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Resoconti verificati di incontri pubblici, dove a quanto viene detto si affianca un controllo sui dati: cosa i fatti confermano, cosa restano impressioni, e cosa — spesso la domanda più rilevante — non è stato detto.

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Sannio Turismo Sincero – appuntamento con il TCI

Sannio Turismo Sincero

Il convegno del Touring Club Italiano a Telese Terme (30 settembre 2026) sulla destinazione Sannio: due DMO che cercano una voce comune, un parco regionale che dichiara i propri limiti, un parco nazionale che si racconta come risorsa turistica senza disporre ancora degli strumenti per esserlo.

Telese Terme, 30 settembre 2026. Nella sala Principe Umberto del Grand Hotel Telese il Touring Club Italiano riunisce istituzioni, associazioni e operatori attorno a un titolo che è già una tesi: «Sannio Turismo Sincero – Viaggiare l’Italia interna». L’idea, hanno ricordato in apertura il direttore dell’albergo Giuseppe Pecoraro e il console del Touring per Benevento Lorenzo Piombo, è dare a un territorio frammentato tra più province e due regioni «un unico nome e cognome». La sessione che ci interessa più da vicino è quella dedicata ai parchi «come intercettori di risorse e fattori di sviluppo», con il presidente del Parco regionale del Taburno-Camposauro e il presidente del Comitato di gestione provvisoria del Parco nazionale del Matese. La seguiamo, come a Piedimonte Matese e a Pescasseroli nelle settimane precedenti, dal punto di vista del Matese.

Due assenze segnano il programma. L’assessore regionale al Turismo Vincenzo Maraio, annunciato nella tavola rotonda conclusiva, non interviene «per motivi istituzionali», come comunica il moderatore. Il sindaco di Telese Terme Giovanni Caporaso, trattenuto da impegni di lavoro, è rappresentato dall’assessora Mariolina Alfano. È il secondo convegno in due settimane, dopo quello del GAL Alto Casertano del 16 settembre, in cui un titolare istituzionale annunciato in programma non compare.

Il quadro: un territorio piccolo, frazionato, in cerca di regia

Il consigliere nazionale del Touring Giovanni Pandolfo ha aperto il primo panel con i numeri della provincia di Benevento: circa 260.000 abitanti in 78 comuni, 71 dei quali sotto i 5.000 abitanti. Da qui l’invito, rivolto agli amministratori, a superare «invidie, gelosie, localismi», e una formula che il presidente del Comitato del Parco nazionale riprenderà più avanti: «non dobbiamo chiederci soltanto quanti turisti vogliamo portare nel Sannio, ma quale Sannio vogliamo costruire attraverso il turismo».

I dati di partenza portati dagli interventi descrivono un’offerta che esiste ma non è organizzata. Il Grand Hotel, struttura del 1891, dichiara oltre 14.000 presenze nel 2025 e circa 12.000 alla fine di settembre 2026, con una permanenza media di 1,8–1,9 notti. Il presidente dell’UNPLI di Benevento, Renzo Mazzeo, descrive le pro loco come «ministeri senza portafoglio»: 78 pro loco, circa 6.000 volontari, un contributo regionale di 750 euro l’anno ciascuna. Il console del Touring per l’Irpinia Angelo Verderosa, coordinatore del Cammino di Guglielmo, mette a confronto il Trentino (dieci cammini, 1.200 km) con le province di Benevento e Avellino (tre cammini, circa 300 km, di cui Francigena e Appia «sulla carta») e afferma che in provincia di Benevento «non c’è nemmeno un cammino registrato» nell’atlante regionale, e che la Regione Campania non dispone di una mappa interattiva dei cammini.

Giancarlo Dell’Orco, fondatore dell’Associazione Italiana Destination Manager, ha indicato la direzione su cui le DMO dovrebbero muoversi: non solo promozione, ma «progettazione integrata» che tenga insieme mobilità, agricoltura e residenti, perché «non c’è turismo sostenibile senza felicità dei residenti».

I parchi come «intercettori di risorse»: la risposta di Caturano

Il passaggio più netto della serata è arrivato dal presidente del Parco regionale del Taburno-Camposauro, Costantino Caturano, al secondo mandato. Al tema assegnato alla sessione ha risposto senza giri di parole: il parco come intercettore di risorse «può fare ben poco. Diciamocelo francamente». Le ragioni elencate sono strutturali:

  • i bandi nazionali e quelli del Complemento regionale per lo sviluppo rurale prevedono tra i beneficiari «tutti tranne i comuni del territorio»;
  • altri bandi finanziano, «per l’ennesima volta», campi da calcio o da padel, scritti da chi «non legge le vere esigenze del territorio»;
  • il partenariato pubblico-privato è «sotto attacco»: i distretti agroalimentari e rurali sono stati, a suo giudizio, «un fallimento totale» perché privi di fondi pubblici, mentre i GAL funzionano grazie all’obbligo di destinare loro fondi europei.

Caturano ha contestato anche l’applicazione alle aree interne degli stessi criteri usati per quelle costiere, come le soglie di posti letto, e ha dubitato che l’attuale assessore regionale al Turismo, assente, sia «su questa linea». Il Parco del Taburno ha aderito a entrambe le DMO sannite, «nella speranza di trovare un’unità», o almeno «una condivisione, non una sovrapposizione concorrenziale».

Il Parco nazionale del Matese: «nulla di più definitivo del provvisorio»

Andrea Boggia si è presentato con il titolo corretto: «Oggi sono presidente del comitato di gestione provvisorio, e in Italia lo sapete, non c’è nulla di più definitivo del provvisorio». La precisazione non è secondaria. Il comunicato stampa diffuso dal Touring il 23 settembre lo indicava come «presidente della Comunità del Parco», organo che la legge quadro sulle aree protette prevede solo all’interno di un Ente parco costituito e che per il Matese non esiste. La locandina ufficiale, inviata con lo stesso messaggio, riportava invece «presidente Co.Ge.». In sala la dicitura corretta è stata usata da tutti, a partire dal moderatore, che ha ammesso: «siamo ancora un po’ alle prese con questi problemi di costituzione effettiva e operativa del parco».

Il racconto di Boggia ha ricostruito il percorso con una franchezza che vale la pena registrare. L’inserimento del Matese nella legge di bilancio del 2017 è, nelle sue parole, «rimasto lettera morta» per anni, fino a quando la mobilitazione delle associazioni ha tenuto «accesi i riflettori». Il parco, ha detto, deve essere «ente di area vasta, incubatore di energia positiva, incubatore di buone pratiche», con lo sviluppo sostenibile come missione assegnata dalla legge 394/1991. Alla domanda diretta del moderatore sulla piena operatività dell’ente ha risposto: «questa è la domanda da non fare mai in Italia […] lo faremo nel più breve tempo possibile». Nessuna data, nessun passaggio procedurale indicato.

Un’affermazione, ripetuta anche dal moderatore, richiede una precisazione: il parco «era parco regionale ma diventa nazionale allargando i propri confini». Il Parco regionale del Matese non è stato soppresso: ha un proprio presidente facente funzione e compare come «Ente Parco Regionale del Matese» tra le parti dei ricorsi contro il decreto di perimetrazione provvisoria pendenti davanti al TAR del Lazio, con udienza di merito il 17 dicembre 2026. Sullo stesso territorio insistono oggi due soggetti, uno costituito e uno in gestione provvisoria.

La traversata fermata, e quella che non lo fu

Nella replica successiva all’intervento di Caturano, Boggia ha portato un caso concreto: «la settimana scorsa mi sono trovato in un casino micidiale perché abbiamo dovuto fermare una traversata in motocicletta all’interno di zona 1, zona 2, piena area protetta. Nessuno aveva mai detto niente, si è fatto per 30 anni».

L’episodio è documentato. Si tratta della terza Motocavalcata del Molise, in programma tra il 18 e il 20 settembre nell’area di Campitello Matese. Secondo quanto riportato da amolivenews.it il 18 settembre, il Comitato di gestione provvisoria è intervenuto con una comunicazione formale e protocollata, trasmessa ai Comuni interessati e ai Carabinieri forestali, che vietava il fuoristrada e il campeggio libero. La comunicazione è arrivata «dopo alcuni esposti», presentati da Italia Nostra e Legambiente, ed entro 24–48 ore dalle segnalazioni. Il transito sulla viabilità ordinaria è rimasto consentito.

Accanto a questo fatto ne va messo un altro. Sette settimane prima, dal 7 al 9 agosto, sulla stessa piana di Campitello Matese, il Matese Volks Camp, inserito nell’Altura Festival con il patrocinio del Comune di San Massimo e della Regione Molise, aveva in programma ufficiale tour in quad e campeggio libero. Nello stesso periodo la Festa della Montagna (7 agosto), organizzata tra gli altri da Regione Molise e Provincia di Campobasso, proponeva escursioni a cavallo e in quad. Non risultano esposti né provvedimenti del Comitato. Il noleggio di quad sulla piana è un’offerta turistica stabile. Non sono quindi trent’anni di silenzio quelli che precedono il caso di settembre: nella stessa area protetta, con le stesse misure di salvaguardia già in vigore, la stessa attività ha prodotto due esiti opposti a distanza di poche settimane.

