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Resoconti verificati di incontri pubblici, dove a quanto viene detto si affianca un controllo sui dati: cosa i fatti confermano, cosa restano impressioni, e cosa — spesso la domanda più rilevante — non è stato detto.

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Transumanza e aree interne: dal patrimonio immateriale alla domanda di un modello economico

Convegni

Il convegno di Santa Croce del Sannio mette a confronto istituzioni, allevatori e ricerca su un nodo comune: la transumanza come infrastruttura di sviluppo, non come reperto da museo

Pastorizia Aree interne UNESCO Transumanza

Si è svolto il 25 giugno 2026 a Santa Croce del Sannio il convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, promosso nell’ambito del progetto “Tracce” sulla transumanza digitale (programma su tracce.cloud), occasione di confronto tra rappresentanti istituzionali, allevatori e ricercatori sul tema della transumanza come elemento di sviluppo per le aree interne del Mezzogiorno. Gli interventi, pur provenendo da prospettive distinte — istituzionale, imprenditoriale, accademica e internazionale — convergono su una tesi comune, che attraversa l’intero convegno: la transumanza non va trattata come reperto storico da tutelare in chiave museale, ma come infrastruttura economica e territoriale potenzialmente riattivabile.

La cornice istituzionale: dal riconoscimento UNESCO al fondo ministeriale

Ad aprire i lavori è Leonardo Ventura, direttore dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, che richiama il riconoscimento ufficiale della transumanza nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale UNESCO, ottenuto nel 2019. Ventura inquadra l’azione dell’Istituto come supporto tecnico ai progetti già in corso sul territorio, in particolare quelli promossi da Nicola Di Niro, e individua nella valorizzazione territoriale — più che nella sola salvaguardia della pratica tradizionale — l’obiettivo prioritario.

Sulla stessa linea si muove l’intervento del rappresentante del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (D’Eramo), che dà conto di uno strumento concreto già attivo: un fondo di 2 milioni di euro destinato ai comuni per il recupero di stazioni di sosta, masserie tratturali e rifugi pastorali. Viene inoltre segnalata un’iniziativa parlamentare per l’istituzione di un Fondo Nazionale delle Terre Rurali d’Italia, orientata alla conservazione delle competenze tecniche della pastorizia estensiva.

Il dato istituzionale più rilevante emerso dal convegno riguarda però una cornice internazionale, non nazionale: il 2026 è stato dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (International Year of Rangelands and Pastoralists), con risoluzione adottata il 15 marzo 2022 su iniziativa della Mongolia e con il sostegno di 68 paesi co-firmatari. La FAO è stata designata agenzia guida per l’attuazione del programma, lanciato formalmente a Roma il 3 dicembre 2025. Gregorio Velasco, intervenuto in rappresentanza della FAO, ha richiamato questa cornice come opportunità di visibilità politica per il settore pastorale, sottolineando che i sistemi pastorali sono presenti in oltre il 75% dei paesi del mondo, coinvolgono circa 200 milioni di persone e gestiscono una quota significativa della superficie terrestre globale, con funzioni ecosistemiche dirette — sequestro del carbonio, conservazione della biodiversità, prevenzione degli incendi.

La ricostruzione storica: dai faldoni della Provincia di Foggia alla rete UNESCO

L’intervento di Nicola Di Niro fornisce la chiave narrativa del convegno e ne spiega l’origine. Il racconto parte da un’osservazione diretta nel 2003 della transumanza ancora praticata dalla famiglia Colantuono tra Molise e Puglia — circa 450 bovini di razza podolica spostati a piedi secondo modalità tramandate da generazioni. Da quell’osservazione nasce una ricerca d’archivio: documentazione di fine Ottocento conservata negli archivi della Provincia di Foggia, che attesta in modo puntuale i percorsi dei tratturi storici. Secondo Di Niro, questi documenti dimostrano che la transumanza non costituiva solo una pratica pastorale, ma una rete geografica strutturata che collegava l’intero Mezzogiorno, dall’Abruzzo alla Puglia fino alla Calabria, e che ha influenzato la formazione di insediamenti urbani lungo i percorsi — tra gli esempi citati, Latina, Matera, Campobasso e Isernia.

Da questa ricerca documentale è derivato un progetto internazionale, con il coinvolgimento di Francia, Spagna, Grecia e Svezia, che ha condotto al riconoscimento UNESCO del 2019. Di Niro propone una lettura della transumanza non come pratica residuale, ma come modello da aggiornare attraverso strumenti tecnologici — monitoraggio satellitare o con drone degli spostamenti, sensoristica per il controllo sanitario del bestiame — funzionali a un’economia legata al turismo lento e alla valorizzazione di filiere agroalimentari di qualità, come il caciocavallo podolico. La proposta più esplicita riguarda il ruolo delle nuove generazioni, da intendersi non come continuatori della pastorizia tradizionale ma come gestori integrati del territorio, capaci di coniugare agricoltura, artigianato e accoglienza.

