Pascolo e orchidee: cosa dice la letteratura scientifica mondiale
Analisi · Biodiversità

Tre decenni di studi demografici su prati e orchidee mostrano che il pascolo non è né una minaccia né una tutela in assoluto: il segno dell’effetto dipende dalla specie pascolante, dalla stagione e dalla scala — non dal pascolo in sé.

AnalisiBiodiversitàLetteratura scientifica ivinti.it — giugno 2026

Quando un ente decide di vietare o consentire il pascolo in un’area protetta per la tutela di una specie vegetale, la decisione viene quasi sempre raccontata in termini semplici: l’animale pascolante danneggia, o non danneggia, la pianta che si intende proteggere. La letteratura scientifica accumulata su questo tema nell’arco di oltre tre decenni racconta qualcosa di più articolato, e merita di essere riportata per quello che è — un corpo di conoscenza internazionale, indipendente da qualunque controversia locale — prima che venga invocata, in un senso o nell’altro, per sostenere decisioni specifiche su territori specifici.

Questa rassegna si concentra su un gruppo di piante per cui la presenza sul massiccio del Matese è documentata con certezza — le orchidee spontanee di prateria, in particolare i generi Ophrys, Orchis, Anacamptis e Dactylorhiza — ma cerca deliberatamente le fonti al di fuori del contesto geografico locale. L’obiettivo non è valutare un caso specifico, ma offrire al lettore gli strumenti concettuali con cui qualunque caso, ovunque si presenti, andrebbe valutato.

Una domanda che la ricerca pone da decenni, senza una risposta univoca

Una rassegna pubblicata nel 2023 su Frontiers in Ecology and Evolution, basata su un esperimento di pascolo equino condotto per dodici anni su una prateria calcarea della Germania centrale, inquadra il problema con chiarezza: si tratta di una questione dibattuta da tempo nella conservazione, cioè se il disturbo prodotto da un animale al pascolo influisca sulle specie rare in modo negativo oppure, a intensità adeguate, in modo positivo. Gli stessi autori notano che gli studi che hanno seguito le dinamiche di popolazioni di orchidee sotto regimi di pascolo per più anni sono pochi, e che i risultati ottenuti sono contrastanti tra loro.

Il contrasto più citato in questa letteratura riguarda due studi di rara qualità metodologica, per la durata dell’osservazione: uno, condotto in Inghilterra, ha seguito la stessa popolazione di un’orchidea per 32 anni; l’altro, condotto sull’Appennino centrale italiano, ha analizzato gli effetti dell’abbandono e del pascolo su un arco di 30 anni. Le conclusioni divergono. Capire perché è il modo più solido per rispondere alla domanda di fondo.

Il caso più documentato: bovini, ovini e la stessa orchidea nello stesso luogo

Lo studio più informativo reperito in questa rassegna non confronta semplicemente “pascolo sì” con “pascolo no”: confronta due specie animali diverse sullo stesso sito, nel tempo. Michael Hutchings ha seguito per 32 anni una popolazione della rara orchidea spider precoce (Ophrys sphegodes) in Inghilterra, in un sito che è stato gestito prima con pascolo bovino, dal 1975 al 1979, e poi con pascolo ovino, dal 1980 al 2006. Il risultato numerico è netto: l’emivita media delle coorti di piante nate negli anni di pascolo bovino è risultata significativamente più breve di quella delle coorti nate sotto pascolo ovino — circa venti mesi contro quasi tre anni.

La spiegazione meccanicistica, ricostruita in una successiva rassegna botanica dedicata alla specie, chiarisce perché due animali pascolanti producano effetti così diversi sulla stessa pianta. I bovini danneggiano l’orchidea in tre modi distinti: il loro modo di pascolare tende a strappare intere piante, comprese le parti sotterranee; il loro peso provoca danni meccanici ai tuberi quando calpestano i sottili suoli calcarei tipici di questi prati; e la loro massa tende a causare smottamenti del terreno sui pendii, soprattutto con tempo umido, danneggiando le connessioni tra le radici della pianta, i funghi simbionti di cui l’orchidea ha bisogno per germinare, e il substrato. Le pecore, al contrario, brucano le foglie molto vicino al suolo lasciando un tappeto erboso corto — il che riduce la competizione per la luce con altre piante — ma lasciano intatti i tuberi sotterranei, permettendo alla pianta di rigenerare foglie e steli fiorali l’anno successivo.