C’è infine un dato tecnico che riguarda chiunque frequenti il Matese a piedi, in bicicletta o in moto. Le zone 1 e 2 richiamate dal presidente sono definite dalla zonazione provvisoria allegata al decreto ministeriale n. 101 del 2025. L’unico riferimento cartografico ufficiale disponibile è l’Allegato A, una rappresentazione grafica a bassa risoluzione: non esiste un dato geografico in formato aperto con cui verificare con certezza se un tracciato ricada in una zona o nell’altra. La richiesta di accesso alla relazione tecnica ISPRA e ai relativi dataset vettoriali, presentata dall’Osservatorio il 1° luglio 2026, è rimasta senza risposta oltre il termine di legge.

Le due DMO e il position paper

Il secondo panel, moderato da Ferdinando Ceglia, doveva aprirsi con l’assessore regionale e ha preso le mosse dal presidente della Provincia, Nino Lombardi. Lombardi ha rivendicato un «segno di grande maturità politica»: le due DMO sannite, oggi, «dialogano» e non si sovrappongono. Tra le infrastrutture ha citato l’alta velocità e l’invaso di Campolattaro come opera decisiva per la tenuta della filiera vitivinicola.

Il riferimento concreto è il position paper sottoscritto da Sei Valli Sannite e Sannio SiTuS e trasmesso alla Regione Campania, di cui la stampa locale ha dato notizia il 21 settembre. Elio Mendillo, amministratore delegato del GAL Titerno e responsabile di progetto di Sei Valli Sannite, di cui Telese Terme è capofila, ha ricostruito la genesi della sua DMO:

  • la candidatura non nasce dall’avviso regionale ma dalla sperimentazione della Strategia nazionale per le aree interne 2014-2020, in un territorio che riunisce trenta comuni;
  • la DMO era stata progettata nel 2017, mentre la Regione «ci arriva nel 2024-25»;
  • le priorità delle due DMO restano diverse: «i musei di Benevento sono una priorità, ma non sono la nostra priorità»;
  • servono «nuove residenzialità», non solo turisti.

Sul Matese la sua definizione è precisa: il Parco nazionale è «un’utile cartolina rappresentativa del Sannio», un «volano acceleratore» della comunicabilità del territorio.

Oreste Vigorito, presidente del comitato promotore di Sannio SiTuS e figura di primo piano di Confindustria Benevento, ha rovesciato l’impostazione: «non ci sono peculiarità in questo Sannio che si differenzino», ciò che cambia è solo il modo di immaginarlo. Ha ricordato che Confindustria ha messo a disposizione del territorio una propria società attiva nel campo dei finanziamenti, e ha citato gli anni di Serie A del Benevento Calcio come occasione turistica non colta: migliaia di tifosi in arrivo da tutta Italia «venivano e se ne andavano». Nella fase di dibattito il confronto con Mendillo sulla metafora dei «vestiti diversi» si è fatto acceso, al punto che il moderatore ha precisato che «questo non è un litigio». Il documento comune esiste; in sala la visione comune è parsa ancora da costruire.

Le conclusioni del Touring

Il vicepresidente nazionale del Touring, Giuseppe Roma, ha chiuso con tre indicazioni:

  • smettere di parlare di turismo in generale e segmentare la domanda (giovani, famiglie, terza età, interesse culturale o termale);
  • abbandonare l’etichetta di «aree interne», perché, a suo dire, la relativa strategia nazionale «non ha funzionato» e «non esiste più»;
  • integrare terme, parchi e Appia in un’unica offerta, con un punto di accesso digitale comune, navette e sistemi di condivisione per muoversi senza auto.

Sul Matese una frase sola, che riassume la distanza tra il racconto e lo stato dei fatti: serve fare in modo «che il Parco del Matese decolli e ci abbia la sua segnaletica, la sua manutenzione, il suo personale». La conclusione è un rovesciamento: il problema non sono i finanziamenti, ma l’abitudine a cercare «un finanziamento a cui trovare noi i progetti» invece di progetti da finanziare.

Gap dichiarati.

  • Restano da riscontrare su fonte primaria, prima di poter essere trattati come fatti acquisiti, i dati dichiarati in sala sulle presenze del Grand Hotel Telese, sull’assenza di cammini registrati nell’atlante regionale per la provincia di Benevento, sulla società finanziaria messa a disposizione da Confindustria Benevento e sullo stato della Strategia nazionale per le aree interne.
  • Il testo del position paper tra le due DMO non è stato ancora consultato.
  • Sull’episodio della Motocavalcata, il presidente Boggia parla di una traversata «fermata». La comunicazione del Comitato riportata dalla stampa vietava il fuoristrada e il campeggio libero, lasciando consentito il transito su viabilità ordinaria: il testo dell’atto protocollato non è stato ancora acquisito.

Che cosa resta

Il convegno ha registrato un’ammissione e una contraddizione. L’ammissione: il parco nazionale del Matese è, per voce del suo stesso presidente, in una condizione provvisoria destinata a durare, e il presidente di un parco regionale pienamente operativo dichiara che un parco, da solo, «può fare ben poco» per intercettare risorse. La contraddizione: il Parco nazionale è indicato come «cartolina», «volano», «attrattore», mentre la sua prima azione resa pubblica è un divieto, applicato su una zonazione non verificabile e attivato da un esposto dopo che, sulla stessa piana e con le stesse attività, un evento con patrocinio regionale non ne aveva ricevuto alcuno.

Il tema del credito, che a Piedimonte Matese era rimasto del tutto assente, a Telese è comparso soltanto nella forma dei bandi, dei partenariati e degli strumenti di categoria. Non sono mai stati nominati come destinatari né le piccole imprese già presenti sul territorio né chi dovrebbe investire per aderire a un marchio di destinazione. Su questi punti torneremo con le domande che rivolgeremo direttamente a due dei relatori.

Le dichiarazioni riportate sono tratte dalla registrazione integrale del convegno effettuata dall’Osservatorio; i tempi degli interventi sono stati annotati in sala. I dati numerici sono quelli dichiarati dai relatori in sede di convegno. Le informazioni sulla Motocavalcata del Molise e sugli eventi di agosto a Campitello Matese provengono da amolivenews.it (30 luglio e 18 settembre 2026).

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LIFE Bear-Smart Corridors

Il convegno finale del LIFE Bear-Smart Corridors (Pescasseroli, 20 settembre 2026) letto dal versante del Matese: un modello di preparazione dei territori di destinazione, e la domanda rimasta senza risposta su chi prepara il Matese.

Pescasseroli, 20 settembre 2026. Nella tensiostruttura che ospita la ventinovesima conferenza dell’International Association for Bear Research and Management (IBA) si chiude, con una mattinata di relazioni e tre tavole rotonde, il progetto LIFE Bear-Smart Corridors. Quattro anni di lavoro, un budget dichiarato di 5.855.000 euro cofinanziato al 75% dall’Unione Europea, sedici «comunità a misura d’orso» costruite tra Abruzzo, Lazio e Molise e due in Grecia. Il tema del progetto è la coesistenza: preparare i territori attraversati dall’orso — dentro e fuori le aree protette — a convivere con la sua presenza. Lo seguiamo da un punto di osservazione preciso, quello del Matese, dove un Parco nazionale è stato istituito per legge ma non esiste ancora come ente, e dove l’orso, secondo quanto detto in questa stessa sala dal direttore del Parco d’Abruzzo, è atteso.

Il modello: preparare il territorio prima del conflitto

Il progetto nasce, ha ricordato Mario Cipollone (Salviamo l’Orso / Rewilding Apennines), da un modello nordamericano — il Bear Smart canadese — importato in Appennino centrale. La logica è rovesciata rispetto alla gestione tradizionale dell’emergenza: non si riuniscono le comunità quando l’orso ha già fatto danni, ma prima, quando l’orso ancora non c’è, per prevenire il conflitto. I numeri dichiarati a consuntivo eccedono gli obiettivi: oltre 5.000 alberi da frutto recuperati su 622 ettari, 82.000 metri di filo spinato rimossi, 707 dispositivi di prevenzione consegnati a 693 aziende zootecniche, 153 cassonetti a prova d’orso, 27 strutture idriche pericolose messe in sicurezza, 90 interventi urgenti delle unità di pronto intervento. Il partner greco Spiros Psaroudas (Callisto) ha riportato per la Grecia dati speculari, aggiungendo un elemento che qui è restato più in ombra: l’opposizione del progetto a dodici impianti eolici, due dighe e un impianto solare individuati come minacce ai corridoi.

Il cuore del lascito, però, è la governance. Valerio Reale (Rewilding Apennines) e Antonio Di Nunzio (PNALM) hanno illustrato l’architettura: un protocollo d’intesa di nove anni firmato dal Comune, un comitato locale che resta in carica quattro anni — uno per redigere il piano di coesistenza, tre per attuarlo — e un piano di coesistenza che ogni Consiglio comunale è chiamato ad approvare. È qui che il progetto ancora sé stesso in atti formali: delibere, protocolli, piani votati in aula. «Il parco c’era cento anni fa, c’è oggi e ci sarà tra cento anni — ha detto Di Nunzio — un’associazione può esserci fino a domani»: la differenza tra ente e associazione, presentata non come limite ma come complementarità.