La voce degli allevatori: isolamento, burocrazia, squilibrio di filiera

Se la componente istituzionale e progettuale del convegno guarda al futuro, gli interventi degli allevatori restituiscono una fotografia più immediata delle criticità operative. Manuela Cozzi, attiva in Abruzzo da quasi cinquant’anni nell’economia pastorale delle aree marginali, individua nell’isolamento e nell’invecchiamento della popolazione di allevatori la fragilità principale del settore, con conseguenze dirette sulla tenuta economica e ambientale dei territori montani. Cozzi richiama inoltre la pressione concorrenziale di capi importati non soggetti agli stessi standard di benessere animale, e descrive ostacoli amministrativi concreti — sistemi informatici non adeguati alla gestione di transumanze verticali su larga scala, con incongruenze normative che complicano la movimentazione degli animali.

Un punto specifico merita di essere segnalato come dichiarazione della relatrice, da verificare indipendentemente prima di un eventuale utilizzo come dato consolidato: secondo Cozzi, il volume di vendita di arrosticini in Abruzzo supererebbe il miliardo di pezzi all’anno, a fronte di una drastica riduzione dei capi di bestiame effettivamente presenti sul territorio. Il punto, così come posto, serve a illustrare uno squilibrio di filiera — la crescita del business legato ai prodotti della pastorizia a fronte della contrazione del numero di allevatori — più che a fornire una misura statistica verificata.

Cozzi richiama infine un percorso normativo già avviato in Abruzzo circa trentacinque anni fa, con il riconoscimento legislativo di agricoltura biologica, fattorie didattiche e fattorie sociali, presentato come precedente di multifunzionalità agricola applicabile anche al contesto attuale.

Il nodo generazionale e la critica al modello agricolo intensivo

Nadia Savino, presidente di Slow Food Benevento e già collaboratrice FAO, porta nel convegno una prospettiva biografica che si fa argomento generale: la sua generazione, originaria delle aree interne irpine, è stata storicamente orientata a lasciare il territorio per ragioni di studio e lavoro. Savino inquadra la propria scelta di rientro e di avvio di un’azienda agricola come parte di una più ampia esigenza di modelli alternativi alla agricoltura intensiva, che secondo l’intervento non sarebbe in grado di sostenere la domanda alimentare globale prevista per il 2050.

L’intervento individua due ordini di problemi per le aree interne. Il primo è la mancanza di un orizzonte progettuale di lungo periodo, attribuita a una politica orientata alla scadenza elettorale piuttosto che alla pianificazione strutturale. Il secondo riguarda la sostenibilità economica delle filiere agroecologiche e biologiche, che secondo Savino devono ancora dimostrare piena autonomia economica, al di là della qualità del prodotto. Savino richiama il principio di Slow Food — “buono, pulito e giusto” — sottolineando che la componente ancora da consolidare è quella della giusta remunerazione, sia per il consumatore che per chi assume il costo della tutela ambientale e sociale.

Temi trasversali e nodi aperti

Letti nel complesso, gli interventi del convegno restituiscono alcuni nodi comuni che attraversano prospettive istituzionali, imprenditoriali e accademiche diverse tra loro:

  • Riconversione funzionale del patrimonio immateriale. Il riconoscimento UNESCO del 2019 viene sistematicamente presentato non come punto di arrivo simbolico, ma come premessa per un modello economico da costruire — turismo lento, filiere agroalimentari, gestione tecnologica del bestiame.
  • Squilibrio tra valore di filiera e tenuta della base produttiva. Più interventi convergono, con angolazioni diverse, sulla distanza tra la crescita del valore economico legato ai prodotti della pastorizia e la contrazione strutturale del numero di allevatori attivi sul territorio.
  • Deficit infrastrutturale e amministrativo. Le criticità segnalate da chi opera direttamente nel settore — sistemi informatici inadeguati, incongruenze normative nella movimentazione del bestiame — indicano una distanza tra la cornice di riconoscimento culturale e gli strumenti amministrativi concreti a disposizione degli operatori.
  • Domanda di ricambio generazionale, non di replica del modello tradizionale. Sia Di Niro sia Savino, da prospettive diverse, propongono una figura di operatore agricolo che integra competenze gestionali, tecnologiche e di accoglienza, distinta dalla figura tradizionale del pastore.
  • Cornice multilivello. Il convegno mette in relazione strumenti di scala molto diversa — un fondo ministeriale da 2 milioni di euro, un’iniziativa parlamentare nazionale, una designazione ONU di portata globale — senza che dagli interventi emerga un’articolazione chiara di come questi livelli debbano coordinarsi operativamente sul territorio.

Resta sullo sfondo, e non risolta dal convegno, la questione della scala temporale: gli strumenti istituzionali richiamati — fondo ministeriale, iniziativa parlamentare, Anno Internazionale ONU — operano su orizzonti e per importi molto diversi tra loro, e nessuno degli interventi affronta esplicitamente il tema di come si traducano, o se si traducano, in capacità di intervento effettiva sulle criticità operative descritte dagli allevatori presenti.

