Osservatorio

Le condizioni strutturali di lungo periodo di un territorio — spopolamento, rischio, economia che non cresce — raramente emergono da un solo dato. Questa categoria le documenta costruendo ipotesi argomentate sui dati disponibili, dichiarando ogni volta cosa manca per trasformarle in dimostrazioni.

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Cinghiale in Italia: analisi dei risultati di 25 anni di contenimento — Regioni a confronto: proposte per il prossimo lustro
Convegni

Cusano Mutri, 5 settembre 2026. Sala Consiliare, via Fuci 9. Documentazione osservativa dell’incontro promosso dall’avv. Roberto Marino, presidente II Municipalità Città Metropolitana di Napoli.

Convegni Cinghiale Parco Nazionale del Matese Fauna selvatica Osservatorio dei Vinti · 7 settembre 2026

Il 5 settembre 2026, nella Sala Consiliare del Comune di Cusano Mutri (BN), si è tenuto un incontro pubblico sulla gestione del cinghiale in Italia, con particolare riferimento al contesto campano e molisano. L’evento, convocato per le ore 18:00 e conclusosi oltre le 21:00, ha riunito amministratori locali, presidenti di Ambiti Territoriali di Caccia, rappresentanti del comparto agricolo, docenti universitari e cittadini. L’organizzazione è stata curata dall’avv. Roberto Marino, presidente della II Municipalità della Città Metropolitana di Napoli e cittadino di Cusano Mutri, che ha svolto anche il ruolo di moderatore.

Nota metodologica Questo articolo è documentazione osservativa di categoria Convegni. Riporta i contenuti degli interventi sulla base della registrazione audio integrale (3h 14m) e del brogliaccio redatto in campo. Non è un resoconto giornalistico selettivo: la struttura segue l’ordine cronologico degli interventi. Eventuali sviluppi analitici saranno trattati in pezzi separati della miniserie.

Il contesto

Cusano Mutri ricade nel perimetro del Parco Nazionale del Matese (D.M. 101/2025, zona 3). Il comune è sede di una delle aree di maggiore pressione da cinghiale segnalate nel Sannio beneventano, con danni documentati a colture agricole e incidenti stradali in aumento. Il convegno si inserisce in un contesto normativo in rapida evoluzione: l’Ordinanza n. 1/2026 del Commissario straordinario per la Peste Suina Africana (PSA), Giovanni Filippini, ha fissato per il 2026–2028 obiettivi nazionali di abbattimento — 416.000 capi nel primo anno — con ripartizione regionale (Campania: 30.000; Molise: 9.000) e obbligo di coordinamento con i soggetti gestori delle aree protette.

Partecipanti

Il programma prevedeva la presenza delle seguenti figure istituzionali e tecniche.

Saluti istituzionali: avv. Roberto Marino (organizzatore e moderatore); dr. Pietro Crocco, sindaco di Cusano Mutri; avv. Vincenzo Maraio, assessore Turismo e Promozione Territorio Regione Campania; prof.ssa Maria Carmela Serluca, assessore Agricoltura Regione Campania; prof. Aniello Anastasio, direttore Dipartimento Medicina Veterinaria e Produzioni Animali Federico II Napoli; prof. Giuseppe Campanile, CdA Università Federico II Napoli; avv. Andrea Boggia, presidente del comitato di gestione provvisoria del Parco Nazionale del Matese; sig. Giuseppe Pirraglia, presidente ff del Parco Regionale del Matese (Campania); sig. Gennarino Masiello, presidente provinciale Coldiretti Benevento; sig. Carmine Fusco, presidente ATC Benevento; dr. Vincenzo Stabile, vicepresidente nazionale Gruppi Ricerca Ecologica, già comandante Corpo Forestale dello Stato Campania.

Interventi tecnico-scientifici: prof. Riccardo Primi, Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali, Università della Tuscia (Viterbo) — PSR 2014–2020 Regione Lazio; prof. Pasquale De Palo, Dipartimento Medicina Veterinaria, Università di Bari — PSR 2014–2020 Regione Puglia; prof. Luigi Esposito, Dipartimento Medicina Veterinaria e Produzioni Animali, Federico II Napoli — PSR 2014–2020 Regione Campania; prof.ssa Nadia Piscopo, Dipartimento Medicina Veterinaria e Produzioni Animali, Federico II Napoli — quadro CBD e Strategia Nazionale per la Biodiversità 2026–2030.

Assenze rilevanti L’avv. Andrea Boggia, presidente del comitato di gestione provvisoria del Parco Nazionale del Matese, non era presente. La prof.ssa Maria Carmela Serluca, assessore regionale all’Agricoltura — figura politicamente competente sul calendario venatorio e sul piano faunistico regionale — non era presente; ha delegato una rappresentanza all’ATC di Caserta. Assente anche la Regione Molise, benché il versante molisano del PNM rappresenti il 43% del perimetro e la quota con la gestione più lacunosa. Non risultano presenti rappresentanti ISPRA né organizzazioni ambientaliste dichiarate.