Un dettaglio aggiuntivo, spesso assente dalle sintesi divulgative di questo studio, riguarda la stagionalità: il pascolo ovino che ha invertito il declino della popolazione veniva praticato durante quasi tutto l’anno, con un’unica esclusione nei tre mesi di fioritura e fruttificazione, tra maggio e luglio. Non è quindi il pascolo ovino in sé a essere protettivo, ma il pascolo ovino calibrato per evitare la finestra riproduttiva della pianta.

Lo stesso animale può essere una minaccia o una tutela per la stessa pianta, a seconda di tre variabili indipendenti dalla specie: il peso e il modo di calpestare, la stagione in cui avviene il pascolo, e la possibilità che la pianta rigeneri dopo il passaggio dell’animale.

Il caso italiano: la stagione, non l’animale, come fattore di rischio

Lo studio più rilevante per il contesto matesino non riguarda il Matese, ma la stessa catena appenninica: Andrea Catorci, Sabrina Cesaretti e Richard Gatti hanno analizzato, nel 2013, i prati aridi di un’azienda agricola dell’Appennino centrale che erano stati pascolati da ovini in tardo inverno e in primavera fino al 1980, e che da allora risultavano abbandonati. La loro conclusione, ampiamente ripresa nella letteratura successiva, è che il pascolo praticato prima o durante la fioritura sia generalmente dannoso per le specie di orchidee, a causa della distruzione meccanica di foglie e infiorescenze ancora sensibili in quella fase del ciclo vegetativo.

Il punto di interesse non è che questo studio “smentisca” quello inglese — la specie pascolante è la stessa, gli ovini, in entrambi i casi giudicata meno dannosa dei bovini — ma che isoli una variabile diversa e altrettanto decisiva: la stagione. Pecore che pascolano fuori dalla finestra riproduttiva (come nel caso inglese) possono favorire la pianta; le stesse pecore, se pascolano durante la fioritura primaverile (come nel caso appenninico), possono danneggiarla. La specie animale, in altri termini, non è la variabile che decide l’esito: lo è il calendario del pascolo rispetto al ciclo biologico della pianta.

Il pascolo equino: un caso recente, con un meccanismo specifico

Per il pascolo equino specificamente — la specie più spesso evocata nelle controversie sulle aree protette appenniniche — lo studio più dettagliato reperito in questa rassegna è quello di Köhler e colleghi, pubblicato nel 2023 su una prateria calcarea della Germania centrale osservata per dodici anni consecutivi. Il pascolo equino continuo, a basso carico di bestiame, per tutto l’anno, ha mostrato il potenziale di migliorare la biodiversità floristica generale del prato, e in particolare la densità di una specie di orchidea del genere Ophrys nel lungo periodo.

Il meccanismo individuato dagli autori non è “il pascolo equino fa bene alle orchidee” in modo generico, ma uno specifico: un fattore cruciale per questo risultato è stato l’aumento delle chiazze di terreno nudo, indotto principalmente dal pascolo e dal calpestio. Questo perché la capacità di una nuova pianta di orchidea di germinare e stabilirsi in un prato non è limitata, in molti casi, dalla disponibilità di semi, ma dalla disponibilità di micrositi adatti — piccole porzioni di suolo scoperto, libere dalla competizione di altre piante, dove il seme minuscolo dell’orchidea e il fungo simbionte di cui ha bisogno possono incontrarsi. Un prato troppo fitto e indisturbato, paradossalmente, può ostacolare proprio questo incontro.