Convegno: “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio” — Santa Croce del Sannio. Relatori: Leonardo Ventura (Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale), Nicola Di Niro, Manuela Cozzi (La Porta dei Parchi), Nadia Savino (Slow Food Benevento), Gregorio Velasco (FAO), D’Eramo (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste).

ivinti.it — redazione

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Pascolo e orchidee: cosa dice la letteratura scientifica mondiale
Analisi · Biodiversità

Tre decenni di studi demografici su prati e orchidee mostrano che il pascolo non è né una minaccia né una tutela in assoluto: il segno dell’effetto dipende dalla specie pascolante, dalla stagione e dalla scala — non dal pascolo in sé.

AnalisiBiodiversitàLetteratura scientifica ivinti.it — giugno 2026

Quando un ente decide di vietare o consentire il pascolo in un’area protetta per la tutela di una specie vegetale, la decisione viene quasi sempre raccontata in termini semplici: l’animale pascolante danneggia, o non danneggia, la pianta che si intende proteggere. La letteratura scientifica accumulata su questo tema nell’arco di oltre tre decenni racconta qualcosa di più articolato, e merita di essere riportata per quello che è — un corpo di conoscenza internazionale, indipendente da qualunque controversia locale — prima che venga invocata, in un senso o nell’altro, per sostenere decisioni specifiche su territori specifici.

Questa rassegna si concentra su un gruppo di piante per cui la presenza sul massiccio del Matese è documentata con certezza — le orchidee spontanee di prateria, in particolare i generi Ophrys, Orchis, Anacamptis e Dactylorhiza — ma cerca deliberatamente le fonti al di fuori del contesto geografico locale. L’obiettivo non è valutare un caso specifico, ma offrire al lettore gli strumenti concettuali con cui qualunque caso, ovunque si presenti, andrebbe valutato.

Una domanda che la ricerca pone da decenni, senza una risposta univoca

Una rassegna pubblicata nel 2023 su Frontiers in Ecology and Evolution, basata su un esperimento di pascolo equino condotto per dodici anni su una prateria calcarea della Germania centrale, inquadra il problema con chiarezza: si tratta di una questione dibattuta da tempo nella conservazione, cioè se il disturbo prodotto da un animale al pascolo influisca sulle specie rare in modo negativo oppure, a intensità adeguate, in modo positivo. Gli stessi autori notano che gli studi che hanno seguito le dinamiche di popolazioni di orchidee sotto regimi di pascolo per più anni sono pochi, e che i risultati ottenuti sono contrastanti tra loro.

Il contrasto più citato in questa letteratura riguarda due studi di rara qualità metodologica, per la durata dell’osservazione: uno, condotto in Inghilterra, ha seguito la stessa popolazione di un’orchidea per 32 anni; l’altro, condotto sull’Appennino centrale italiano, ha analizzato gli effetti dell’abbandono e del pascolo su un arco di 30 anni. Le conclusioni divergono. Capire perché è il modo più solido per rispondere alla domanda di fondo.

Il caso più documentato: bovini, ovini e la stessa orchidea nello stesso luogo

Lo studio più informativo reperito in questa rassegna non confronta semplicemente “pascolo sì” con “pascolo no”: confronta due specie animali diverse sullo stesso sito, nel tempo. Michael Hutchings ha seguito per 32 anni una popolazione della rara orchidea spider precoce (Ophrys sphegodes) in Inghilterra, in un sito che è stato gestito prima con pascolo bovino, dal 1975 al 1979, e poi con pascolo ovino, dal 1980 al 2006. Il risultato numerico è netto: l’emivita media delle coorti di piante nate negli anni di pascolo bovino è risultata significativamente più breve di quella delle coorti nate sotto pascolo ovino — circa venti mesi contro quasi tre anni.

La spiegazione meccanicistica, ricostruita in una successiva rassegna botanica dedicata alla specie, chiarisce perché due animali pascolanti producano effetti così diversi sulla stessa pianta. I bovini danneggiano l’orchidea in tre modi distinti: il loro modo di pascolare tende a strappare intere piante, comprese le parti sotterranee; il loro peso provoca danni meccanici ai tuberi quando calpestano i sottili suoli calcarei tipici di questi prati; e la loro massa tende a causare smottamenti del terreno sui pendii, soprattutto con tempo umido, danneggiando le connessioni tra le radici della pianta, i funghi simbionti di cui l’orchidea ha bisogno per germinare, e il substrato. Le pecore, al contrario, brucano le foglie molto vicino al suolo lasciando un tappeto erboso corto — il che riduce la competizione per la luce con altre piante — ma lasciano intatti i tuberi sotterranei, permettendo alla pianta di rigenerare foglie e steli fiorali l’anno successivo.

Un dettaglio aggiuntivo, spesso assente dalle sintesi divulgative di questo studio, riguarda la stagionalità: il pascolo ovino che ha invertito il declino della popolazione veniva praticato durante quasi tutto l’anno, con un’unica esclusione nei tre mesi di fioritura e fruttificazione, tra maggio e luglio. Non è quindi il pascolo ovino in sé a essere protettivo, ma il pascolo ovino calibrato per evitare la finestra riproduttiva della pianta.