Apertura e saluti istituzionali

Il sindaco di Cusano Mutri, Pietro Crocco, ha aperto i lavori richiamando il principio di equilibrio tra uomo e territorio, invitando a toni pacati e sottolineando come le norme esistenti siano numerose ma difficilmente operative. Ha sintetizzato la posizione del tavolo con un’immagine ricorrente nella serata: il cinghiale come elemento che «sta prendendo il sopravvento».

L’avv. Roberto Marino, prendendo la parola in qualità di moderatore, ha precisato che l’evento non è un convegno nel senso tradizionale — «qualcuno che parla e qualcuno che ascolta magari asetticamente» — bensì un confronto aperto in cui il territorio è protagonista. Ha articolato il format in tre momenti: saluti istituzionali, parte tecnico-scientifica, dibattito con il pubblico. Ha ringraziato i presenti giunti da diverse regioni, da Napoli, da Bari.

Giuseppe Pirraglia, sindaco di Gallo Matese e presidente ff del Parco Regionale del Matese, ha aperto il proprio intervento dichiarando quarant’anni di esperienza venatoria e una posizione critica nei confronti del parco regionale, da cui nessun comune, a suo dire, ha tratto beneficio concreto: «solo ed esclusivamente vincoli». Ha riferito di una situazione di pressione da cinghiale diventata insostenibile anche in aree precedentemente marginali, con avvistamenti notturni quotidiani nei pressi delle abitazioni. Ha auspicato l’apertura di un’attività venatoria al di sopra dei 1.000 metri come misura minima di contenimento.

Il presidente dell’ATC di Caserta — medico veterinario, referente regionale campano per l’emergenza cinghiale; il nome non è stato possibile verificare su fonte primaria — ha riferito risultati operativi concreti: circa 1.000 capi abbattuti in sei mesi nella provincia di Caserta, e circa 1.200 in zona parco nel medesimo periodo. Ha descritto le fasi di un’attività che va dalle catture con gabbia al controllo da punto fisso. Ha indicato nella commercializzazione l’«ultimo anello mancante» della filiera, citando la presenza in Campania di quasi 40 centri di raccolta selvaggina, 5 CLS e 3 macelli autorizzati, ma l’assenza di una catena distributiva strutturata verso il consumatore finale.

Carmine Fusco, presidente ATC Benevento, ha fornito dati sull’escalation dei danni: da 160.000 euro a 2 milioni di euro annui di risarcimenti in provincia di Benevento. Ha denunciato episodi di sabotaggio delle gabbie trappola da parte, a suo giudizio, di cacciatori stessi — incluso il furto di una gabbia a Torrecuso, recuperata grazie a fotocellule, e il ritrovamento di oggetti disposti per allontanare i cinghiali dalle trappole a Circello. Ha proposto la revoca dell’assegnazione delle zone di caccia alle squadre che non raggiungono gli obiettivi di abbattimento. Ha illustrato il bando regionale SRG 07, che finanzia al 60% l’allestimento di centri di lavorazione selvaggina e l’inserimento di piatti a base di cinghiale nei menù degli agriturismi.

Alessandro Mastrocinque, CIA Benevento, ha inquadrato la questione dal punto di vista delle organizzazioni agricole: la richiesta di modifica della L. 157/1992 da logica di «protezione» a logica di «gestione» è presente da anni, con un primo parziale risultato nel 2022. Ha descritto gli agricoltori come «completamente indifesi», con risarcimenti sistematicamente inferiori al danno reale, e ha indicato nella definizione di un numero massimo sostenibile di capi per territorio il punto di partenza di qualsiasi strategia credibile.

Interventi tecnico-scientifici

Il prof. Riccardo Primi (Università della Tuscia) ha illustrato il modello laziale: il PSR 2014–2020 ha finanziato moduli mobili di macellazione selvaggina che consentono la lavorazione in campo, riducendo i costi logistici e i rischi sanitari di trasporto. Il progetto, sviluppato in collaborazione con ARSIAL Lazio, ha prodotto dati di efficienza utili come termine di confronto per altre regioni.

Il prof. Pasquale De Palo (Università di Bari) ha presentato il caso pugliese: la DGR 1841/2022 ha avviato un accordo con l’Ateneo barese per la caratterizzazione qualitativa delle carni di cinghiale e la costruzione di filiere produttive regionali. Il caso pilota è il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, che sta realizzando un progetto di filiera commerciale come opportunità economica per le comunità interne al parco. Il prof. De Palo ha sottolineato le complicazioni introdotte dalla PSA sulla commercializzazione, che richiedono tracciabilità rafforzata e limiti di movimentazione.

Il prof. Luigi Esposito (Federico II Napoli) ha trattato i modelli zootecnici applicabili alla gestione del cinghiale in Campania nell’ambito del PSR 2014–2020, con un approccio orientato alla valorizzazione produttiva oltre che al contenimento numerico.