La sessione istituzionale: responsabilità, risorse, continuità

La tavola rotonda conclusiva, moderata da Valeria Barbi (Salviamo l’Orso), ha riunito il commissario straordinario del PNALM Giovanni Cannata, il responsabile dell’area gestione e conservazione della fauna dell’ISPRA Piero Genovesi e il sindaco di Opi e presidente facente funzione della Comunità del Parco Antonio Di Santo. Tre le parole chiave indicate da Barbi: responsabilità, risorse, continuità.

Cannata ha proposto di superare la formula stessa che dà il nome al progetto: da «comunità a misura d’orso» a «comunità a misura di biodiversità», coerente con l’idea di corridoio. Sul futuro delle comunità ha posto un distinguo netto: «istituzionalizzazione sì, ma non burocratizzazione», ancorando il modello alla rete dei sindaci e al Consiglio comunale. Ha ricordato che il Parco d’Abruzzo dispone già di strumenti — il Piano del Parco, ora legge, e il Piano socioeconomico — che «tracciano le cose da fare e con chi». E ha annunciato la volontà di coinvolgere pienamente il Comune di Pizzone, sul versante molisano, dopo un incontro recente con gli amministratori della Regione Molise.

Genovesi ha portato in sala la variabile che attraversa tutto il resto: le risorse. «L’ISPRA ha avuto un taglio dei fondi, non abbiamo soldi per gli stipendi»; tagli che hanno colpito anche i parchi. La sua tesi: la sfida futura dell’orso «è soprattutto fuori dai parchi», dove i parchi funzionano da catalizzatori ma non bastano, e servono le Regioni e legami strutturati con i sindaci — «purché l’ingresso dei territori nei consigli direttivi non riduca l’ambizione della conservazione». Coesistenza, ha aggiunto, «è una brutta parola»: significa costi, compromessi, scelte difficili, non l’immagine rassicurante di una convivenza senza attriti.

Di Santo ha riportato la coesistenza alla sua radice storica: il 2 ottobre 1921 Opi fu il primo Comune a concedere cento ettari al parco nascente, contro chi in Consiglio voleva tagliare e vendere il bosco; e all’origine di quella scelta cita Don Alessandro Orsino e l’influenza di Benedetto Croce. La conservazione come «atto morale» e, insieme, come opportunità socio-economica: senza il Parco, ha detto, questo territorio sarebbe oggi più spopolato.

La domanda dal Matese

È a questo punto che abbiamo posto, dalla sala, la domanda che ci interessa. Il Matese è il territorio di destinazione più prossimo di questa espansione: un Parco nazionale istituito per legge nel 2017, oggi in gestione provvisoria, ancora privo del decreto del Presidente della Repubblica che ne costituisca l’ente. Nel maggio 2025 a Pizzone è stata segnalata una cucciola di orso. La domanda: quando un territorio non ha gli strumenti che avete voi in Abruzzo — quando non ha personalità giuridica e non può nemmeno acquistare una risma di carta — che cosa succede all’arrivo dell’orso?

La risposta del direttore del PNALM, Luciano Sommarone, ha riconosciuto che il processo ventennale di istituzione del Parco del Matese «grida vendetta», e ha collocato ufficialmente il Matese «tra le direttrici» dell’espansione dell’orso: «sarà la prossima via di sbocco», lungo la Valle del Volturno verso l’alto Molise. Sul piano delle risorse ha anticipato che «nel bilancio 2027 del Ministero dell’Ambiente c’è una fetta destinata al Parco nazionale del Matese», aggiungendo però che «quella torta è sempre la stessa»: una fetta più piccola per tutti. L’ISPRA, per bocca di Genovesi, ha chiarito di non avere competenza sul punto: «il decreto lo fa il Ministero».

Gap dichiarati. Due affermazioni raccolte in questa sede restano da riscontrare su fonte primaria prima di poter essere trattate come fatti acquisiti: (1) l’assegnazione di una quota del bilancio 2027 del Ministero dell’Ambiente al Parco nazionale del Matese — a oggi una dichiarazione verbale, non un atto pubblicato; (2) la segnalazione di una cucciola di orso a Pizzone nel maggio 2025. Entrambe saranno oggetto di verifica documentale.

La risposta è stata, sul merito, evasiva. La domanda riguardava il vuoto istituzionale — l’assenza dell’ente, degli strumenti, della personalità giuridica — nel territorio verso cui l’orso è dichiaratamente diretto. Le risposte hanno spostato il piano altrove: sulla disponibilità di risorse future e sull’inevitabilità biologica dell’espansione. È una torsione che vale la pena registrare, perché rovescia il senso stesso del convegno. L’intera giornata è stata il racconto di come si prepara un territorio di destinazione — con comitati, piani votati in aula, mappature del rischio, unità di pronto intervento. Alla domanda sul territorio di destinazione che non è preparato e non ha nemmeno l’ente, la risposta è stata «arrivano i soldi e arriva l’orso»: il problema riformulato come rassicurazione. Le competenze per rispondere nel merito erano sul palco — è l’ISPRA stessa a certificare, nel proprio Repertorio del 31 marzo 2026, il Parco del Matese in «fase zero» — ma il merito non è stato affrontato.

Ciò che mancava in sala

Il convegno ha registrato, più volte e anche dal pubblico, un’assenza: nessun rappresentante delle Regioni, definita in sala «gravissima» proprio nel momento in cui si discuteva del ruolo che le Regioni dovrebbero assumere. È il rovescio della tesi di Genovesi: la sfida si sposta fuori dai parchi, verso le Regioni, mentre le Regioni non erano al tavolo. Anche il mondo della scuola e dell’università è stato segnalato come assente all’evento, pur a fronte delle collaborazioni attive del Parco con tredici istituti comprensivi.

Resta, come nota di contesto, un dettaglio che stride con l’organizzazione altrimenti impeccabile della giornata — impianti di proiezione e sonorizzazione perfettamente funzionanti, relatori a proprio agio con gli strumenti: il parcheggio esterno alla struttura è rimasto inutilizzato per l’intera durata, con la via di accesso transennata, costringendo i partecipanti agli stalli a pagamento del Comune di Pescasseroli, a tariffa piena.

Che cosa resta al Matese

Il LIFE Bear-Smart Corridors consegna un modello replicabile: preparare i territori prima del conflitto, ancorare la coesistenza in atti formali, riconoscere che l’orso sopravvivrà solo se le pratiche usciranno dai confini dei parchi. Ed è proprio questa la misura di ciò che al Matese manca. Il modello presuppone un ente che firmi protocolli, un Consiglio comunale che voti piani, una struttura che spenda risorse e coordini interventi. Il Parco nazionale del Matese, dichiarato «tra le direttrici» dell’espansione dell’orso, non ha ancora nulla di tutto questo. Il convegno di Pescasseroli ha mostrato, meglio di qualunque documento, la distanza tra un territorio che si prepara e un territorio verso cui l’orso è atteso senza che nessuno lo prepari. Su questa distanza torneremo, con gli approfondimenti della miniserie e con le domande che rivolgeremo direttamente ai relatori.

Le dichiarazioni riportate sono tratte dalla registrazione integrale del convegno effettuata dall’Osservatorio. Le figure di rilievo istituzionale sono citate per nome; alcune figure minori intervenute sono indicate con il solo ruolo, in attesa di riscontro. I dati numerici del progetto sono quelli dichiarati dai relatori in sede di convegno.

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GAL Alto Casertano: marchio d’area e DMO a Piedimonte Matese
Convegni

Il GAL Alto Casertano presenta il marchio territoriale e il portale digitale. Un anno di lavoro, un riconoscimento regionale provvisorio della DMO, una sala piena. E il sindaco del Comune ospitante che non c’è.

Convegni GAL Alto Casertano Parco Nazionale del Matese DMO Osservatorio dei Vinti · 16 settembre 2026

Mercoledì 16 settembre 2026, ore 18. L’aula consiliare del Comune di Piedimonte Matese ospita la presentazione ufficiale del marchio d’area dell’Alto Casertano e del portale web dedicato alla promozione del territorio, nell’ambito del Progetto Complesso di Comunità Un Turismo Smart per Riscoprire l’Alto Casertano promosso dal GAL Alto Casertano.

La sala è piena. Ci sono sindaci, consiglieri, il presidente della Comunità Montana, una nutrita delegazione polacca dalla regione della Mazovia, l’assessore regionale all’Agricoltura Maria Carmela Serluca, il presidente del Comitato di gestione provvisoria del Parco Nazionale del Matese. Non c’è il sindaco di Piedimonte Matese, Vittorio Civitillo, che figura nel programma tra i saluti istituzionali. Il Comune di Piedimonte Matese è capofila della SNAI Alto Matese campana. La sua assenza viene registrata dal moderatore con una formula neutra prima di passare la parola al presidente del GAL.

Correzione del 1° ottobre 2026. Nella versione originale di questo articolo, tra i presenti in sala era indicato «il presidente del Parco Nazionale del Matese». La dicitura corretta è «il presidente del Comitato di gestione provvisoria del Parco Nazionale del Matese»: l’Ente Parco non è ancora costituito e il Comitato, nominato con D.M. n. 238 dell’11 agosto 2025, resta in carica fino all’emanazione del decreto del Presidente della Repubblica istitutivo del Parco e all’individuazione del relativo Ente (art. 1, comma 3).