Lo stesso animale può essere una minaccia o una tutela per la stessa pianta, a seconda di tre variabili indipendenti dalla specie: il peso e il modo di calpestare, la stagione in cui avviene il pascolo, e la possibilità che la pianta rigeneri dopo il passaggio dell’animale.

Il caso italiano: la stagione, non l’animale, come fattore di rischio

Lo studio più rilevante per il contesto matesino non riguarda il Matese, ma la stessa catena appenninica: Andrea Catorci, Sabrina Cesaretti e Richard Gatti hanno analizzato, nel 2013, i prati aridi di un’azienda agricola dell’Appennino centrale che erano stati pascolati da ovini in tardo inverno e in primavera fino al 1980, e che da allora risultavano abbandonati. La loro conclusione, ampiamente ripresa nella letteratura successiva, è che il pascolo praticato prima o durante la fioritura sia generalmente dannoso per le specie di orchidee, a causa della distruzione meccanica di foglie e infiorescenze ancora sensibili in quella fase del ciclo vegetativo.

Il punto di interesse non è che questo studio “smentisca” quello inglese — la specie pascolante è la stessa, gli ovini, in entrambi i casi giudicata meno dannosa dei bovini — ma che isoli una variabile diversa e altrettanto decisiva: la stagione. Pecore che pascolano fuori dalla finestra riproduttiva (come nel caso inglese) possono favorire la pianta; le stesse pecore, se pascolano durante la fioritura primaverile (come nel caso appenninico), possono danneggiarla. La specie animale, in altri termini, non è la variabile che decide l’esito: lo è il calendario del pascolo rispetto al ciclo biologico della pianta.

Il pascolo equino: un caso recente, con un meccanismo specifico

Per il pascolo equino specificamente — la specie più spesso evocata nelle controversie sulle aree protette appenniniche — lo studio più dettagliato reperito in questa rassegna è quello di Köhler e colleghi, pubblicato nel 2023 su una prateria calcarea della Germania centrale osservata per dodici anni consecutivi. Il pascolo equino continuo, a basso carico di bestiame, per tutto l’anno, ha mostrato il potenziale di migliorare la biodiversità floristica generale del prato, e in particolare la densità di una specie di orchidea del genere Ophrys nel lungo periodo.

Il meccanismo individuato dagli autori non è “il pascolo equino fa bene alle orchidee” in modo generico, ma uno specifico: un fattore cruciale per questo risultato è stato l’aumento delle chiazze di terreno nudo, indotto principalmente dal pascolo e dal calpestio. Questo perché la capacità di una nuova pianta di orchidea di germinare e stabilirsi in un prato non è limitata, in molti casi, dalla disponibilità di semi, ma dalla disponibilità di micrositi adatti — piccole porzioni di suolo scoperto, libere dalla competizione di altre piante, dove il seme minuscolo dell’orchidea e il fungo simbionte di cui ha bisogno possono incontrarsi. Un prato troppo fitto e indisturbato, paradossalmente, può ostacolare proprio questo incontro.

Gli stessi autori segnalano però un limite spaziale importante al proprio risultato: l’effetto positivo si osserva con maggiore probabilità in pascoli di grande estensione — superiori ai dieci ettari, idealmente oltre i cinquanta — dove gli animali tendono a concentrarsi sulle zone a maggiore disponibilità di foraggio, lasciando relativamente indisturbate le chiazze più aride e povere di nutrienti dove le orchidee prosperano. Su un pascolo piccolo o recintato, dove gli animali non hanno la possibilità di selezionare dove pascolare, lo stesso meccanismo potrebbe non valere, o invertirsi.

Conferme indipendenti, su altri continenti e altre specie

Per verificare che il principio — il segno dell’effetto dipende da intensità, stagione e scala, non dalla specie animale o dal pascolo in sé — non sia un artefatto dei soli casi europei appena descritti, vale la pena guardare a contesti del tutto indipendenti.

Uno studio tedesco sul pascolo caprino in rotazione, condotto su otto anni in prati calcarei minacciati dall’avanzata di arbusti, trova un risultato che replica lo schema già visto: il numero di individui della stessa orchidea spider (Ophrys sphegodes) è aumentato significativamente nei recinti pascolati in estate, grazie a una maggiore disponibilità di luce e alla creazione di terreno nudo — ma gli stessi autori osservano anche una mortalità più alta e una maggiore dormienza vegetativa dovute a un disseccamento più marcato di quegli stessi suoli scoperti. Il vantaggio netto, concludono, sta nella riduzione dell’avanzata arbustiva, che nel lungo periodo supera le perdite individuali — ma il bilancio resta, appunto, un bilancio tra costi e benefici, non un effetto univocamente positivo.