La prof.ssa Nadia Piscopo (Federico II Napoli) ha collocato la questione cinghiale nel quadro della Convenzione sulla Diversità Biologica — dalla dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992 alla verifica della Strategia Nazionale per la Biodiversità 2026–2030 — e dei Target Kunming-Montreal (obiettivo 30×30). Il suo intervento ha introdotto una cornice di conservazione della biodiversità distinta dalla logica dominante del contenimento: il cinghiale come specie nativa che interagisce con gli equilibri ecosistemici, non solo come problema agricolo. La relazione ha citato i siti della Rete Natura 2000 come contesto entro cui qualsiasi piano di gestione deve essere valutato.

Dibattito

La fase di dibattito, prolungatasi ben oltre l’orario previsto, ha coinvolto il pubblico in sala — prevalentemente agricoltori, cacciatori e amministratori locali — con interventi di diversa natura.

Un operatore locale ha illustrato una proposta concreta di redistribuzione economica dei proventi della filiera: una quota al cacciatore per i costi operativi (cani, attrezzatura), una quota al macellatore per la lavorazione, una quota residua in un fondo per il risarcimento dei danni agricoli. Ha concluso l’intervento con una citazione popolare che ha trovato consenso in sala: «L’asino fa la paglia e l’asino se la magna» — rovesciata in chiave propositiva: se il problema cinghiale diventa fonte di reddito redistribuito, il ciclo si chiude.

Angelo Niro, intervenuto dalla platea in rappresentanza del versante molisano, ha denunciato il blocco trentennale del territorio prodotto dalla sovrapposizione di normative — regionali e nazionali — senza strumenti operativi corrispondenti. Ha citato la logica del «particolare» descritta da Guicciardini come chiave di lettura delle disfunzioni istituzionali locali. Ha posto una domanda diretta sul futuro del PNM e sul ruolo del Parco Regionale nella gestione del territorio condiviso, indicando nel confronto tra i due enti — uno costituito, l’altro no — la contraddizione più visibile della serata.

Un rappresentante dell’amministrazione comunale di Guardia Sanframondi ha portato la solidarietà del proprio comune e ha elogiato il metodo del tavolo come alternativa allo «scontro che altro non fa che nascondere gli affari a porte malavitose». Ha richiamato il progetto Alta Murgia come modello replicabile e ha fatto riferimento a 30 milioni di euro di risorse statali disponibili per il PNM — giacenti, a suo dire, in attesa di una governance operativa. Ha citato la prof.ssa Piscopo per aver ricordato che la salute degli ecosistemi è una questione di sicurezza civica, non di estetica ambientale: «Il COVID c’è stato perché in quell’area è saltato un equilibrio ecosistemico».

Nel corso del dibattito si è verificata una breve tensione fisica tra partecipanti, prontamente ricomposta dal moderatore.

Nota dell’Osservatorio L’Osservatorio dei Vinti ha partecipato all’incontro e ha tentato di porre al tavolo una domanda sulla praticabilità giuridica delle misure discusse all’interno del perimetro PNM, alla luce del regime di salvaguardia attivato dal D.M. 101/2025 in assenza di piano faunistico e di ente parco costituito. L’intervento non ha trovato spazio nella dinamica del dibattito. La domanda rimane aperta.

Sintesi dei temi emersi

L’incontro ha fatto emergere con chiarezza alcuni nodi ricorrenti: l’inadeguatezza dei risarcimenti agli agricoltori rispetto ai danni effettivi; la necessità di coordinamento tra soggetti con competenze diverse e spesso sovrapposte (ATC, regioni, parchi, comuni, forze dell’ordine); il potenziale della filiera commerciale delle carni come strumento economico oltre che di contenimento; la PSA come variabile che complica ulteriormente la movimentazione e la commercializzazione. Il modello pugliese — Parco Alta Murgia — è stato citato come riferimento concreto da più relatori.

Il Parco Nazionale del Matese è stato evocato più volte come contesto geografico dell’incontro, ma non come soggetto istituzionale attivo nella discussione. Il presidente del comitato di gestione provvisoria era assente. Nessun intervento ha affrontato esplicitamente la questione del coordinamento previsto dall’Ordinanza n. 1/2026 in relazione all’assenza dell’ente gestore nel perimetro PNM.

Fonti e materiali

Registrazione audio integrale: 3h 14m (file .m4a, archivio Osservatorio dei Vinti). Brogliaccio redatto in campo, 5 settembre 2026. Trascrizione automatica (AssemblyAI, modello italiano) verificata sui segmenti rilevanti.

Riferimenti normativi citati nel corso dell’incontro: L. 11 febbraio 1992 n. 157; L. 6 dicembre 1991 n. 394, art. 6 e art. 11 c. 4; D.M. 101/2025 (perimetrazione PNM); Ordinanza n. 1/2026 del Commissario straordinario PSA (Giovanni Filippini, 4 febbraio 2026); DGR Puglia 1841/2022; L. regionale Campania 26/2012; bando regionale Campania SRG 07.

