti tecnici, perizie o posizioni ufficiali di enti terzi. Dove i dati non permettono una quantificazione puntuale — ed è un limite che l’articolo stesso evidenzia — questo è segnalato esplicitamente, anziché colmato con stime arbitrarie.

Due episodi, un solo punto della montagna

La verifica è partita dalla cronaca. Negli ultimi due anni, sul versante di Campitello Matese — nell’area del Monte Miletto, 2.050 metri, la cima più alta del massiccio — si sono registrati almeno due interventi di soccorso in cui il fattore comunicazione ha avuto un ruolo diretto nella dinamica dei fatti.

Data Dinamica Localizzazione Esito
Novembre 2024 Due escursionisti smarriscono il sentiero salendo al Monte Miletto da Campitello Matese SMS Locator, Centrale GeoresQ CNSAS Risolto, nessuna conseguenza
Aprile 2026 Due escursionisti smarriscono il sentiero sul Monte Miletto; uno cade in un dirupo cercando la via di rientro SMS Locator CNSAS; elicottero bloccato da nebbia e maltempo Donna salvata dopo 13 ore; uomo ritrovato senza vita
Fonti: Adnkronos/Meteoweb, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache indipendenti del 14–15 aprile 2026 e del 2 novembre 2024.

Due episodi indipendenti, a diciotto mesi di distanza, nello stesso punto geografico, con lo stesso identico meccanismo tecnico di localizzazione d’emergenza. Non è un dettaglio secondario: il sistema SMS Locator esiste proprio perché, in certe condizioni, la voce spesso non passa ma un SMS — più leggero, più tollerante a un segnale instabile — a volte sì.

Non è un’impressione: è già scritto nei protocolli

Il punto non è materia di opinione. Le stesse linee guida ufficiali del CAI sul soccorso in montagna avvertono che, per chiedere aiuto, è essenziale restare in una zona di copertura telefonica — ma aggiungono subito che possono esistere situazioni ambientali in cui non è in alcun caso possibile effettuare una chiamata di emergenza. È la ragione per cui esistono protocolli alternativi: segnali acustici, segnali visivi con le braccia, e appunto l’SMS Locator, pensato per funzionare anche dove la voce non regge.

Anche la fisica del fenomeno è documentata nella manualistica di settore: in montagna il segnale, quando è al limite, può arrivare per riflessione sulle rocce, dando un’instabilità per cui si riesce a parlare un minuto o due prima che la linea cada — e pioggia, neve, masse nuvolose aggravano ulteriormente la situazione. Sono esattamente le condizioni meteo presenti nel caso del 2026.

Quello che i due casi NON dimostrano

Qui è necessaria una correzione di rotta rispetto alla tentazione — comprensibile, dopo due cronache così simili — di concludere che “il Matese non ha copertura”. Non è quello che i dati raccolti permettono di affermare, ed è importante dirlo con la stessa cura con cui si è proceduto a documentare il problema.

Il Parco Nazionale del Matese si estende su 54 comuni e 87.897,7 ettari, a cavallo di quattro province e due regioni. I due episodi documentati riguardano un solo punto di accesso — il versante di Campitello Matese verso il Monte Miletto — che rappresenta una porzione minima di un territorio vastissimo e fortemente disomogeneo per altitudine, esposizione, densità di sentieri e presenza di infrastrutture.

Generalizzare da due casi, per quanto gravi e ben documentati, a “tutto il Matese è scoperto” sarebbe lo stesso errore di metodo — capovolto — che si imputa al convegno: trarre conclusioni territoriali ampie da un’osservazione puntuale. La cronaca dice con certezza che in quel punto, in quelle condizioni meteo, il sistema si è retto sull’SMS Locator e non sulla voce. Non dice — e nessuna fonte pubblica consultata lo dice — quale sia la situazione sui restanti 53 comuni, sui versanti molisani, sulle quote intermedie, sui sentieri minori.

Un primo tentativo di mappatura, e cosa rivela sulla disomogeneità

Una conferma indiretta di questo limite arriva da un’analisi indipendente di copertura radio in banda VHF condotta su quattro siti del Matese, con metodologia standard di settore — risultata, per quanto è dato sapere da fonti pubbliche, la prima mappatura sistematica di questo tipo realizzata sul massiccio.

Il dato interessante non è tecnico ma di metodo: i quattro siti analizzati mostrano una variabilità fortissima nella popolazione teoricamente raggiunta dal segnale, da poche centinaia di migliaia a oltre quattro milioni di persone in copertura forte. Tradotto: il problema, dove è stato misurato per la prima volta, non è uniforme. Cambia radicalmente da un punto all’altro della stessa montagna.