Il progetto

Il GAL Alto Casertano presenta due strumenti: il marchio territoriale Alto Casertano e un portale web dedicato alla promozione del territorio. Sono il prodotto di un anno di lavoro avviato a settembre 2025, quando due eventi pubblici a Piedimonte Matese e Formicola avevano lanciato il Progetto Complesso di Comunità davanti al territorio.

Il marchio non è un semplice logotipo. Secondo la documentazione distribuita in sala — curata da Carlo Hausmann per FASTO Innovazione, la startup innovativa partner del GAL — si tratta di un “marchio di comportamento”: non certifica l’origine geografica di un prodotto ma il modo in cui imprese e operatori si prendono cura del territorio e di chi lo visita. Dieci ambiti tematici, due livelli di adesione (base ed eccellenza), un codice volontario di valori che include sostenibilità ambientale, economia circolare, qualità dell’accoglienza, valorizzazione delle produzioni locali. Il portale è pensato come porta digitale di accesso al territorio, con QR code per la verifica in loco dei requisiti del marchio.

Durante l’intervento del presidente Francesco Imperadore emerge un dato rimasto sottotraccia nella comunicazione precedente all’evento: all’inizio di settembre 2026 il GAL ha ottenuto dalla Regione Campania il riconoscimento provvisorio della DMO — Destination Management Organization — denominata Alto Casertano Campania Antica, che aggrega 52 comuni più 3 aggregati. La governance della DMO è descritta da Imperadore come “struttura pubblica e professionale a regia del GAL”.

La presentazione: luci e ombre

La parte tecnica della serata lascia qualche perplessità. Le relazioni dei tecnici — due presentatori, la cui attribuzione degli interventi non sempre risultava chiara dalla platea — si scontrano con difficoltà esecutive difficili da ignorare in un convegno dedicato al turismo smart e alla digitalizzazione dell’offerta. Le diapositive, dense di testo e poco leggibili dalla platea, tradiscono una preparazione pensata per la lettura ravvicinata più che per la proiezione pubblica. La gestione dell’audio si rivela problematica per tutta la durata dell’evento: gli interventi sono spesso difficili da seguire anche per chi è presente in sala, con conseguenze dirette sulla qualità della registrazione e quindi sulla possibilità di una resa fedele dei contenuti tecnici presentati.

Non è un dettaglio marginale. Un progetto che pone la digitalizzazione al centro della propria strategia e che promette una “porta digitale di accesso al territorio” chiede agli operatori che intende certificare uno standard di comunicazione e accoglienza digitale. La difficoltà a gestire una presentazione in un’aula consiliare con strumentazione di base è una contraddizione che la platea registra in silenzio.

I gadget del territorio esposti in sala — taccuini, shopper, t-shirt, zaini — avrebbero dovuto incarnare secondo il documento di progetto gli “artefatti dell’identità”, oggetti sostenibili e coerenti con i valori del marchio. L’impressione visiva è più vicina a quella di un merchandising promozionale standard, senza particolari elementi di distinzione rispetto alla produzione ordinaria di questo tipo di oggetti.

La platea e il sindaco assente

La composizione della tavola rotonda con gli operatori del territorio racconta qualcosa di non intenzionale. Sul palco siedono AmicoBIO di Capua — 500 ettari di biologico, Organizzazione di Produttori riconosciuta dal 2016 —, l’Agriturismo Le Campestre di Castel di Sasso con il suo Presidio Slow Food del Conciato Romano, e l’Azienda Agricola Letizia di Pietramelara, che ha dichiarato una produzione di 59 milioni di chilogrammi di latte bufalino nell’anno precedente trasformato in Mozzarella di Bufala Campana DOP biologica. Franco Pepe di Pepe in Grani a Caiazzo, annunciato in programma, non è presente.

Sono realtà che non hanno bisogno del marchio GAL per esistere sul mercato. Hanno già dimensione, riconoscimento e asset propri. La loro presenza certifica il progetto ma non risponde alla domanda centrale: cosa succede all’agriturismo piccolo, al produttore artigianale, al borgo che vuole aprirsi al turismo lento e che non ha la liquidità per adeguarsi agli standard volontari del marchio?

La risposta non arriva dalla platea, che ascolta in silenzio senza interventi dal basso. Arriva invece, in modo indiretto, dall’assessore Serluca nelle conclusioni, quando cita l’Alto Adige come modello: un territorio dove non si trova un prodotto che non sia del territorio. L’Alto Adige funziona perché ha raggiunto una massa critica costruita in decenni. Il tema della massa critica, e degli strumenti finanziari necessari a raggiungerla, non viene nominato in nessun intervento della serata.

L’assenza del sindaco Civitillo resta la nota istituzionale più significativa. Piedimonte Matese ospita l’evento nella sua sala consiliare ed è capofila della SNAI Alto Matese campana — il programma parallelo con 4 milioni stanziati e accordo di programma non ancora sottoscritto. Due strumenti che insistono sullo stesso territorio senza che i rispettivi protagonisti si siedano allo stesso tavolo.

Cosa resta

Il GAL Alto Casertano ha prodotto in un anno di lavoro qualcosa di concreto: un sistema di marchio concettualmente solido, un portale digitale, una DMO con riconoscimento regionale provvisorio che aggrega 52 comuni. Il presidente Imperadore cita esplicitamente l’istituzione del Parco Nazionale del Matese come condizione favorevole al posizionamento del territorio. La delegazione polacca del GAL Zalew Zegrzyński, presente con sindaci e consiglieri regionali, testimonia un rapporto di cooperazione transnazionale già formalizzato che va oltre la visita di cortesia.

Tuttavia la serata lascia aperte le domande che contano. Il marchio è uno strumento volontario senza coercizione: funziona se gli aderenti sono già motivati e hanno le risorse per adeguarsi agli standard. La DMO ha un riconoscimento provvisorio ma nessuno chiarisce in sala che struttura di governance abbia oltre la “regia del GAL”. Il Parco Nazionale del Matese, citato come attore complementare, non ha ancora un ente operativo e le sue misure di salvaguardia si sovrappongono ad attività che il marchio intende certificare. Il tema del credito e della capacità finanziaria dei piccoli operatori — la condizione necessaria perché il sistema raggiunga la massa critica che lo rende sostenibile — non viene nominato.

Il secondo appuntamento di dibattito, annunciato dal moderatore in chiusura come necessario per ragioni di tempo, dovrà rispondere a queste domande. Per ora il territorio ha un marchio. Resta da vedere chi lo indosserà.


Note

  • Convegno registrato. La trascrizione automatica presenta distorsioni significative dovute alla qualità dell’audio in sala; le citazioni dirette attribuite ai relatori sono state verificate sull’audio originale prima della pubblicazione.
  • Documentazione di sala: Schede di approfondimento GAL Alto Casertano, 16 settembre 2026; Carlo Hausmann / FASTO Innovazione, Il sistema del marchio Alto Casertano: identità, architettura sistemica e marchio di comportamento per una destinazione integrata.
  • DMO Alto Casertano Campania Antica: riconoscimento provvisorio Regione Campania, settembre 2026.
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Transumanza e aree interne: dal patrimonio immateriale alla domanda di un modello economico

Convegni

Il convegno di Santa Croce del Sannio mette a confronto istituzioni, allevatori e ricerca su un nodo comune: la transumanza come infrastruttura di sviluppo, non come reperto da museo

Pastorizia Aree interne UNESCO Transumanza

Si è svolto il 25 giugno 2026 a Santa Croce del Sannio il convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, promosso nell’ambito del progetto “Tracce” sulla transumanza digitale (programma su tracce.cloud), occasione di confronto tra rappresentanti istituzionali, allevatori e ricercatori sul tema della transumanza come elemento di sviluppo per le aree interne del Mezzogiorno. Gli interventi, pur provenendo da prospettive distinte — istituzionale, imprenditoriale, accademica e internazionale — convergono su una tesi comune, che attraversa l’intero convegno: la transumanza non va trattata come reperto storico da tutelare in chiave museale, ma come infrastruttura economica e territoriale potenzialmente riattivabile.

La cornice istituzionale: dal riconoscimento UNESCO al fondo ministeriale

Ad aprire i lavori è Leonardo Ventura, direttore dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, che richiama il riconoscimento ufficiale della transumanza nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale UNESCO, ottenuto nel 2019. Ventura inquadra l’azione dell’Istituto come supporto tecnico ai progetti già in corso sul territorio, in particolare quelli promossi da Nicola Di Niro, e individua nella valorizzazione territoriale — più che nella sola salvaguardia della pratica tradizionale — l’obiettivo prioritario.

Sulla stessa linea si muove l’intervento del rappresentante del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (D’Eramo), che dà conto di uno strumento concreto già attivo: un fondo di 2 milioni di euro destinato ai comuni per il recupero di stazioni di sosta, masserie tratturali e rifugi pastorali. Viene inoltre segnalata un’iniziativa parlamentare per l’istituzione di un Fondo Nazionale delle Terre Rurali d’Italia, orientata alla conservazione delle competenze tecniche della pastorizia estensiva.