Gli stessi autori segnalano però un limite spaziale importante al proprio risultato: l’effetto positivo si osserva con maggiore probabilità in pascoli di grande estensione — superiori ai dieci ettari, idealmente oltre i cinquanta — dove gli animali tendono a concentrarsi sulle zone a maggiore disponibilità di foraggio, lasciando relativamente indisturbate le chiazze più aride e povere di nutrienti dove le orchidee prosperano. Su un pascolo piccolo o recintato, dove gli animali non hanno la possibilità di selezionare dove pascolare, lo stesso meccanismo potrebbe non valere, o invertirsi.

Conferme indipendenti, su altri continenti e altre specie

Per verificare che il principio — il segno dell’effetto dipende da intensità, stagione e scala, non dalla specie animale o dal pascolo in sé — non sia un artefatto dei soli casi europei appena descritti, vale la pena guardare a contesti del tutto indipendenti.

Uno studio tedesco sul pascolo caprino in rotazione, condotto su otto anni in prati calcarei minacciati dall’avanzata di arbusti, trova un risultato che replica lo schema già visto: il numero di individui della stessa orchidea spider (Ophrys sphegodes) è aumentato significativamente nei recinti pascolati in estate, grazie a una maggiore disponibilità di luce e alla creazione di terreno nudo — ma gli stessi autori osservano anche una mortalità più alta e una maggiore dormienza vegetativa dovute a un disseccamento più marcato di quegli stessi suoli scoperti. Il vantaggio netto, concludono, sta nella riduzione dell’avanzata arbustiva, che nel lungo periodo supera le perdite individuali — ma il bilancio resta, appunto, un bilancio tra costi e benefici, non un effetto univocamente positivo.

Su un genere diverso, Dactylorhiza, ampiamente presente anche sul Matese, una ricerca danese che ha seguito una popolazione dal 1987 al 2010 ha trovato che un’alta proporzione di piante veniva persa per pascolo proprio nell’anno di studio più dettagliato, deducendo lo stesso fenomeno anche per gli anni precedenti; il pascolo in primavera e a inizio estate, concludono gli autori, può quindi contribuire al declino della specie — un risultato coerente con il principio stagionale individuato in Appennino. In direzione opposta, uno studio condotto sull’Himalaya nepalese su un’altra specie del medesimo genere ha trovato che, in un sito dove il prelievo di piante era localmente regolamentato, la densità della popolazione era quasi il doppio rispetto a un sito non regolamentato, con una resa riproduttiva e una produzione di tuberi circa tre volte superiori — qui la variabile decisiva non era la presenza o assenza di pascolo, ma l’esistenza o assenza di una regolamentazione, quale che fosse.

Un limite che la stessa letteratura riconosce: il divieto non è automaticamente tutela

Un ultimo studio, pubblicato nel 2024 sulla rivista Plants e dedicato a un’area protetta italiana, offre una conclusione che vale la pena riportare per intero nel suo significato, perché supera la domanda specifica sul pascolo e ne pone una più ampia. Anche dove le orchidee godono di protezione formale, il loro successo riproduttivo può risultare comunque fortemente compromesso — in quel caso specifico, per un’impollinazione insufficiente che ha impedito la formazione dei frutti. La conclusione degli autori è che la protezione ambientale, da sola, risulta inefficace nel preservare le orchidee se non è accompagnata da azioni mirate contro le minacce ambientali specifiche che gravano su quella popolazione in quel momento.

Applicata al tema di questa rassegna, la conclusione è la seguente: vietare un’attività — il pascolo equino, bovino, ovino, o qualunque altra — non costituisce di per sé una misura di tutela efficace, se il divieto non è calibrato sul meccanismo specifico di minaccia che si intende contrastare. Un divieto generico al pascolo equino, ad esempio, non distingue tra un carico di bestiame contenuto e uno eccessivo, tra un pascolo praticato in autunno e uno praticato in piena fioritura primaverile, tra un’area estesa dove gli animali possono selezionare dove pascolare e un’area piccola dove non possono farlo. Sono esattamente le variabili che la ricerca demografica di lungo periodo ha isolato come decisive — e sono, non a caso, le stesse variabili che un piano di pascolamento tecnicamente fondato dovrebbe specificare, indipendentemente da quale specie animale autorizzi.