Questo significa una cosa precisa, e scomoda per chi cerca soluzioni semplici: non esiste “un” problema di copertura del Matese da risolvere con “un” intervento. Esistono punti critici specifici, ciascuno dei quali richiederebbe una valutazione propria — e prima ancora, richiederebbe che qualcuno la facesse, cosa che a quanto risulta da fonti pubbliche non era ancora avvenuta in forma sistematica al momento del convegno di San Potito.

Cosa servirebbe (e perché la proposta in campo non basta)

Un ordine di grandezza, non una soluzione

Senza entrare nel merito di soluzioni tecniche specifiche — che non è compito di questo articolo proporre — può essere utile dare un termine di paragone reale sulla scala delle risorse in gioco, per misurare la distanza tra il linguaggio dei convegni e quello dei bilanci.

In Emilia-Romagna, il progetto regionale “Cellulare in montagna”, gestito dalla società partecipata Lepida per colmare le aree bianche di copertura sull’Appennino, ha richiesto un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro per attivare 17 impianti, con un piano che ne prevedeva altri 23 entro il 2025. Questo per una porzione di Appennino tosco-emiliano, non per un massiccio di 54 comuni a cavallo di due regioni con governance amministrativa ancora in fase di assestamento.

Non è possibile, dai dati pubblici disponibili, derivare una stima affidabile di quanti impianti servirebbero sul Matese — perché non esiste ancora una mappatura completa del problema su tutto il territorio del parco, solo un’analisi su quattro siti. Ma l’ordine di grandezza — milioni di euro, anni di programmazione, un soggetto attuatore dedicato — resta il punto rilevante

Una proposta di scala diversa rispetto al problema

La DMO presentata dal GAL e illustrata dal sindaco Imperadore è uno strumento di coordinamento turistico-promozionale: mette a sistema 48 comuni e 3 comunità montane per costruire una candidatura unica ai fondi destinati alla valorizzazione del territorio. È un obiettivo legittimo e, sul piano della promozione turistica, probabilmente necessario, vista la frammentazione storica dei progetti comunali (un POC per comune) che lo stesso sindaco ha criticato nel suo intervento.

Ma è una struttura di governance pensata per attrarre visitatori e organizzare attività — non per pianificare infrastrutture di sicurezza, che richiedono un soggetto attuatore diverso (operatori di telecomunicazione, enti regionali per le aree bianche, Protezione Civile, eventualmente l’Ente Parco una volta che la sua struttura definitiva sarà operativa), competenze tecniche specifiche, e — come mostra il caso emiliano — risorse che si misurano in milioni di euro su orizzonti pluriennali.

Non risulta, dalle fonti pubbliche consultate, che il tema sia stato inserito tra le priorità della candidatura DMO né che esista, al momento, un soggetto incaricato di occuparsene per il Matese. Il convegno di San Potito — concentrato sul proprio oggetto, la nascita delle guide GAE — non era forse la sede per affrontarlo. Ma la sua assenza dal dibattito, comprensibile anche per la mancanza di un quadro infrastrutturale quantificato, è un sintomo della distanza fra il problema (specifico, localizzato, ma potenzialmente letale) e gli strumenti di governo del territorio attualmente in campo (ampi, promozionali, dimensionati per un altro scopo).