Il dato istituzionale più rilevante emerso dal convegno riguarda però una cornice internazionale, non nazionale: il 2026 è stato dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (International Year of Rangelands and Pastoralists), con risoluzione adottata il 15 marzo 2022 su iniziativa della Mongolia e con il sostegno di 68 paesi co-firmatari. La FAO è stata designata agenzia guida per l’attuazione del programma, lanciato formalmente a Roma il 3 dicembre 2025. Gregorio Velasco, intervenuto in rappresentanza della FAO, ha richiamato questa cornice come opportunità di visibilità politica per il settore pastorale, sottolineando che i sistemi pastorali sono presenti in oltre il 75% dei paesi del mondo, coinvolgono circa 200 milioni di persone e gestiscono una quota significativa della superficie terrestre globale, con funzioni ecosistemiche dirette — sequestro del carbonio, conservazione della biodiversità, prevenzione degli incendi.

La ricostruzione storica: dai faldoni della Provincia di Foggia alla rete UNESCO

L’intervento di Nicola Di Niro fornisce la chiave narrativa del convegno e ne spiega l’origine. Il racconto parte da un’osservazione diretta nel 2003 della transumanza ancora praticata dalla famiglia Colantuono tra Molise e Puglia — circa 450 bovini di razza podolica spostati a piedi secondo modalità tramandate da generazioni. Da quell’osservazione nasce una ricerca d’archivio: documentazione di fine Ottocento conservata negli archivi della Provincia di Foggia, che attesta in modo puntuale i percorsi dei tratturi storici. Secondo Di Niro, questi documenti dimostrano che la transumanza non costituiva solo una pratica pastorale, ma una rete geografica strutturata che collegava l’intero Mezzogiorno, dall’Abruzzo alla Puglia fino alla Calabria, e che ha influenzato la formazione di insediamenti urbani lungo i percorsi — tra gli esempi citati, Latina, Matera, Campobasso e Isernia.

Da questa ricerca documentale è derivato un progetto internazionale, con il coinvolgimento di Francia, Spagna, Grecia e Svezia, che ha condotto al riconoscimento UNESCO del 2019. Di Niro propone una lettura della transumanza non come pratica residuale, ma come modello da aggiornare attraverso strumenti tecnologici — monitoraggio satellitare o con drone degli spostamenti, sensoristica per il controllo sanitario del bestiame — funzionali a un’economia legata al turismo lento e alla valorizzazione di filiere agroalimentari di qualità, come il caciocavallo podolico. La proposta più esplicita riguarda il ruolo delle nuove generazioni, da intendersi non come continuatori della pastorizia tradizionale ma come gestori integrati del territorio, capaci di coniugare agricoltura, artigianato e accoglienza.

La voce degli allevatori: isolamento, burocrazia, squilibrio di filiera

Se la componente istituzionale e progettuale del convegno guarda al futuro, gli interventi degli allevatori restituiscono una fotografia più immediata delle criticità operative. Manuela Cozzi, attiva in Abruzzo da quasi cinquant’anni nell’economia pastorale delle aree marginali, individua nell’isolamento e nell’invecchiamento della popolazione di allevatori la fragilità principale del settore, con conseguenze dirette sulla tenuta economica e ambientale dei territori montani. Cozzi richiama inoltre la pressione concorrenziale di capi importati non soggetti agli stessi standard di benessere animale, e descrive ostacoli amministrativi concreti — sistemi informatici non adeguati alla gestione di transumanze verticali su larga scala, con incongruenze normative che complicano la movimentazione degli animali.

Un punto specifico merita di essere segnalato come dichiarazione della relatrice, da verificare indipendentemente prima di un eventuale utilizzo come dato consolidato: secondo Cozzi, il volume di vendita di arrosticini in Abruzzo supererebbe il miliardo di pezzi all’anno, a fronte di una drastica riduzione dei capi di bestiame effettivamente presenti sul territorio. Il punto, così come posto, serve a illustrare uno squilibrio di filiera — la crescita del business legato ai prodotti della pastorizia a fronte della contrazione del numero di allevatori — più che a fornire una misura statistica verificata.

Cozzi richiama infine un percorso normativo già avviato in Abruzzo circa trentacinque anni fa, con il riconoscimento legislativo di agricoltura biologica, fattorie didattiche e fattorie sociali, presentato come precedente di multifunzionalità agricola applicabile anche al contesto attuale.

Il nodo generazionale e la critica al modello agricolo intensivo

Nadia Savino, presidente di Slow Food Benevento e già collaboratrice FAO, porta nel convegno una prospettiva biografica che si fa argomento generale: la sua generazione, originaria delle aree interne irpine, è stata storicamente orientata a lasciare il territorio per ragioni di studio e lavoro. Savino inquadra la propria scelta di rientro e di avvio di un’azienda agricola come parte di una più ampia esigenza di modelli alternativi alla agricoltura intensiva, che secondo l’intervento non sarebbe in grado di sostenere la domanda alimentare globale prevista per il 2050.

L’intervento individua due ordini di problemi per le aree interne. Il primo è la mancanza di un orizzonte progettuale di lungo periodo, attribuita a una politica orientata alla scadenza elettorale piuttosto che alla pianificazione strutturale. Il secondo riguarda la sostenibilità economica delle filiere agroecologiche e biologiche, che secondo Savino devono ancora dimostrare piena autonomia economica, al di là della qualità del prodotto. Savino richiama il principio di Slow Food — “buono, pulito e giusto” — sottolineando che la componente ancora da consolidare è quella della giusta remunerazione, sia per il consumatore che per chi assume il costo della tutela ambientale e sociale.

Temi trasversali e nodi aperti

Letti nel complesso, gli interventi del convegno restituiscono alcuni nodi comuni che attraversano prospettive istituzionali, imprenditoriali e accademiche diverse tra loro:

  • Riconversione funzionale del patrimonio immateriale. Il riconoscimento UNESCO del 2019 viene sistematicamente presentato non come punto di arrivo simbolico, ma come premessa per un modello economico da costruire — turismo lento, filiere agroalimentari, gestione tecnologica del bestiame.
  • Squilibrio tra valore di filiera e tenuta della base produttiva. Più interventi convergono, con angolazioni diverse, sulla distanza tra la crescita del valore economico legato ai prodotti della pastorizia e la contrazione strutturale del numero di allevatori attivi sul territorio.
  • Deficit infrastrutturale e amministrativo. Le criticità segnalate da chi opera direttamente nel settore — sistemi informatici inadeguati, incongruenze normative nella movimentazione del bestiame — indicano una distanza tra la cornice di riconoscimento culturale e gli strumenti amministrativi concreti a disposizione degli operatori.
  • Domanda di ricambio generazionale, non di replica del modello tradizionale. Sia Di Niro sia Savino, da prospettive diverse, propongono una figura di operatore agricolo che integra competenze gestionali, tecnologiche e di accoglienza, distinta dalla figura tradizionale del pastore.
  • Cornice multilivello. Il convegno mette in relazione strumenti di scala molto diversa — un fondo ministeriale da 2 milioni di euro, un’iniziativa parlamentare nazionale, una designazione ONU di portata globale — senza che dagli interventi emerga un’articolazione chiara di come questi livelli debbano coordinarsi operativamente sul territorio.

Resta sullo sfondo, e non risolta dal convegno, la questione della scala temporale: gli strumenti istituzionali richiamati — fondo ministeriale, iniziativa parlamentare, Anno Internazionale ONU — operano su orizzonti e per importi molto diversi tra loro, e nessuno degli interventi affronta esplicitamente il tema di come si traducano, o se si traducano, in capacità di intervento effettiva sulle criticità operative descritte dagli allevatori presenti.

Convegno: “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio” — Santa Croce del Sannio. Relatori: Leonardo Ventura (Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale), Nicola Di Niro, Manuela Cozzi (La Porta dei Parchi), Nadia Savino (Slow Food Benevento), Gregorio Velasco (FAO), D’Eramo (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste).

ivinti.it — redazione

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Pascolo e orchidee: cosa dice la letteratura scientifica mondiale
Analisi · Biodiversità

Tre decenni di studi demografici su prati e orchidee mostrano che il pascolo non è né una minaccia né una tutela in assoluto: il segno dell’effetto dipende dalla specie pascolante, dalla stagione e dalla scala — non dal pascolo in sé.

AnalisiBiodiversitàLetteratura scientifica ivinti.it — giugno 2026

Quando un ente decide di vietare o consentire il pascolo in un’area protetta per la tutela di una specie vegetale, la decisione viene quasi sempre raccontata in termini semplici: l’animale pascolante danneggia, o non danneggia, la pianta che si intende proteggere. La letteratura scientifica accumulata su questo tema nell’arco di oltre tre decenni racconta qualcosa di più articolato, e merita di essere riportata per quello che è — un corpo di conoscenza internazionale, indipendente da qualunque controversia locale — prima che venga invocata, in un senso o nell’altro, per sostenere decisioni specifiche su territori specifici.

Questa rassegna si concentra su un gruppo di piante per cui la presenza sul massiccio del Matese è documentata con certezza — le orchidee spontanee di prateria, in particolare i generi Ophrys, Orchis, Anacamptis e Dactylorhiza — ma cerca deliberatamente le fonti al di fuori del contesto geografico locale. L’obiettivo non è valutare un caso specifico, ma offrire al lettore gli strumenti concettuali con cui qualunque caso, ovunque si presenti, andrebbe valutato.