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Il parco che non c’è attira chi non sa che non c’è

Parco Nazionale del Matese — Osservatorio

La narrazione del PNM funzionante genera flussi crescenti verso le aree di massima protezione. Nessuno li regola perché nessuno può farlo.

13 luglio 2026 — Osservatorio PNM Zona 1 fruizione

Questo pezzo nasce da un’osservazione diretta: sui social network la presenza di contenuti ambientati nelle aree di massima protezione del Parco Nazionale del Matese è aumentata in modo visibile nell’ultimo anno. Video, storie, reel, tracce GPS scaricabili. Il comune denominatore è una narrazione precisa: il Matese come fuga idilliaca dalla metropoli, accessibile, libera, garantita da un Parco Nazionale finalmente attivo.

Questa pubblicazione non dispone di dati quantitativi sui flussi né di documentazione di danni specifici già avvenuti. Lo dichiariamo qui, all’inizio, perché è la distinzione che rende pubblicabile quello che segue: stiamo documentando una pressione crescente e un vuoto di controllo, non un danno già misurato. Il danno è il rischio strutturale che emerge dalla sovrapposizione dei due fatti.

I

Una viralità che esisteva già

Campitello Matese era una destinazione social consolidata prima del DM 101/2025. Account Instagram dedicati con migliaia di follower, aggregatori internazionali di contenuti, video su TikTok con decine di migliaia di visualizzazioni, tracce GPS pubblicamente scaricabili su piattaforme come Wikiloc. Il territorio era già nel circuito dell’attrattività digitale.

Quello che cambia dopo aprile 2025 è il frame narrativo. I contenuti editoriali mainstream — testata SiViaggia, dicembre 2025 — descrivono Monte Miletto e l’altopiano come “catena inserita all’interno di un Parco Nazionale”, usando l’istituzione come elemento di qualità certificata, non come vincolo. Il Parco Nazionale diventa garanzia di integrità, argomento di attrattività, ragione per andare. La narrazione istituzionale — prodotta dal MASE con il comunicato “nasce il 25° Parco”, amplificata da Boggia nelle dichiarazioni pubbliche, materializzata in eventi come l’ABT Festival dell’11 luglio 2026 a Valle Agricola — si innesta su una viralità preesistente e la accelera.

Il risultato nell’opinione pubblica urbana, in particolare nell’area metropolitana napoletana e casertana, è una certezza: il Parco esiste, funziona, garantisce qualità. Chi ci va lo fa convinto di fruire un territorio presidiato.

II

Cosa indica la zonazione provvisoria

Il DM 101/2025 stabilisce tre zone di protezione. La Zona 1 — massima protezione — comprende 9 poligoni nel perimetro provvisorio di 87.897 ettari. Campitello Matese, il versante di Campochiaro e Roccamandolfi ricadono in questa fascia. Il Pozzo della Neve — quarto abisso d’Italia per profondità, 1.048 metri, ingresso a 1.368 m sul versante molisano — si trova all’interno dell’area già protetta dall’Oasi WWF di Guardiaregia-Campochiaro, che coincide con la Zona 1 del decreto provvisorio.

Le misure di salvaguardia del decreto esistono e si applicano formalmente. Il problema non è l’assenza di norme. È l’assenza totale di chi le applica sul campo.

Stato operativo del PNM — luglio 2026

ElementoStato
Ente ParcoNon costituito
Guardaparco nazionaliNessuno
Sede propriaNessuna — ospite del Parco Regionale (San Potito Sannitico)
Contatti istituzionali PNMNessuno — la scheda parks.it riporta “Testo in preparazione”
Piano del ParcoNon adottato
RegolamentoNon adottato
DPR istituzione definitivaNon emesso
Intesa biregionale Campania/MoliseNon formalizzata
Vigilanza CC ForestaleCompetenza formale presente — due comandi regionali distinti (Gruppo Napoli / Gruppo Campobasso), nessun coordinamento specifico PNM documentato

Chi vuole contattare il Parco Nazionale del Matese oggi trova, se lo trova, il numero 0823/786942 e l’email info@parcoregionaledelmatese.it: i recapiti del Parco Regionale preesistente, con sede a Via Figulantina, San Potito Sannitico. Il Comitato di Gestione Provvisoria non ha un sito web autonomo, una email istituzionale propria, né una sede fisica distinta.

III

Le tracce GPS arrivano prima dei guardaparco

Su Wikiloc — piattaforma di condivisione di percorsi outdoor con milioni di utenti — esistono tracce GPS pubblicamente scaricabili che portano all’ingresso del Pozzo della Neve, con coordinate precise, istruzioni di parcheggio e note sul percorso. La traccia indica l’ingresso a quota 1.368 m “all’interno dell’area protetta del WWF”, descrive il percorso come privo di difficoltà tecniche particolari, e avverte della presenza di pascolo incustodito lungo il sentiero. Non avverte di nulla che riguardi le misure di salvaguardia del DM 101/2025, perché la traccia è stata caricata prima che il decreto esistesse e nessuno l’ha aggiornata.