Su un genere diverso, Dactylorhiza, ampiamente presente anche sul Matese, una ricerca danese che ha seguito una popolazione dal 1987 al 2010 ha trovato che un’alta proporzione di piante veniva persa per pascolo proprio nell’anno di studio più dettagliato, deducendo lo stesso fenomeno anche per gli anni precedenti; il pascolo in primavera e a inizio estate, concludono gli autori, può quindi contribuire al declino della specie — un risultato coerente con il principio stagionale individuato in Appennino. In direzione opposta, uno studio condotto sull’Himalaya nepalese su un’altra specie del medesimo genere ha trovato che, in un sito dove il prelievo di piante era localmente regolamentato, la densità della popolazione era quasi il doppio rispetto a un sito non regolamentato, con una resa riproduttiva e una produzione di tuberi circa tre volte superiori — qui la variabile decisiva non era la presenza o assenza di pascolo, ma l’esistenza o assenza di una regolamentazione, quale che fosse.

Un limite che la stessa letteratura riconosce: il divieto non è automaticamente tutela

Un ultimo studio, pubblicato nel 2024 sulla rivista Plants e dedicato a un’area protetta italiana, offre una conclusione che vale la pena riportare per intero nel suo significato, perché supera la domanda specifica sul pascolo e ne pone una più ampia. Anche dove le orchidee godono di protezione formale, il loro successo riproduttivo può risultare comunque fortemente compromesso — in quel caso specifico, per un’impollinazione insufficiente che ha impedito la formazione dei frutti. La conclusione degli autori è che la protezione ambientale, da sola, risulta inefficace nel preservare le orchidee se non è accompagnata da azioni mirate contro le minacce ambientali specifiche che gravano su quella popolazione in quel momento.

Applicata al tema di questa rassegna, la conclusione è la seguente: vietare un’attività — il pascolo equino, bovino, ovino, o qualunque altra — non costituisce di per sé una misura di tutela efficace, se il divieto non è calibrato sul meccanismo specifico di minaccia che si intende contrastare. Un divieto generico al pascolo equino, ad esempio, non distingue tra un carico di bestiame contenuto e uno eccessivo, tra un pascolo praticato in autunno e uno praticato in piena fioritura primaverile, tra un’area estesa dove gli animali possono selezionare dove pascolare e un’area piccola dove non possono farlo. Sono esattamente le variabili che la ricerca demografica di lungo periodo ha isolato come decisive — e sono, non a caso, le stesse variabili che un piano di pascolamento tecnicamente fondato dovrebbe specificare, indipendentemente da quale specie animale autorizzi.

Cosa resta, alla fine di trent’anni di osservazione

Tre conclusioni emergono da questa rassegna, tutte sostenute da più fonti indipendenti tra loro per geografia, specie e metodo:

La prima è che non esiste un effetto universale del pascolo sulle orchidee, né positivo né negativo. I due studi di osservazione più lunghi disponibili — 32 e 30 anni — arrivano a conclusioni opposte non perché uno dei due sia sbagliato, ma perché misurano variabili diverse: il primo isola la specie animale e la sua meccanica di calpestio, il secondo isola la stagione del pascolo rispetto al ciclo riproduttivo della pianta. Entrambe le variabili contano, e nessuna delle due, presa da sola, esaurisce la domanda.

La seconda è che il pascolo equino, specificamente, ha almeno un caso documentato di effetto a lungo termine positivo su una specie di Ophrys in prateria calcarea — il contesto floristico più vicino a quello matesino tra i casi reperiti — ma quell’effetto è condizionato da un carico di bestiame contenuto, da una gestione continuativa nel corso dell’anno, e da un’estensione di pascolo ampia. Nessuna di queste tre condizioni è implicita nella sola presenza di cavalli al pascolo.

La terza, forse la più utile per chi deve valutare una decisione amministrativa specifica, è che la domanda corretta da porre non è mai “questo animale danneggia questa pianta”, ma “con quale carico, in quale stagione, su quale estensione, e con quale possibilità di rigenerazione”. Sono le stesse domande che la ricerca scientifica ha impiegato tre decenni a formulare con precisione, e sono le domande che qualunque provvedimento — di divieto o di autorizzazione — dovrebbe essere in grado di rispondere per essere giudicato tecnicamente fondato, indipendentemente da quale conclusione raggiunga.