Una domanda che la ricerca pone da decenni, senza una risposta univoca

Una rassegna pubblicata nel 2023 su Frontiers in Ecology and Evolution, basata su un esperimento di pascolo equino condotto per dodici anni su una prateria calcarea della Germania centrale, inquadra il problema con chiarezza: si tratta di una questione dibattuta da tempo nella conservazione, cioè se il disturbo prodotto da un animale al pascolo influisca sulle specie rare in modo negativo oppure, a intensità adeguate, in modo positivo. Gli stessi autori notano che gli studi che hanno seguito le dinamiche di popolazioni di orchidee sotto regimi di pascolo per più anni sono pochi, e che i risultati ottenuti sono contrastanti tra loro.

Il contrasto più citato in questa letteratura riguarda due studi di rara qualità metodologica, per la durata dell’osservazione: uno, condotto in Inghilterra, ha seguito la stessa popolazione di un’orchidea per 32 anni; l’altro, condotto sull’Appennino centrale italiano, ha analizzato gli effetti dell’abbandono e del pascolo su un arco di 30 anni. Le conclusioni divergono. Capire perché è il modo più solido per rispondere alla domanda di fondo.

Il caso più documentato: bovini, ovini e la stessa orchidea nello stesso luogo

Lo studio più informativo reperito in questa rassegna non confronta semplicemente “pascolo sì” con “pascolo no”: confronta due specie animali diverse sullo stesso sito, nel tempo. Michael Hutchings ha seguito per 32 anni una popolazione della rara orchidea spider precoce (Ophrys sphegodes) in Inghilterra, in un sito che è stato gestito prima con pascolo bovino, dal 1975 al 1979, e poi con pascolo ovino, dal 1980 al 2006. Il risultato numerico è netto: l’emivita media delle coorti di piante nate negli anni di pascolo bovino è risultata significativamente più breve di quella delle coorti nate sotto pascolo ovino — circa venti mesi contro quasi tre anni.

La spiegazione meccanicistica, ricostruita in una successiva rassegna botanica dedicata alla specie, chiarisce perché due animali pascolanti producano effetti così diversi sulla stessa pianta. I bovini danneggiano l’orchidea in tre modi distinti: il loro modo di pascolare tende a strappare intere piante, comprese le parti sotterranee; il loro peso provoca danni meccanici ai tuberi quando calpestano i sottili suoli calcarei tipici di questi prati; e la loro massa tende a causare smottamenti del terreno sui pendii, soprattutto con tempo umido, danneggiando le connessioni tra le radici della pianta, i funghi simbionti di cui l’orchidea ha bisogno per germinare, e il substrato. Le pecore, al contrario, brucano le foglie molto vicino al suolo lasciando un tappeto erboso corto — il che riduce la competizione per la luce con altre piante — ma lasciano intatti i tuberi sotterranei, permettendo alla pianta di rigenerare foglie e steli fiorali l’anno successivo.

Un dettaglio aggiuntivo, spesso assente dalle sintesi divulgative di questo studio, riguarda la stagionalità: il pascolo ovino che ha invertito il declino della popolazione veniva praticato durante quasi tutto l’anno, con un’unica esclusione nei tre mesi di fioritura e fruttificazione, tra maggio e luglio. Non è quindi il pascolo ovino in sé a essere protettivo, ma il pascolo ovino calibrato per evitare la finestra riproduttiva della pianta.

Lo stesso animale può essere una minaccia o una tutela per la stessa pianta, a seconda di tre variabili indipendenti dalla specie: il peso e il modo di calpestare, la stagione in cui avviene il pascolo, e la possibilità che la pianta rigeneri dopo il passaggio dell’animale.

Il caso italiano: la stagione, non l’animale, come fattore di rischio

Lo studio più rilevante per il contesto matesino non riguarda il Matese, ma la stessa catena appenninica: Andrea Catorci, Sabrina Cesaretti e Richard Gatti hanno analizzato, nel 2013, i prati aridi di un’azienda agricola dell’Appennino centrale che erano stati pascolati da ovini in tardo inverno e in primavera fino al 1980, e che da allora risultavano abbandonati. La loro conclusione, ampiamente ripresa nella letteratura successiva, è che il pascolo praticato prima o durante la fioritura sia generalmente dannoso per le specie di orchidee, a causa della distruzione meccanica di foglie e infiorescenze ancora sensibili in quella fase del ciclo vegetativo.

Il punto di interesse non è che questo studio “smentisca” quello inglese — la specie pascolante è la stessa, gli ovini, in entrambi i casi giudicata meno dannosa dei bovini — ma che isoli una variabile diversa e altrettanto decisiva: la stagione. Pecore che pascolano fuori dalla finestra riproduttiva (come nel caso inglese) possono favorire la pianta; le stesse pecore, se pascolano durante la fioritura primaverile (come nel caso appenninico), possono danneggiarla. La specie animale, in altri termini, non è la variabile che decide l’esito: lo è il calendario del pascolo rispetto al ciclo biologico della pianta.

Il pascolo equino: un caso recente, con un meccanismo specifico

Per il pascolo equino specificamente — la specie più spesso evocata nelle controversie sulle aree protette appenniniche — lo studio più dettagliato reperito in questa rassegna è quello di Köhler e colleghi, pubblicato nel 2023 su una prateria calcarea della Germania centrale osservata per dodici anni consecutivi. Il pascolo equino continuo, a basso carico di bestiame, per tutto l’anno, ha mostrato il potenziale di migliorare la biodiversità floristica generale del prato, e in particolare la densità di una specie di orchidea del genere Ophrys nel lungo periodo.

Il meccanismo individuato dagli autori non è “il pascolo equino fa bene alle orchidee” in modo generico, ma uno specifico: un fattore cruciale per questo risultato è stato l’aumento delle chiazze di terreno nudo, indotto principalmente dal pascolo e dal calpestio. Questo perché la capacità di una nuova pianta di orchidea di germinare e stabilirsi in un prato non è limitata, in molti casi, dalla disponibilità di semi, ma dalla disponibilità di micrositi adatti — piccole porzioni di suolo scoperto, libere dalla competizione di altre piante, dove il seme minuscolo dell’orchidea e il fungo simbionte di cui ha bisogno possono incontrarsi. Un prato troppo fitto e indisturbato, paradossalmente, può ostacolare proprio questo incontro.

Gli stessi autori segnalano però un limite spaziale importante al proprio risultato: l’effetto positivo si osserva con maggiore probabilità in pascoli di grande estensione — superiori ai dieci ettari, idealmente oltre i cinquanta — dove gli animali tendono a concentrarsi sulle zone a maggiore disponibilità di foraggio, lasciando relativamente indisturbate le chiazze più aride e povere di nutrienti dove le orchidee prosperano. Su un pascolo piccolo o recintato, dove gli animali non hanno la possibilità di selezionare dove pascolare, lo stesso meccanismo potrebbe non valere, o invertirsi.

Conferme indipendenti, su altri continenti e altre specie

Per verificare che il principio — il segno dell’effetto dipende da intensità, stagione e scala, non dalla specie animale o dal pascolo in sé — non sia un artefatto dei soli casi europei appena descritti, vale la pena guardare a contesti del tutto indipendenti.

Uno studio tedesco sul pascolo caprino in rotazione, condotto su otto anni in prati calcarei minacciati dall’avanzata di arbusti, trova un risultato che replica lo schema già visto: il numero di individui della stessa orchidea spider (Ophrys sphegodes) è aumentato significativamente nei recinti pascolati in estate, grazie a una maggiore disponibilità di luce e alla creazione di terreno nudo — ma gli stessi autori osservano anche una mortalità più alta e una maggiore dormienza vegetativa dovute a un disseccamento più marcato di quegli stessi suoli scoperti. Il vantaggio netto, concludono, sta nella riduzione dell’avanzata arbustiva, che nel lungo periodo supera le perdite individuali — ma il bilancio resta, appunto, un bilancio tra costi e benefici, non un effetto univocamente positivo.

Su un genere diverso, Dactylorhiza, ampiamente presente anche sul Matese, una ricerca danese che ha seguito una popolazione dal 1987 al 2010 ha trovato che un’alta proporzione di piante veniva persa per pascolo proprio nell’anno di studio più dettagliato, deducendo lo stesso fenomeno anche per gli anni precedenti; il pascolo in primavera e a inizio estate, concludono gli autori, può quindi contribuire al declino della specie — un risultato coerente con il principio stagionale individuato in Appennino. In direzione opposta, uno studio condotto sull’Himalaya nepalese su un’altra specie del medesimo genere ha trovato che, in un sito dove il prelievo di piante era localmente regolamentato, la densità della popolazione era quasi il doppio rispetto a un sito non regolamentato, con una resa riproduttiva e una produzione di tuberi circa tre volte superiori — qui la variabile decisiva non era la presenza o assenza di pascolo, ma l’esistenza o assenza di una regolamentazione, quale che fosse.

Un limite che la stessa letteratura riconosce: il divieto non è automaticamente tutela

Un ultimo studio, pubblicato nel 2024 sulla rivista Plants e dedicato a un’area protetta italiana, offre una conclusione che vale la pena riportare per intero nel suo significato, perché supera la domanda specifica sul pascolo e ne pone una più ampia. Anche dove le orchidee godono di protezione formale, il loro successo riproduttivo può risultare comunque fortemente compromesso — in quel caso specifico, per un’impollinazione insufficiente che ha impedito la formazione dei frutti. La conclusione degli autori è che la protezione ambientale, da sola, risulta inefficace nel preservare le orchidee se non è accompagnata da azioni mirate contro le minacce ambientali specifiche che gravano su quella popolazione in quel momento.