Il CAI organizza ciaspolate guidate agli ingressi dell’abisso — struttura controllata, accompagnamento qualificato, accesso regolato dall’associazione. Ma la traccia GPS resta pubblica e scaricabile da chiunque, indipendentemente dall’accompagnamento. Il profilo dell’escursionista che raggiunge il Pozzo della Neve autonomamente con uno smartphone e una traccia Wikiloc non è un profilo marginale: è il profilo standard del turismo outdoor post-pandemia, amplificato dalla narrazione del “Parco garantito”.

Le misure di salvaguardia della Zona 1 esistono nel testo del DM. Nessuno è in grado di farle rispettare sul campo perché non esiste una struttura operativa che possa farlo. L’escursionista domenicale non incontra limiti concreti applicati, non perché li violi consapevolmente, ma perché non ne incontra traccia: né segnaletica aggiornata alle nuove norme, né presidio, né informazione.

IV

Il 25° Parco d’Italia come argomento di marketing

L’11 luglio 2026, giorno dell’ABT Festival a Valle Agricola, Boggia firma una dichiarazione su un Protocollo MASE-Città del Tartufo. Nello stesso giorno, a pochi chilometri, il consigliere regionale campano Raffaele Aveta annuncia dal palco dell’evento di voler modificare il nome della Commissione che presiede — attualmente “Agricoltura, caccia, pesca e risorse comunitarie” — per includervi una competenza specifica sulle Aree Interne.

Sono due dichiarazioni di soggetti diversi, in contesti diversi. Quello che hanno in comune è lo sfondo: un territorio che viene presentato come governato da un’istituzione che non esiste ancora nella forma che conta. Il Comitato di Gestione Provvisoria occupa lo spazio pubblico con dichiarazioni da ente funzionante senza disporre degli strumenti per esserlo. La narrazione arriva prima della struttura. I flussi seguono la narrazione.

Nel frattempo, siti di turismo generalisti come SiViaggia — con milioni di lettori mensili — titolano su Campitello come destinazione inserita in un Parco Nazionale, senza specificare che il Parco Nazionale non ha ancora un ente, un piano, un regolamento, un guardaparco. Non è disinformazione intenzionale: è il risultato prevedibile di una comunicazione istituzionale che ha scelto di presentare come compiuto quello che è ancora in corso.

V

Il rischio non è l’ignoto: è la struttura

I luoghi più pregiati e più fragili del Matese — quelli che chi li conosce tende a non nominare pubblicamente, per una forma di tutela informale nata dall’esperienza diretta — non coincidono necessariamente con quelli che compaiono sui social. Ma la pressione sui luoghi noti trascina quella sui luoghi meno noti. Chi arriva a Campitello per uno scialpinismo o una ciaspolata “da Parco Nazionale” esplora oltre, cerca il prossimo posto, condivide la traccia.

Il rischio non è l’eccezione — il vandalo consapevole, il bracconiere. È la struttura: un numero crescente di persone che accede in buona fede a zone di massima protezione, convinto che il Parco garantisca sia l’integrità del luogo che la compatibilità della propria presenza. In assenza di informazione aggiornata, di segnaletica coerente con il DM 101/2025, di qualsiasi forma di presidio, questa convinzione non ha modo di essere corretta sul campo.

La provvisorietà indefinita del PNM non è uno stato neutro di attesa. In questo caso specifico produce un effetto paradossale: la sua stessa narrazione come ente esistente genera i flussi che un ente esistente dovrebbe regolamentare. Il danno potenziale cresce mentre lo strumento per contenerlo non viene costruito.

Questa pubblicazione continuerà a monitorare lo stato del percorso verso il DPR, l’evoluzione della fruizione nelle aree di Zona 1, e l’eventuale costruzione di una struttura operativa reale del PNM. Chi dispone di osservazioni dirette dal territorio — episodi, luoghi, tipologie di accesso — può contribuire alla documentazione scrivendo alla redazione.

Osservatorio dei Vinti — ivinti.it
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Una legge fatta in stanza chiusa
Osservatorio

Come il meccanismo che ha istituito il Parco Nazionale del Matese fu scritto nel 1991 da una commissione ristretta, senza mai passare dall’Aula

Iter parlamentare L. 394/1991 Parco Nazionale del Matese

Quando nel dicembre 2017 il Parlamento italiano inserì il Matese nell’elenco dei parchi nazionali da istituire — nascosto tra le migliaia di commi della legge di bilancio — non stava inventando nulla. Stava usando uno strumento già pronto, già oliato, scritto trentasei anni prima in una stanza dove sedevano poco più di trenta deputati. Una stanza che non era l’Aula.

Questa è la storia di come quel meccanismo fu costruito.