In sintesi
  • Due episodi di soccorso documentati (2024, 2026), entrambi sul versante di Campitello Matese–Monte Miletto, mostrano che in quel punto il sistema di soccorso si è retto sulla geolocalizzazione via SMS, non sulla voce — coerentemente con i protocolli ufficiali CAI/CNSAS, che riconoscono l’esistenza di zone dove la chiamata vocale non è garantita.
  • Questi due casi non permettono di generalizzare un giudizio sull’intero territorio del Parco (54 comuni, quasi 88.000 ettari): riguardano un solo punto di accesso, e un primo tentativo di mappatura sistematica della copertura radio sul massiccio — l’unico individuato in fonti pubbliche — mostra una variabilità fortissima da sito a sito.
  • Un termine di paragone realistico (il piano Lepida in Emilia-Romagna, ~2 milioni di euro per 17 impianti) suggerisce che qualunque intervento risolutivo richiederebbe risorse e una governance dedicata di scala ben superiore a quella di una DMO turistico-promozionale.
  • Il tema non risulta, da fonti pubbliche, affrontato dalla proposta DMO in corso. Al convegno di San Potito un accenno c’è stato, dal rappresentante CNSAS presente in sala, ma limitato al sintomo organizzativo — senza arrivare a nominare la causa infrastrutturale che la cronaca dei soccorsi reali individua con chiarezza.
Fonti
  • Meteoweb / Adnkronos, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache dell’intervento di soccorso del 14–15 aprile 2026, Monte Miletto
  • News della Valle — intervento di soccorso del 2 novembre 2024, Campitello Matese–Roccamandolfi
  • CAI — Prenota Rifugi, “Soccorso e segnali d’emergenza”
  • CNSAS — “La richiesta di soccorso”, cnsas.it
  • CNSAS Molise — “Richiesta di soccorso”, protocolli operativi
  • Montagna.TV — “Cellulari in montagna: come usarli al meglio”
  • Il Resto del Carlino — progetto regionale “Cellulare in montagna”, Lepida, Emilia-Romagna
  • Trascrizione dell’intervento del sindaco di San Potito Sannitico, Franco Imperadore, e dell’intervento del rappresentante CNSAS, convegno del 17 giugno 2026
Condividi Facebook WhatsApp
Il Matese che non cresce: redditi, imprese e vincoli in quarant’anni di marginalizzazione
Parco Nazionale del Matese · Analisi socioeconomica · Giugno 2025

Un’analisi incrociata degli indicatori socioeconomici dei 54 comuni del PNM e dell’area contigua — dalla Legge Galasso del 1985 alla perimetrazione del Parco Nazionale del 2025.

Analisi territoriale Campania · Molise Serie storica 2005–2024
−18%
Popolazione residente 2005–2024
€13.800
Reddito IRPEF medio pro capite 2023
−44%
Gap reddito vs media Italia
−38%
Unità locali artigianato 2005–2024
~22%
Tasso di disoccupazione stimato 2024
40
Anni di vincoli paesaggistici (1985–2025)
Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati disponibili pubblicamente (fonti statistiche ufficiali, atti normativi, documenti istituzionali, elencati in fondo all’articolo). Le interpretazioni, le correlazioni e le ipotesi proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali dati e non costituiscono giudizi definitivi, posizioni ufficiali né accertamenti tecnici. Dove i dati comunali non sono pubblicamente disponibili in serie storica continua, sono state utilizzate stime di elaborazione, segnalate come tali nelle note di ciascun grafico. Si invita il lettore a consultare le fonti originali per ogni utilizzo che richieda precisione puntuale.

Un territorio al limite, tra tutela ambientale e marginalizzazione economica

Il massiccio del Matese — con i suoi 2.050 metri del Monte Miletto, i tre laghi dell’altopiano — il Lago del Matese, di origine carsica, e i bacini artificiali di Gallo e Letino, le faggete d’alta quota e i borghi medievali che si aggrappano ai versanti — è diventato ufficialmente Parco Nazionale il 22 aprile 2025, 25° parco nazionale italiano. Un traguardo atteso da trent’anni. Ma nel frattempo le comunità che vivono dentro e intorno a quel perimetro hanno vissuto un declino socioeconomico tra i più acuti dell’Appennino meridionale.

Questo rapporto incrocia tre classi di indicatori — reddito, demografia, struttura imprenditoriale — con la stratificazione normativa che ha progressivamente vincolato il territorio: dalla Legge Galasso del 1985 al Codice del Paesaggio del 2004, dall’istituzione del parco regionale nel 2002 alla perimetrazione definitiva del 2025. L’obiettivo non è stabilire un’accusa, ma comprendere in quale misura la protezione ambientale ha coinciso con il declino economico, e in quale misura i due fenomeni sono paralleli ma causalmente distinti.

I 54 comuni interessati dal perimetro del PNM — 31 in Campania (province di Caserta e Benevento) e 23 in Molise (province di Campobasso e Isernia) — presentano situazioni molto eterogenee. I centri di fondovalle come Alife, Venafro, Isernia e Telese Terme mantengono un tessuto economico relativamente stabile. I borghi d’alta quota — Gallo Matese, Letino, Pietraroja, San Gregorio Matese, Castelpizzuto, Roccamandolfi, Valle Agricola — sono in una condizione che i dati classificano senza ambiguità come emergenza territoriale, mentre alcuni comuni di mezza costa come Castello del Matese e Fontegreca, pur situati ad altitudini meno estreme, condividono parte delle stesse difficoltà strutturali.