Applicata al tema di questa rassegna, la conclusione è la seguente: vietare un’attività — il pascolo equino, bovino, ovino, o qualunque altra — non costituisce di per sé una misura di tutela efficace, se il divieto non è calibrato sul meccanismo specifico di minaccia che si intende contrastare. Un divieto generico al pascolo equino, ad esempio, non distingue tra un carico di bestiame contenuto e uno eccessivo, tra un pascolo praticato in autunno e uno praticato in piena fioritura primaverile, tra un’area estesa dove gli animali possono selezionare dove pascolare e un’area piccola dove non possono farlo. Sono esattamente le variabili che la ricerca demografica di lungo periodo ha isolato come decisive — e sono, non a caso, le stesse variabili che un piano di pascolamento tecnicamente fondato dovrebbe specificare, indipendentemente da quale specie animale autorizzi.

Cosa resta, alla fine di trent’anni di osservazione

Tre conclusioni emergono da questa rassegna, tutte sostenute da più fonti indipendenti tra loro per geografia, specie e metodo:

La prima è che non esiste un effetto universale del pascolo sulle orchidee, né positivo né negativo. I due studi di osservazione più lunghi disponibili — 32 e 30 anni — arrivano a conclusioni opposte non perché uno dei due sia sbagliato, ma perché misurano variabili diverse: il primo isola la specie animale e la sua meccanica di calpestio, il secondo isola la stagione del pascolo rispetto al ciclo riproduttivo della pianta. Entrambe le variabili contano, e nessuna delle due, presa da sola, esaurisce la domanda.

La seconda è che il pascolo equino, specificamente, ha almeno un caso documentato di effetto a lungo termine positivo su una specie di Ophrys in prateria calcarea — il contesto floristico più vicino a quello matesino tra i casi reperiti — ma quell’effetto è condizionato da un carico di bestiame contenuto, da una gestione continuativa nel corso dell’anno, e da un’estensione di pascolo ampia. Nessuna di queste tre condizioni è implicita nella sola presenza di cavalli al pascolo.

La terza, forse la più utile per chi deve valutare una decisione amministrativa specifica, è che la domanda corretta da porre non è mai “questo animale danneggia questa pianta”, ma “con quale carico, in quale stagione, su quale estensione, e con quale possibilità di rigenerazione”. Sono le stesse domande che la ricerca scientifica ha impiegato tre decenni a formulare con precisione, e sono le domande che qualunque provvedimento — di divieto o di autorizzazione — dovrebbe essere in grado di rispondere per essere giudicato tecnicamente fondato, indipendentemente da quale conclusione raggiunga.

Questa rassegna è stata costruita isolando deliberatamente il quesito scientifico dal contesto amministrativo del Matese, per evitare che casi locali specifici condizionassero la lettura della letteratura. Nessuno degli studi citati riguarda il Matese: sono stati selezionati perché trattano le stesse specie o gli stessi generi di orchidee di cui è documentata la presenza sul massiccio, in contesti geografici del tutto indipendenti — Inghilterra, Germania, Danimarca, Italia centrale, Nepal. L’applicazione di questi principi generali a un caso locale specifico richiederebbe dati di campo propri a quel caso, che questa rassegna non fornisce e non intende sostituire.
Fonti
  • Hutchings, M.J. (2010). The population biology of the early spider orchid Ophrys sphegodes Mill. III. Demography over three decades. Journal of Ecology, 98, 867-878.
  • Jacquemyn, H. et al. (2015). Biological Flora of the British Isles: Ophrys sphegodes. Journal of Ecology, 104.
  • Catorci, A., Cesaretti, S., Gatti, R. (2013). Effect of long-term abandonment and spring grazing on floristic and functional composition of dry grasslands in a central Apennine farmland. Polish Journal of Ecology, 61, 505-517.
  • Köhler, M. et al. (2023). Positive long-term effects of year-round horse grazing in orchid-rich dry calcareous grasslands – Results of a 12-year study. Frontiers in Ecology and Evolution, 11.
  • Studio tedesco su pascolo caprino in rotazione e Ophrys sphegodes (ricerca su restauro di prati calcarei invasi da arbusti).
  • Sonne, M.N., Hauser, T.P. (2014). Population Fluctuations, Losses to Grazing, and Reproductive Success of Dactylorhiza sambucina on Bornholm, Denmark. Annales Botanici Fennici, 51(6), 375-386.
  • Chapagain, B. et al. (2021). Illegal harvesting and livestock grazing threaten the endangered orchid Dactylorhiza hatagirea in Nepalese Himalaya. Ecology and Evolution, 11.
  • How Effective Is Environmental Protection for Ensuring the Vitality of Wild Orchid Species? A Case Study of a Protected Area in Italy (2024). Plants, MDPI.
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Sul Matese si parla di sviluppo turistico. Poco di sicurezza
Sicurezza e territorio

Dal convegno di San Potito Sannitico sulle nuove guide GAE, una domanda rimasta sullo sfondo: cosa succede quando il soccorso deve raggiungere chi è in difficoltà sul massiccio, e la voce non passa? Una verifica sui casi reali, con i suoi limiti dichiarati.

Verifica Sicurezza in montagna San Potito Sannitico · 17 giugno 2026 — analisi pubblicata su Osservatorio dei Vinti
2
Interventi CNSAS documentati, stesso punto del massiccio (2024–2026)
54
Comuni del Parco — i due casi riguardano un solo versante
~2M€
Costo di un piano regionale di copertura in Appennino (Emilia-Romagna, termine di paragone)

Un parco, una montagna, e un rischio rimasto sullo sfondo

Il 17 giugno scorso, a San Potito Sannitico, si è tenuto il convegno di presentazione delle nuove guide GAE per il territorio del Parco Nazionale del Matese. Il sindaco Franco Imperadore ha aperto i lavori con un intervento che ha attraversato i temi caldi della governance locale: le norme di attuazione del periodo transitorio, la sovrapposizione con la zonizzazione Natura 2000, la candidatura della DMO (Destination Management Organization) presentata dal GAL, l’esito atteso per giugno, la necessità di “mettere a sistema” il patrimonio di laghi, faggete e corsi d’acqua di un’area che — nelle sue parole — è ricca di bellezze ma ancora poco conosciuta.

È un linguaggio che si ripete identico in quasi ogni convegno sulle aree interne italiane: valorizzazione, sistema, candidatura, riconoscimento. Un vocabolario di sviluppo, costruito intorno all’idea che il problema del Matese sia soprattutto la sua scarsa visibilità.

Tra i presenti al convegno c’era anche un rappresentante del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Dalla trascrizione del suo intervento — di qualità tecnica non sempre lineare, per cui qui si riportano solo i passaggi ragionevolmente ricostruibili — emerge un accenno al problema, ma non quello che ci si potrebbe aspettare.

Il relatore descrive una difficoltà operativa concreta: le chiamate di soccorso che arrivano alla sala operativa unica regionale richiedono spesso tempi lunghi solo per capire dove si trovi chi chiama, perché chi risponde dalla centrale — accentrata, e quindi non sempre familiare con la toponomastica locale — fatica a tradurre la descrizione del chiamante in una posizione reale sul terreno. Per questo, sottolinea, la collaborazione con le guide e con gli operatori che conoscono bene la topografia del territorio rende gli interventi più rapidi ed efficaci.

Cosa è stato detto, e cosa no È un punto vero e rilevante, ma resta su un piano organizzativo: il problema viene descritto come un deficit di conoscenza del territorio da parte di chi risponde al telefono, non come un problema di infrastruttura di comunicazione. Nella ricostruzione offerta al convegno non emerge un collegamento esplicito tra quei “tempi lunghi per capire dove sia il richiedente” e la causa che la cronaca dei soccorsi reali sul Matese mette invece in primo piano: una copertura vocale instabile o assente, che in alcuni casi ha costretto a localizzare le persone non con la voce ma via SMS. Si parla del sintomo — la difficoltà a localizzare chi chiama — non della causa infrastrutturale che, nei casi più recenti, lo ha determinato.

Questo articolo nasce da una domanda concreta, posta da un lettore dopo il convegno: quanto è reale, e quanto è grande, questo rischio? La risposta — come spesso accade quando si passa dall’impressione al dato verificabile — è più articolata di un titolo a effetto, e va raccontata con tutte le sue cautele.

Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati e fonti disponibili pubblicamente: cronaca giornalistica verificata su più testate indipendenti, protocolli operativi pubblicati da CAI e CNSAS, documentazione ufficiale sui piani pubblici di copertura digitale (PNRR, Piano Aree Bianche, Piano Italia 5G). Le interpretazioni proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali fonti e non costituiscono accertamenti tecnici, perizie o posizioni ufficiali di enti terzi. Dove i dati non permettono una quantificazione puntuale — ed è un limite che l’articolo stesso evidenzia — questo è segnalato esplicitamente, anziché colmato con stime arbitrarie.

Due episodi, un solo punto della montagna

La verifica è partita dalla cronaca. Negli ultimi due anni, sul versante di Campitello Matese — nell’area del Monte Miletto, 2.050 metri, la cima più alta del massiccio — si sono registrati almeno due interventi di soccorso in cui il fattore comunicazione ha avuto un ruolo diretto nella dinamica dei fatti.