Il punto di arrivo che conosciamo

Il Parco Nazionale del Matese esiste oggi — nel senso che ha un perimetro provvisorio, una zonazione, e un ente in fase di costituzione — grazie a una catena di atti che vale la pena ripercorrere a ritroso, perché la catena dice qualcosa di importante su come funziona la macchina legislativa italiana quando si tratta di territorio.

Il decreto ministeriale del 22 aprile 2025 che ha fissato il perimetro provvisorio e le misure di salvaguardia non è nato da una decisione politica spontanea. È nato da una sentenza: il TAR Lazio, con la sentenza n. 18581 del 24 ottobre 2024, aveva accolto il ricorso di Italia Nostra APS e ordinato al Ministero dell’Ambiente di provvedere entro centottanta giorni, con la minaccia esplicita di nominare un commissario in caso di ulteriore inerzia. Il Ministero aveva aspettato sette anni dopo l’istituzione legislativa del 2017 senza muoversi. Un’associazione ambientalista lo ha trascinato in tribunale, e il tribunale gli ha imposto di agire.

Questo dettaglio — un’associazione che costringe lo Stato a fare quello che la legge gli imponeva già da sette anni — non è una curiosità procedurale. È la fotografia di un sistema in cui la norma e la sua attuazione sono strutturalmente separate, e in cui solo chi ha la “chiave giuridica” giusta può forzare il collegamento.

Asimmetria giuridica Italia Nostra aveva quella chiave, in quanto ente di protezione ambientale riconosciuto con legittimazione speciale a tutelare interessi collettivi. Il consigliere regionale Massimo Romano, che nel 2026 ha tentato di impugnare quel decreto per ragioni opposte — contestandone il merito — non ce l’aveva: il TAR ha dichiarato il suo ricorso inammissibile, ricordando che in Italia non esiste l’azione popolare e che l’interesse a contestare il parco appartiene alla Regione come ente unitario, non ai suoi singoli componenti eletti. Due ricorsi, due esiti opposti, stesso sistema. Chi può agire e chi no dipende da chi sei, non da quanto sei coinvolto.

Il punto di partenza che non conoscevamo

Per capire come siamo arrivati qui, bisogna tornare al 26 novembre 1987. Quel giorno il deputato Gianluigi Ceruti — avvocato di Rovigo, vicepresidente di Italia Nostra, eletto nelle liste dei Verdi — presentò alla Camera dei Deputati la proposta di legge n. 1964: una legge quadro sui parchi nazionali, sulle riserve naturali, sui parchi marini. Trentotto deputati la firmarono insieme a lui, provenienti da quasi tutti i gruppi parlamentari: Verdi, DC, PCI, PSI, PRI, PLI, Radicali, Democrazia Proletaria. Mancavano solo i gruppi regionali minori e, significativamente, il MSI.

Quella coerenza trasversale non era scontata. I parchi nazionali erano una questione irrisolta da decenni: proposte di legge presentate e decadute nella sesta, nell’ottava, nella nona legislatura. Il disegno di legge Marcora del 1980 — nato dalla collaborazione tra Italia Nostra, WWF e CAI con il Ministero dell’Agricoltura — era arrivato vicinissimo all’approvazione nell’ottava legislatura, poi era decaduto per la fine anticipata del Parlamento quando era già all’ordine del giorno dell’Aula.

Nel 1987 Ceruti ci riprovò. Tra i trentotto firmatari c’era Antonio Cederna, il giornalista e archeologo che aveva combattuto per decenni per l’Appia Antica e che era il volto più riconoscibile dell’ambientalismo culturale italiano. C’era Franco Bassanini, giurista indipendente nelle liste PCI, futuro ministro della Pubblica Amministrazione. C’era Francesco Rutelli, ancora militante radicale, futuro sindaco di Roma. C’era Giuseppe Galasso, lo storico napoletano che tre anni prima aveva firmato come sottosegretario ai Beni Culturali la legge 431/1985 — quella che porta il suo nome — sul vincolo paesaggistico. C’erano dieci deputati Verdi su undici totali presenti in Parlamento.

Non era una proposta di nicchia. Era una coalizione. Ed era una coalizione con un nucleo tecnico preciso: i fisici antinucleare avevano depositato la loro firma diciassette giorni dopo che i referendum abrogativi del nucleare avevano vinto in modo schiacciante.

Il Ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo, socialista, fece una cosa inusuale: rinunciò a presentare un proprio disegno di legge governativo, dichiarando la validità della PDL Ceruti come testo base. La proposta di iniziativa parlamentare diventava di fatto il testo di riferimento anche per il Governo.


La stanza dove si decideva

La proposta fu assegnata all’VIII Commissione della Camera — quella competente per Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici. E qui inizia la parte della storia che non compare nei comunicati stampa.

La legge quadro sulle aree protette fu approvata in sede legislativa. Questa formula tecnica significa che la Commissione esercitò direttamente i poteri dell’intera Camera, senza che il testo venisse mai discusso e votato dall’Assemblea plenaria. È una procedura prevista dalla Costituzione all’articolo 72, ma soggetta a precisi limiti: non può essere usata per materie che toccano bilancio, deleghe legislative, o diritti costituzionali fondamentali. In questo caso fu usata per una legge che ridisegnava l’uso del territorio di decine di comuni, istituiva nuovi enti pubblici, imponeva vincoli sulla proprietà privata, e decideva quali territori del paese meritassero protezione e quali no.