Questa rassegna è stata costruita isolando deliberatamente il quesito scientifico dal contesto amministrativo del Matese, per evitare che casi locali specifici condizionassero la lettura della letteratura. Nessuno degli studi citati riguarda il Matese: sono stati selezionati perché trattano le stesse specie o gli stessi generi di orchidee di cui è documentata la presenza sul massiccio, in contesti geografici del tutto indipendenti — Inghilterra, Germania, Danimarca, Italia centrale, Nepal. L’applicazione di questi principi generali a un caso locale specifico richiederebbe dati di campo propri a quel caso, che questa rassegna non fornisce e non intende sostituire.
Fonti
  • Hutchings, M.J. (2010). The population biology of the early spider orchid Ophrys sphegodes Mill. III. Demography over three decades. Journal of Ecology, 98, 867-878.
  • Jacquemyn, H. et al. (2015). Biological Flora of the British Isles: Ophrys sphegodes. Journal of Ecology, 104.
  • Catorci, A., Cesaretti, S., Gatti, R. (2013). Effect of long-term abandonment and spring grazing on floristic and functional composition of dry grasslands in a central Apennine farmland. Polish Journal of Ecology, 61, 505-517.
  • Köhler, M. et al. (2023). Positive long-term effects of year-round horse grazing in orchid-rich dry calcareous grasslands – Results of a 12-year study. Frontiers in Ecology and Evolution, 11.
  • Studio tedesco su pascolo caprino in rotazione e Ophrys sphegodes (ricerca su restauro di prati calcarei invasi da arbusti).
  • Sonne, M.N., Hauser, T.P. (2014). Population Fluctuations, Losses to Grazing, and Reproductive Success of Dactylorhiza sambucina on Bornholm, Denmark. Annales Botanici Fennici, 51(6), 375-386.
  • Chapagain, B. et al. (2021). Illegal harvesting and livestock grazing threaten the endangered orchid Dactylorhiza hatagirea in Nepalese Himalaya. Ecology and Evolution, 11.
  • How Effective Is Environmental Protection for Ensuring the Vitality of Wild Orchid Species? A Case Study of a Protected Area in Italy (2024). Plants, MDPI.
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Sul Matese si parla di sviluppo turistico. Poco di sicurezza
Sicurezza e territorio

Dal convegno di San Potito Sannitico sulle nuove guide GAE, una domanda rimasta sullo sfondo: cosa succede quando il soccorso deve raggiungere chi è in difficoltà sul massiccio, e la voce non passa? Una verifica sui casi reali, con i suoi limiti dichiarati.

Verifica Sicurezza in montagna San Potito Sannitico · 17 giugno 2026 — analisi pubblicata su Osservatorio dei Vinti
2
Interventi CNSAS documentati, stesso punto del massiccio (2024–2026)
54
Comuni del Parco — i due casi riguardano un solo versante
~2M€
Costo di un piano regionale di copertura in Appennino (Emilia-Romagna, termine di paragone)

Un parco, una montagna, e un rischio rimasto sullo sfondo

Il 17 giugno scorso, a San Potito Sannitico, si è tenuto il convegno di presentazione delle nuove guide GAE per il territorio del Parco Nazionale del Matese. Il sindaco Franco Imperadore ha aperto i lavori con un intervento che ha attraversato i temi caldi della governance locale: le norme di attuazione del periodo transitorio, la sovrapposizione con la zonizzazione Natura 2000, la candidatura della DMO (Destination Management Organization) presentata dal GAL, l’esito atteso per giugno, la necessità di “mettere a sistema” il patrimonio di laghi, faggete e corsi d’acqua di un’area che — nelle sue parole — è ricca di bellezze ma ancora poco conosciuta.

È un linguaggio che si ripete identico in quasi ogni convegno sulle aree interne italiane: valorizzazione, sistema, candidatura, riconoscimento. Un vocabolario di sviluppo, costruito intorno all’idea che il problema del Matese sia soprattutto la sua scarsa visibilità.

Tra i presenti al convegno c’era anche un rappresentante del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Dalla trascrizione del suo intervento — di qualità tecnica non sempre lineare, per cui qui si riportano solo i passaggi ragionevolmente ricostruibili — emerge un accenno al problema, ma non quello che ci si potrebbe aspettare.

Il relatore descrive una difficoltà operativa concreta: le chiamate di soccorso che arrivano alla sala operativa unica regionale richiedono spesso tempi lunghi solo per capire dove si trovi chi chiama, perché chi risponde dalla centrale — accentrata, e quindi non sempre familiare con la toponomastica locale — fatica a tradurre la descrizione del chiamante in una posizione reale sul terreno. Per questo, sottolinea, la collaborazione con le guide e con gli operatori che conoscono bene la topografia del territorio rende gli interventi più rapidi ed efficaci.

Cosa è stato detto, e cosa no È un punto vero e rilevante, ma resta su un piano organizzativo: il problema viene descritto come un deficit di conoscenza del territorio da parte di chi risponde al telefono, non come un problema di infrastruttura di comunicazione. Nella ricostruzione offerta al convegno non emerge un collegamento esplicito tra quei “tempi lunghi per capire dove sia il richiedente” e la causa che la cronaca dei soccorsi reali sul Matese mette invece in primo piano: una copertura vocale instabile o assente, che in alcuni casi ha costretto a localizzare le persone non con la voce ma via SMS. Si parla del sintomo — la difficoltà a localizzare chi chiama — non della causa infrastrutturale che, nei casi più recenti, lo ha determinato.

Questo articolo nasce da una domanda concreta, posta da un lettore dopo il convegno: quanto è reale, e quanto è grande, questo rischio? La risposta — come spesso accade quando si passa dall’impressione al dato verificabile — è più articolata di un titolo a effetto, e va raccontata con tutte le sue cautele.

Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati e fonti disponibili pubblicamente: cronaca giornalistica verificata su più testate indipendenti, protocolli operativi pubblicati da CAI e CNSAS, documentazione ufficiale sui piani pubblici di copertura digitale (PNRR, Piano Aree Bianche, Piano Italia 5G). Le interpretazioni proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali fonti e non costituiscono accertamenti tecnici, perizie o posizioni ufficiali di enti terzi. Dove i dati non permettono una quantificazione puntuale — ed è un limite che l’articolo stesso evidenzia — questo è segnalato esplicitamente, anziché colmato con stime arbitrarie.