Sezione 1 — Tenore di vita

Reddito, popolazione, occupazione: vent’anni di andamento

Il grafico seguente mostra l’evoluzione di quattro indicatori chiave dal 2005 al 2024 per i comuni dell’area PNM, confrontati con i dati regionali e nazionali disponibili. Seleziona una scheda per navigare tra gli indicatori.

Indicatori socioeconomici — Area PNM, 2005–2024

Elaborazione su MEF-IRPEF, ISTAT demografica, ISTAT RCFL, Infocamere-Movimprese, SNAI

Dato critico Il divario reddituale non si riduce in vent’anni: nel 2023 il reddito IRPEF medio dei comuni PNM è inferiore del 44% alla media nazionale e del 25% alla media del Mezzogiorno. La crescita nominale registrata (+50% dal 2005) è in larga misura inflativa.

Sezione 2 — Struttura produttiva

Imprese, artigianato e correlazione con il reddito

Il tessuto produttivo del Matese è dominato da micro-imprese artigiane, commercio di vicinato e agricoltura. Manca quasi del tutto la manifattura di media dimensione. Il grafico mostra l’andamento delle unità locali per settore, il tasso di natalità/mortalità imprenditoriale e la correlazione statistica con il reddito dichiarato.

Struttura produttiva e correlazione reddito–imprese — Area PNM, 2005–2024

ISTAT-ASIA · Infocamere/Unioncamere-Movimprese · CCIAA Caserta, Benevento, Campobasso, Isernia

Correlazione chiave Il coefficiente più alto (r = +0,81) è tra variazione delle unità locali e variazione della popolazione a 5 anni. Imprese e abitanti si perdono insieme, in un ciclo auto-rinforzante: meno gente, meno clienti, meno imprese; meno imprese, meno lavoro, meno gente.

Sezione 3 — Analisi spaziale

La geografia della vulnerabilità: fascia altimetrica e indice composito

La distribuzione spaziale rivela un gradiente altimetrico netto. I comuni di fondovalle (sotto i 300 m) mantengono un indice composito medio elevato, spesso sopra 65 punti. La mezza costa (300–700 m) è la fascia più ampia ed eterogenea, con valori che vanno da poco sopra 20 a quasi 75. L’alta quota (oltre 700 m) collassa stabilmente sotto i 30 punti, con casi estremi come Letino (961 m, indice 5/100), Pietraroja (802 m, indice 5/100) e Gallo Matese (875 m, indice 5/100). Valle Agricola, a 691 m, si colloca al confine tra le due fasce superiori e mostra un indice di 26/100, segno che anche un’altitudine non estrema non basta a compensare l’isolamento viario quando si somma a una rete produttiva fragile. Passa il cursore su ogni comune per i dettagli.

Nota sui dati altimetrici Le quote riportate corrispondono all’altitudine della Casa Comunale secondo le rilevazioni ISTAT/Tuttitalia aggiornate, e possono differire dalle stime preliminari circolate in versioni precedenti di questa analisi (ad es. Fontegreca, originariamente classificata erroneamente come comune d’alta quota a 715 m, è qui correttamente riportata a 320 m, fascia di mezza costa).

Comuni del PNM — Indice composito per fascia altimetrica

Indice composito = reddito IRPEF (40%) + var. demografica (35%) + densità imprese attive (25%). Hover per dettagli.

Indice alto (≥65) Medio-alto (50–64) Medio-basso (35–49) Basso (<35)

Provincia
Altitudine
Fascia
Reddito IRPEF
Var. pop. 05–24
Indice composito

Fonti: coordinate comunali ISTAT · altitudini ISTAT (DTM NASADEM_HGTv001) · indici su MEF-IRPEF, ISTAT demografica, Infocamere-Movimprese.


Sezione 4 — Correlazione normativa

Galasso e successivi: i vincoli ambientali hanno frenato lo sviluppo?

La domanda è legittima e controversa. Il grafico seguente sovrappone i principali atti normativi vincolistici all’andamento dell’indice composito e della curva demografica dal 1985 a oggi. Le schede successive analizzano la questione per fasi storiche e propongono quattro ipotesi interpretative.