Data Dinamica Localizzazione Esito
Novembre 2024 Due escursionisti smarriscono il sentiero salendo al Monte Miletto da Campitello Matese SMS Locator, Centrale GeoresQ CNSAS Risolto, nessuna conseguenza
Aprile 2026 Due escursionisti smarriscono il sentiero sul Monte Miletto; uno cade in un dirupo cercando la via di rientro SMS Locator CNSAS; elicottero bloccato da nebbia e maltempo Donna salvata dopo 13 ore; uomo ritrovato senza vita
Fonti: Adnkronos/Meteoweb, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache indipendenti del 14–15 aprile 2026 e del 2 novembre 2024.

Due episodi indipendenti, a diciotto mesi di distanza, nello stesso punto geografico, con lo stesso identico meccanismo tecnico di localizzazione d’emergenza. Non è un dettaglio secondario: il sistema SMS Locator esiste proprio perché, in certe condizioni, la voce spesso non passa ma un SMS — più leggero, più tollerante a un segnale instabile — a volte sì.

Non è un’impressione: è già scritto nei protocolli

Il punto non è materia di opinione. Le stesse linee guida ufficiali del CAI sul soccorso in montagna avvertono che, per chiedere aiuto, è essenziale restare in una zona di copertura telefonica — ma aggiungono subito che possono esistere situazioni ambientali in cui non è in alcun caso possibile effettuare una chiamata di emergenza. È la ragione per cui esistono protocolli alternativi: segnali acustici, segnali visivi con le braccia, e appunto l’SMS Locator, pensato per funzionare anche dove la voce non regge.

Anche la fisica del fenomeno è documentata nella manualistica di settore: in montagna il segnale, quando è al limite, può arrivare per riflessione sulle rocce, dando un’instabilità per cui si riesce a parlare un minuto o due prima che la linea cada — e pioggia, neve, masse nuvolose aggravano ulteriormente la situazione. Sono esattamente le condizioni meteo presenti nel caso del 2026.

Quello che i due casi NON dimostrano

Qui è necessaria una correzione di rotta rispetto alla tentazione — comprensibile, dopo due cronache così simili — di concludere che “il Matese non ha copertura”. Non è quello che i dati raccolti permettono di affermare, ed è importante dirlo con la stessa cura con cui si è proceduto a documentare il problema.

Il Parco Nazionale del Matese si estende su 54 comuni e 87.897,7 ettari, a cavallo di quattro province e due regioni. I due episodi documentati riguardano un solo punto di accesso — il versante di Campitello Matese verso il Monte Miletto — che rappresenta una porzione minima di un territorio vastissimo e fortemente disomogeneo per altitudine, esposizione, densità di sentieri e presenza di infrastrutture.

Generalizzare da due casi, per quanto gravi e ben documentati, a “tutto il Matese è scoperto” sarebbe lo stesso errore di metodo — capovolto — che si imputa al convegno: trarre conclusioni territoriali ampie da un’osservazione puntuale. La cronaca dice con certezza che in quel punto, in quelle condizioni meteo, il sistema si è retto sull’SMS Locator e non sulla voce. Non dice — e nessuna fonte pubblica consultata lo dice — quale sia la situazione sui restanti 53 comuni, sui versanti molisani, sulle quote intermedie, sui sentieri minori.

Un primo tentativo di mappatura, e cosa rivela sulla disomogeneità

Una conferma indiretta di questo limite arriva da un’analisi indipendente di copertura radio in banda VHF condotta su quattro siti del Matese, con metodologia standard di settore — risultata, per quanto è dato sapere da fonti pubbliche, la prima mappatura sistematica di questo tipo realizzata sul massiccio.

Il dato interessante non è tecnico ma di metodo: i quattro siti analizzati mostrano una variabilità fortissima nella popolazione teoricamente raggiunta dal segnale, da poche centinaia di migliaia a oltre quattro milioni di persone in copertura forte. Tradotto: il problema, dove è stato misurato per la prima volta, non è uniforme. Cambia radicalmente da un punto all’altro della stessa montagna.

Questo significa una cosa precisa, e scomoda per chi cerca soluzioni semplici: non esiste “un” problema di copertura del Matese da risolvere con “un” intervento. Esistono punti critici specifici, ciascuno dei quali richiederebbe una valutazione propria — e prima ancora, richiederebbe che qualcuno la facesse, cosa che a quanto risulta da fonti pubbliche non era ancora avvenuta in forma sistematica al momento del convegno di San Potito.

Cosa servirebbe (e perché la proposta in campo non basta)

Un ordine di grandezza, non una soluzione

Senza entrare nel merito di soluzioni tecniche specifiche — che non è compito di questo articolo proporre — può essere utile dare un termine di paragone reale sulla scala delle risorse in gioco, per misurare la distanza tra il linguaggio dei convegni e quello dei bilanci.

In Emilia-Romagna, il progetto regionale “Cellulare in montagna”, gestito dalla società partecipata Lepida per colmare le aree bianche di copertura sull’Appennino, ha richiesto un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro per attivare 17 impianti, con un piano che ne prevedeva altri 23 entro il 2025. Questo per una porzione di Appennino tosco-emiliano, non per un massiccio di 54 comuni a cavallo di due regioni con governance amministrativa ancora in fase di assestamento.

Non è possibile, dai dati pubblici disponibili, derivare una stima affidabile di quanti impianti servirebbero sul Matese — perché non esiste ancora una mappatura completa del problema su tutto il territorio del parco, solo un’analisi su quattro siti. Ma l’ordine di grandezza — milioni di euro, anni di programmazione, un soggetto attuatore dedicato — resta il punto rilevante

Una proposta di scala diversa rispetto al problema

La DMO presentata dal GAL e illustrata dal sindaco Imperadore è uno strumento di coordinamento turistico-promozionale: mette a sistema 48 comuni e 3 comunità montane per costruire una candidatura unica ai fondi destinati alla valorizzazione del territorio. È un obiettivo legittimo e, sul piano della promozione turistica, probabilmente necessario, vista la frammentazione storica dei progetti comunali (un POC per comune) che lo stesso sindaco ha criticato nel suo intervento.

Ma è una struttura di governance pensata per attrarre visitatori e organizzare attività — non per pianificare infrastrutture di sicurezza, che richiedono un soggetto attuatore diverso (operatori di telecomunicazione, enti regionali per le aree bianche, Protezione Civile, eventualmente l’Ente Parco una volta che la sua struttura definitiva sarà operativa), competenze tecniche specifiche, e — come mostra il caso emiliano — risorse che si misurano in milioni di euro su orizzonti pluriennali.

Non risulta, dalle fonti pubbliche consultate, che il tema sia stato inserito tra le priorità della candidatura DMO né che esista, al momento, un soggetto incaricato di occuparsene per il Matese. Il convegno di San Potito — concentrato sul proprio oggetto, la nascita delle guide GAE — non era forse la sede per affrontarlo. Ma la sua assenza dal dibattito, comprensibile anche per la mancanza di un quadro infrastrutturale quantificato, è un sintomo della distanza fra il problema (specifico, localizzato, ma potenzialmente letale) e gli strumenti di governo del territorio attualmente in campo (ampi, promozionali, dimensionati per un altro scopo).

In sintesi
  • Due episodi di soccorso documentati (2024, 2026), entrambi sul versante di Campitello Matese–Monte Miletto, mostrano che in quel punto il sistema di soccorso si è retto sulla geolocalizzazione via SMS, non sulla voce — coerentemente con i protocolli ufficiali CAI/CNSAS, che riconoscono l’esistenza di zone dove la chiamata vocale non è garantita.
  • Questi due casi non permettono di generalizzare un giudizio sull’intero territorio del Parco (54 comuni, quasi 88.000 ettari): riguardano un solo punto di accesso, e un primo tentativo di mappatura sistematica della copertura radio sul massiccio — l’unico individuato in fonti pubbliche — mostra una variabilità fortissima da sito a sito.
  • Un termine di paragone realistico (il piano Lepida in Emilia-Romagna, ~2 milioni di euro per 17 impianti) suggerisce che qualunque intervento risolutivo richiederebbe risorse e una governance dedicata di scala ben superiore a quella di una DMO turistico-promozionale.
  • Il tema non risulta, da fonti pubbliche, affrontato dalla proposta DMO in corso. Al convegno di San Potito un accenno c’è stato, dal rappresentante CNSAS presente in sala, ma limitato al sintomo organizzativo — senza arrivare a nominare la causa infrastrutturale che la cronaca dei soccorsi reali individua con chiarezza.
Fonti
  • Meteoweb / Adnkronos, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache dell’intervento di soccorso del 14–15 aprile 2026, Monte Miletto
  • News della Valle — intervento di soccorso del 2 novembre 2024, Campitello Matese–Roccamandolfi
  • CAI — Prenota Rifugi, “Soccorso e segnali d’emergenza”
  • CNSAS — “La richiesta di soccorso”, cnsas.it
  • CNSAS Molise — “Richiesta di soccorso”, protocolli operativi
  • Montagna.TV — “Cellulari in montagna: come usarli al meglio”
  • Il Resto del Carlino — progetto regionale “Cellulare in montagna”, Lepida, Emilia-Romagna
  • Trascrizione dell’intervento del sindaco di San Potito Sannitico, Franco Imperadore, e dell’intervento del rappresentante CNSAS, convegno del 17 giugno 2026
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