Cosa resta, alla fine di trent’anni di osservazione

Tre conclusioni emergono da questa rassegna, tutte sostenute da più fonti indipendenti tra loro per geografia, specie e metodo:

La prima è che non esiste un effetto universale del pascolo sulle orchidee, né positivo né negativo. I due studi di osservazione più lunghi disponibili — 32 e 30 anni — arrivano a conclusioni opposte non perché uno dei due sia sbagliato, ma perché misurano variabili diverse: il primo isola la specie animale e la sua meccanica di calpestio, il secondo isola la stagione del pascolo rispetto al ciclo riproduttivo della pianta. Entrambe le variabili contano, e nessuna delle due, presa da sola, esaurisce la domanda.

La seconda è che il pascolo equino, specificamente, ha almeno un caso documentato di effetto a lungo termine positivo su una specie di Ophrys in prateria calcarea — il contesto floristico più vicino a quello matesino tra i casi reperiti — ma quell’effetto è condizionato da un carico di bestiame contenuto, da una gestione continuativa nel corso dell’anno, e da un’estensione di pascolo ampia. Nessuna di queste tre condizioni è implicita nella sola presenza di cavalli al pascolo.

La terza, forse la più utile per chi deve valutare una decisione amministrativa specifica, è che la domanda corretta da porre non è mai “questo animale danneggia questa pianta”, ma “con quale carico, in quale stagione, su quale estensione, e con quale possibilità di rigenerazione”. Sono le stesse domande che la ricerca scientifica ha impiegato tre decenni a formulare con precisione, e sono le domande che qualunque provvedimento — di divieto o di autorizzazione — dovrebbe essere in grado di rispondere per essere giudicato tecnicamente fondato, indipendentemente da quale conclusione raggiunga.

Questa rassegna è stata costruita isolando deliberatamente il quesito scientifico dal contesto amministrativo del Matese, per evitare che casi locali specifici condizionassero la lettura della letteratura. Nessuno degli studi citati riguarda il Matese: sono stati selezionati perché trattano le stesse specie o gli stessi generi di orchidee di cui è documentata la presenza sul massiccio, in contesti geografici del tutto indipendenti — Inghilterra, Germania, Danimarca, Italia centrale, Nepal. L’applicazione di questi principi generali a un caso locale specifico richiederebbe dati di campo propri a quel caso, che questa rassegna non fornisce e non intende sostituire.
Fonti
  • Hutchings, M.J. (2010). The population biology of the early spider orchid Ophrys sphegodes Mill. III. Demography over three decades. Journal of Ecology, 98, 867-878.
  • Jacquemyn, H. et al. (2015). Biological Flora of the British Isles: Ophrys sphegodes. Journal of Ecology, 104.
  • Catorci, A., Cesaretti, S., Gatti, R. (2013). Effect of long-term abandonment and spring grazing on floristic and functional composition of dry grasslands in a central Apennine farmland. Polish Journal of Ecology, 61, 505-517.
  • Köhler, M. et al. (2023). Positive long-term effects of year-round horse grazing in orchid-rich dry calcareous grasslands – Results of a 12-year study. Frontiers in Ecology and Evolution, 11.
  • Studio tedesco su pascolo caprino in rotazione e Ophrys sphegodes (ricerca su restauro di prati calcarei invasi da arbusti).
  • Sonne, M.N., Hauser, T.P. (2014). Population Fluctuations, Losses to Grazing, and Reproductive Success of Dactylorhiza sambucina on Bornholm, Denmark. Annales Botanici Fennici, 51(6), 375-386.
  • Chapagain, B. et al. (2021). Illegal harvesting and livestock grazing threaten the endangered orchid Dactylorhiza hatagirea in Nepalese Himalaya. Ecology and Evolution, 11.
  • How Effective Is Environmental Protection for Ensuring the Vitality of Wild Orchid Species? A Case Study of a Protected Area in Italy (2024). Plants, MDPI.
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