Sedici sedute, tra il maggio 1989 e il luglio 1991. Mai un voto in Aula.

Nota metodologica I resoconti stenografici integrali delle sedute della VIII Commissione sono conservati nell’archivio della Camera come scansioni immagine senza strato OCR e non sono interrogabili automaticamente. I dati riportati in questo articolo provengono dal Bollettino delle Giunte e delle Commissioni parlamentari — i resoconti sommari in formato testo digitale — verificati pagina per pagina. Fonte primaria: seduta dell’8 maggio 1991, pp. 60–65 (URL); seduta del 18 aprile 1990, verificata separatamente.

All’interno della Commissione, le decisioni materiali più delicate — quali parchi inserire, quali escludere, come redigere il testo unificato — furono affidate a un ulteriore comitato ristretto interno. Un filtro dentro il filtro. Il relatore della Commissione, prima Piero Angelini e poi Franco Ciliberti, entrambi DC, era il perno attorno a cui ruotava tutto.

Ciliberti stesso, in una delle sedute, ammise che l’esclusione di alcuni parchi dal programma triennale era stata una “condizione posta dalla Commissione Bilancio” per consentire il mantenimento della sede legislativa. Tradotto: la scelta di quali ecosistemi proteggere era stata condizionata da esigenze contabili, non da valutazioni ambientali. E quella scelta era avvenuta in una sede dove il pubblico non entrava e i verbali erano resoconti sommari.


Il meccanismo e chi lo scrisse davvero

Il cuore di questa storia è un singolo articolo di quella legge: l’articolo 32 del testo unificato in discussione, che nella legge approvata diventò l’articolo 34.

Il suo titolo era: Istituzione di parchi e aree di reperimento.

Conteneva — e contiene tuttora — due meccanismi distinti per istituire un parco nazionale:

Il comma 1 elencava direttamente i parchi istituiti per legge, senza ulteriore procedura. L’iscrizione nell’elenco equivaleva all’istituzione.

Il comma 4 elencava invece le “aree di reperimento prioritarie” — territori candidati a diventare parchi attraverso il programma ordinario, con le procedure partecipative previste dall’articolo 8: decreto del Presidente della Repubblica, proposta ministeriale, intesa con le regioni, consultazione degli enti locali.

Due binari. Due velocità. Due livelli di coinvolgimento dei territori.

Cosa dicono i documenti Il testo base elaborato dal Comitato ristretto e verificabile nel bollettino del 18 aprile 1990 contiene già entrambi i meccanismi: comma 1 con l’elenco di otto parchi di istituzione diretta, comma 4 con l’elenco delle aree di reperimento soggette alla procedura ordinaria. Il doppio binario non fu introdotto da un emendamento nella fase finale: era già strutturato nel testo almeno un anno e mezzo prima della seduta conclusiva, senza che nessuno nei verbali disponibili lo discutesse o lo motivasse esplicitamente.

Nella seduta dell’8 maggio 1991 — quella che definì il testo finale — il relatore Ciliberti presentò l’emendamento 32.1, interamente sostitutivo del comma 1. Il nuovo elenco comprendeva sette parchi: Cilento e Vallo di Diano, Gargano, Golfo di Orosei e Gennargentu, Gran Sasso e Monti della Laga, Maiella, Val Grande, Vesuvio.

Gianluigi Ceruti — il primo firmatario della proposta originale, quello che aveva raccolto trentotto firme quattro anni prima — presentò in quella stessa seduta una serie di emendamenti per ampliare l’elenco del comma 1: Brenta-Adamello, Alpi Tarvisiane, Etna, Alpi Marittime. Voleva più parchi nell’elenco di istituzione diretta, non in quello delle aree da programmare in futuro.

Tutti respinti, o ritirati dallo stesso Ceruti quando divenne chiaro che non avrebbero passato il voto.

L’emendamento del relatore DC fu approvato. Il testo di Ceruti fu assorbito o sconfitto. La legge portava il nome di Ceruti ed altri, ma l’articolo che definiva quali parchi nascessero subito e quali aspettassero era stato scritto da Ciliberti.

Il Matese non compariva né nell’elenco del comma 1 né in quello del comma 4. Non era nei piani del 1991.