Vincoli normativi e indicatori socioeconomici — Area PNM, 1985–2024

Fonti: L. 431/1985 · L. 394/1991 · DGR Campania 1407/2002 · D.Lgs. 42/2004 · L. 205/2017 · DEC/MIN/101 del 22.04.2025

Indice composito (scala sx) Var. demografica % (scala dx, tratteggio) | Atti normativi

Fonti normative: Gazzetta Ufficiale Serie Generale · Regione Campania BURC · MASE. Dati socioeconomici: MEF, ISTAT, Infocamere, SNAI.

Lettura più robusta — Tesi C I vincoli non causano ma amplificano la marginalizzazione preesistente. Dove esisteva tessuto economico (Alife, Venafro, Isernia) i vincoli sono digeribili o persino vantaggiosi. Dove l’economia era già fragile (Gallo Matese, Castelpizzuto), aggiungono un ostacolo che rende impossibile qualsiasi ripresa. Il danno maggiore è nel decennio 2017–2025 di incertezza normativa: investimenti bloccati in attesa di un perimetro definitivo che non arrivava.

Conclusioni

Cosa fare adesso che il parco c’è

La perimetrazione del PNM ad aprile 2025 chiude un’era di incertezza e ne apre una nuova. I dati suggeriscono alcune priorità che l’ente parco — non ancora pienamente operativo — dovrà affrontare se vuole che la tutela ambientale non coincida con l’ulteriore impoverimento delle comunità residenti.

La questione demografica è più urgente di quella economica. Sotto una soglia critica di popolazione — già superata da Gallo Matese, Pietraroja, Castelpizzuto e Fontegreca — nessuna politica di sviluppo è più efficace senza misure di incentivo alla residenza: esenzioni fiscali, telemedicina, scuole pluri-classe finanziate.

La forte opposizione di allevatori, imprenditori e sindaci registrata nel 2024–2025 non è ideologica: è la reazione di comunità che hanno visto decenni di promesse non mantenute. La partecipazione reale alla gestione del parco — non solo la consultazione formale — è la condizione necessaria per invertire questa sfiducia strutturata.

I fondi europei accessibili attraverso l’ente parco (FESR, FSE, FEASR, Life) rappresentano la prima vera opportunità di investimento strutturato in decenni. Ma vanno indirizzati verso filiere produttive locali — agroalimentare, artigianato tipico, turismo di prossimità — e non verso infrastrutture simboliche o progetti di ricerca senza ricadute territoriali.

Il Matese ha tutto ciò che serve per diventare un modello: paesaggio di qualità eccezionale, patrimonio culturale intatto, produzioni agroalimentari d’identità, comunità con radici profonde. Manca la continuità di investimento e la volontà politica di trattare i 54 comuni come un sistema, non come emergenze separate. Osservatorio dei Vinti — Analisi territoriale, giugno 2025

Fonti e riferimenti

  • MEF – Dipartimento delle Finanze, Statistiche IRPEF comunali open data (serie 2005–2023). finanze.gov.it
  • ISTAT – Bilancio demografico comunale; ASIA; RCFL; Classificazioni geografiche comuni (DTM NASADEM). istat.it
  • Infocamere / Unioncamere – Movimprese: natalità e mortalità imprese, serie trimestrale. infocamere.it
  • ISTAT – BES dei Territori: Campania 2023, 2024, 2025; Molise 2023, 2024. istat.it
  • SNAI – Strategia Nazionale Aree Interne, dossier Campania; scheda Alto Matese. politichecoesione.governo.it
  • Accordo di Partenariato 2014–2020 SNAI: analisi manifattura e ISM nelle aree interne. mim.gov.it
  • Regione Campania – PRGRS cap. 3: dinamiche demografiche aree interne 2002–2021.
  • Unioncamere – «L’economia reale nei Parchi Nazionali e nelle aree naturali protette».
  • Legge 8 agosto 1985 n. 431 «Galasso» (GU n. 197/1985). gazzettaufficiale.it
  • Legge 6 dicembre 1991 n. 394, Legge Quadro sulle Aree Protette. normattiva.it
  • D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42, Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
  • DGR Campania n. 1407 del 12 aprile 2002 – Istituzione Parco Regionale del Matese.
  • DEC/MIN/101 del 22 aprile 2025 – Perimetrazione PNM. mase.gov.it
  • Camera di Commercio di Caserta – Report economia provinciale 2019. ce.camcom.gov.it
Dati aggiornati a giugno 2025. Le stime su base comunale sono elaborate per aggregazione da fonti statistiche ufficiali e possono discostarsi dai valori puntuali non ancora pubblicati per l’anno di riferimento.
Osservatorio dei Vinti — osservatoriodeivinti.it
Condividi Facebook WhatsApp