Due episodi, un solo punto della montagna

La verifica è partita dalla cronaca. Negli ultimi due anni, sul versante di Campitello Matese — nell’area del Monte Miletto, 2.050 metri, la cima più alta del massiccio — si sono registrati almeno due interventi di soccorso in cui il fattore comunicazione ha avuto un ruolo diretto nella dinamica dei fatti.

Data Dinamica Localizzazione Esito
Novembre 2024 Due escursionisti smarriscono il sentiero salendo al Monte Miletto da Campitello Matese SMS Locator, Centrale GeoresQ CNSAS Risolto, nessuna conseguenza
Aprile 2026 Due escursionisti smarriscono il sentiero sul Monte Miletto; uno cade in un dirupo cercando la via di rientro SMS Locator CNSAS; elicottero bloccato da nebbia e maltempo Donna salvata dopo 13 ore; uomo ritrovato senza vita
Fonti: Adnkronos/Meteoweb, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache indipendenti del 14–15 aprile 2026 e del 2 novembre 2024.

Due episodi indipendenti, a diciotto mesi di distanza, nello stesso punto geografico, con lo stesso identico meccanismo tecnico di localizzazione d’emergenza. Non è un dettaglio secondario: il sistema SMS Locator esiste proprio perché, in certe condizioni, la voce spesso non passa ma un SMS — più leggero, più tollerante a un segnale instabile — a volte sì.

Non è un’impressione: è già scritto nei protocolli

Il punto non è materia di opinione. Le stesse linee guida ufficiali del CAI sul soccorso in montagna avvertono che, per chiedere aiuto, è essenziale restare in una zona di copertura telefonica — ma aggiungono subito che possono esistere situazioni ambientali in cui non è in alcun caso possibile effettuare una chiamata di emergenza. È la ragione per cui esistono protocolli alternativi: segnali acustici, segnali visivi con le braccia, e appunto l’SMS Locator, pensato per funzionare anche dove la voce non regge.

Anche la fisica del fenomeno è documentata nella manualistica di settore: in montagna il segnale, quando è al limite, può arrivare per riflessione sulle rocce, dando un’instabilità per cui si riesce a parlare un minuto o due prima che la linea cada — e pioggia, neve, masse nuvolose aggravano ulteriormente la situazione. Sono esattamente le condizioni meteo presenti nel caso del 2026.

Quello che i due casi NON dimostrano

Qui è necessaria una correzione di rotta rispetto alla tentazione — comprensibile, dopo due cronache così simili — di concludere che “il Matese non ha copertura”. Non è quello che i dati raccolti permettono di affermare, ed è importante dirlo con la stessa cura con cui si è proceduto a documentare il problema.

Il Parco Nazionale del Matese si estende su 54 comuni e 87.897,7 ettari, a cavallo di quattro province e due regioni. I due episodi documentati riguardano un solo punto di accesso — il versante di Campitello Matese verso il Monte Miletto — che rappresenta una porzione minima di un territorio vastissimo e fortemente disomogeneo per altitudine, esposizione, densità di sentieri e presenza di infrastrutture.

Generalizzare da due casi, per quanto gravi e ben documentati, a “tutto il Matese è scoperto” sarebbe lo stesso errore di metodo — capovolto — che si imputa al convegno: trarre conclusioni territoriali ampie da un’osservazione puntuale. La cronaca dice con certezza che in quel punto, in quelle condizioni meteo, il sistema si è retto sull’SMS Locator e non sulla voce. Non dice — e nessuna fonte pubblica consultata lo dice — quale sia la situazione sui restanti 53 comuni, sui versanti molisani, sulle quote intermedie, sui sentieri minori.

Un primo tentativo di mappatura, e cosa rivela sulla disomogeneità

Una conferma indiretta di questo limite arriva da un’analisi indipendente di copertura radio in banda VHF condotta su quattro siti del Matese, con metodologia standard di settore — risultata, per quanto è dato sapere da fonti pubbliche, la prima mappatura sistematica di questo tipo realizzata sul massiccio.

Il dato interessante non è tecnico ma di metodo: i quattro siti analizzati mostrano una variabilità fortissima nella popolazione teoricamente raggiunta dal segnale, da poche centinaia di migliaia a oltre quattro milioni di persone in copertura forte. Tradotto: il problema, dove è stato misurato per la prima volta, non è uniforme. Cambia radicalmente da un punto all’altro della stessa montagna.

Questo significa una cosa precisa, e scomoda per chi cerca soluzioni semplici: non esiste “un” problema di copertura del Matese da risolvere con “un” intervento. Esistono punti critici specifici, ciascuno dei quali richiederebbe una valutazione propria — e prima ancora, richiederebbe che qualcuno la facesse, cosa che a quanto risulta da fonti pubbliche non era ancora avvenuta in forma sistematica al momento del convegno di San Potito.

Cosa servirebbe (e perché la proposta in campo non basta)

Un ordine di grandezza, non una soluzione

Senza entrare nel merito di soluzioni tecniche specifiche — che non è compito di questo articolo proporre — può essere utile dare un termine di paragone reale sulla scala delle risorse in gioco, per misurare la distanza tra il linguaggio dei convegni e quello dei bilanci.

In Emilia-Romagna, il progetto regionale “Cellulare in montagna”, gestito dalla società partecipata Lepida per colmare le aree bianche di copertura sull’Appennino, ha richiesto un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro per attivare 17 impianti, con un piano che ne prevedeva altri 23 entro il 2025. Questo per una porzione di Appennino tosco-emiliano, non per un massiccio di 54 comuni a cavallo di due regioni con governance amministrativa ancora in fase di assestamento.

Non è possibile, dai dati pubblici disponibili, derivare una stima affidabile di quanti impianti servirebbero sul Matese — perché non esiste ancora una mappatura completa del problema su tutto il territorio del parco, solo un’analisi su quattro siti. Ma l’ordine di grandezza — milioni di euro, anni di programmazione, un soggetto attuatore dedicato — resta il punto rilevante

Una proposta di scala diversa rispetto al problema

La DMO presentata dal GAL e illustrata dal sindaco Imperadore è uno strumento di coordinamento turistico-promozionale: mette a sistema 48 comuni e 3 comunità montane per costruire una candidatura unica ai fondi destinati alla valorizzazione del territorio. È un obiettivo legittimo e, sul piano della promozione turistica, probabilmente necessario, vista la frammentazione storica dei progetti comunali (un POC per comune) che lo stesso sindaco ha criticato nel suo intervento.

Ma è una struttura di governance pensata per attrarre visitatori e organizzare attività — non per pianificare infrastrutture di sicurezza, che richiedono un soggetto attuatore diverso (operatori di telecomunicazione, enti regionali per le aree bianche, Protezione Civile, eventualmente l’Ente Parco una volta che la sua struttura definitiva sarà operativa), competenze tecniche specifiche, e — come mostra il caso emiliano — risorse che si misurano in milioni di euro su orizzonti pluriennali.

Non risulta, dalle fonti pubbliche consultate, che il tema sia stato inserito tra le priorità della candidatura DMO né che esista, al momento, un soggetto incaricato di occuparsene per il Matese. Il convegno di San Potito — concentrato sul proprio oggetto, la nascita delle guide GAE — non era forse la sede per affrontarlo. Ma la sua assenza dal dibattito, comprensibile anche per la mancanza di un quadro infrastrutturale quantificato, è un sintomo della distanza fra il problema (specifico, localizzato, ma potenzialmente letale) e gli strumenti di governo del territorio attualmente in campo (ampi, promozionali, dimensionati per un altro scopo).

In sintesi
  • Due episodi di soccorso documentati (2024, 2026), entrambi sul versante di Campitello Matese–Monte Miletto, mostrano che in quel punto il sistema di soccorso si è retto sulla geolocalizzazione via SMS, non sulla voce — coerentemente con i protocolli ufficiali CAI/CNSAS, che riconoscono l’esistenza di zone dove la chiamata vocale non è garantita.
  • Questi due casi non permettono di generalizzare un giudizio sull’intero territorio del Parco (54 comuni, quasi 88.000 ettari): riguardano un solo punto di accesso, e un primo tentativo di mappatura sistematica della copertura radio sul massiccio — l’unico individuato in fonti pubbliche — mostra una variabilità fortissima da sito a sito.
  • Un termine di paragone realistico (il piano Lepida in Emilia-Romagna, ~2 milioni di euro per 17 impianti) suggerisce che qualunque intervento risolutivo richiederebbe risorse e una governance dedicata di scala ben superiore a quella di una DMO turistico-promozionale.
  • Il tema non risulta, da fonti pubbliche, affrontato dalla proposta DMO in corso. Al convegno di San Potito un accenno c’è stato, dal rappresentante CNSAS presente in sala, ma limitato al sintomo organizzativo — senza arrivare a nominare la causa infrastrutturale che la cronaca dei soccorsi reali individua con chiarezza.
Fonti
  • Meteoweb / Adnkronos, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache dell’intervento di soccorso del 14–15 aprile 2026, Monte Miletto
  • News della Valle — intervento di soccorso del 2 novembre 2024, Campitello Matese–Roccamandolfi
  • CAI — Prenota Rifugi, “Soccorso e segnali d’emergenza”
  • CNSAS — “La richiesta di soccorso”, cnsas.it
  • CNSAS Molise — “Richiesta di soccorso”, protocolli operativi
  • Montagna.TV — “Cellulari in montagna: come usarli al meglio”
  • Il Resto del Carlino — progetto regionale “Cellulare in montagna”, Lepida, Emilia-Romagna
  • Trascrizione dell’intervento del sindaco di San Potito Sannitico, Franco Imperadore, e dell’intervento del rappresentante CNSAS, convegno del 17 giugno 2026
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