Elenco completo degli emendamenti all’art. 32 — seduta 8 maggio 1991
N. Proponente Gruppo Oggetto Esito
32.1Ciliberti (Relatore)DCSostituzione comma 1 (7 parchi)Approvato
32.2D’Angelo, MartuscelliDCSostituzione lett. a) con VesuvioAssorbito da 32.1
32.3Angeloni, Cicerone, BoselliPCI-PDSSopprimere “e Monti della Laga”Respinto
32.4Auleta, Boselli, Testa E., Angeloni—Sostituire lett. g) con due sottovociRespinto
32.5Ceruti, Ronchi, CedernaVerdeAggiungere Brenta-Adamello al comma 1Respinto
32.6Ceruti, Ronchi, CedernaVerdeAggiungere Alpi Tarvisiane al comma 1Respinto / ritirato (incongruenza nel testo fonte)
32.8Ceruti, Ronchi, CedernaVerdeAggiungere Etna al comma 1Ritirato da Ceruti
32.9Ceruti, Ronchi, CedernaVerdeAggiungere Vesuvio al comma 1Assorbito da 32.1
32.31Ceruti, RonchiVerdeAggiungere Alpi Marittime al comma 1Ritirato da Ceruti
32.40Ciliberti (Relatore)DCNuovo comma 1-bis (Gennargentu, intesa Sardegna)Approvato
32.10Ciliberti (Relatore)DCNuovi commi 2-bis/2-ter (stanziamenti)Approvato
32.11Ciliberti (Relatore)DCSostituzione comma 4 (7 aree di reperimento)Approvato con modifiche
32.12Ceruti, Ronchi, CedernaVerdeAggiungere Carso Triestino al comma 4Respinto
32.13Ronchi, Ceruti, CedernaVerdeAggiungere Monti dell’Uccellina al comma 4Approvato
32.14LusettiDCAggiungere Partenio al comma 4Approvato
32.15Barzanti—Aggiungere Colline metallifere al comma 4Respinto
32.20Serafini A. M., Boselli—Aggiungere Parco-museo miniere Amiata al comma 4Approvato
32.50Cerutti G., ManfrediPSI/DCAggiungere Alpi Marittime al comma 4Approvato
32.51Ronchi, CedernaVerdeAggiungere Alpi Marittime (formulazione alternativa)Assorbito (attribuito nel testo come “Ceruti 32.51”: incongruenza nel fonte)

Nota: Gianluigi Ceruti (Verde, primo firmatario PDL) è persona distinta da Giuseppe Cerutti (PSI, doppia t), firmatario dell’emendamento 32.50 insieme a Manfredi DC.


Il 2017: uno strumento già pronto

Ventisei anni dopo, il 27 dicembre 2017, la legge di bilancio 2018 inserì il Matese nell’elenco dell’articolo 34 della L. 394/1991 con una riga — l’articolo 1, comma 1116. Nessuna procedura partecipativa. Nessuna intesa preventiva con le regioni Campania e Molise. Nessuna consultazione degli enti locali dei cinquantaquattro comuni interessati. L’inserimento nell’elenco equivaleva all’istituzione, esattamente come prevedeva il meccanismo scritto nel 1991.

Il Matese era diventato un parco nazionale nel corpo di una legge finanziaria, con lo stesso strumento che la Corte Costituzionale — in successive sentenze del 1992, 1994 e 2000 — aveva ripetutamente segnalato come fonte di tensione con le prerogative regionali e con i principi partecipativi dell’ordinamento.

Poi passarono sette anni senza che nulla accadesse. Il Ministero non emanò il decreto di perimetrazione. Non avviò il procedimento di consultazione. Non costituì l’ente parco. Il parco esisteva sulla carta — nell’elenco di una legge — ma non nel territorio.

Fu Italia Nostra a rompere l’inerzia, nel dicembre 2023, con un’istanza formale al Ministero. Quando il Ministero non rispose, l’associazione ricorse al TAR Lazio per silenzio-rifiuto. Il TAR le diede ragione nell’ottobre 2024 e impose un termine perentorio. Il decreto del 22 aprile 2025 arrivò nei centottanta giorni previsti dalla sentenza, non per iniziativa politica autonoma.


La contraddizione strutturale

Quello che emerge da questa ricostruzione non è la malevolenza di singoli attori. È qualcosa di più difficile da nominare e per questo più difficile da correggere: una contraddizione strutturale consapevolmente costruita in sede ristretta e mai discussa pubblicamente.

La L. 394/1991 contiene al suo interno due procedure di istituzione dei parchi che rispondono a filosofie opposte. L’articolo 8 richiede partecipazione, intesa con le regioni, decreto presidenziale: è la procedura garantista, pensata per coinvolgere i territori. L’articolo 34 consente l’istituzione diretta per via legislativa: è la procedura rapida, pensata per non aspettare.

Queste due procedure non sono mai state messe a confronto nel dibattito parlamentare. La seconda non è mai stata giustificata in rapporto alla prima. Era già lì, nel testo del comitato ristretto del 1990, e nessuno nei verbali disponibili si è fermato a spiegare perché una legge che all’articolo 8 imponeva la partecipazione delle regioni e degli enti locali prevedesse all’articolo 34 un meccanismo che quella partecipazione la saltava interamente.

Il meccanismo fu scritto da pochi, in una sede non pubblica, senza discussione in Aula. La legge che lo conteneva fu approvata senza mai passare al voto dell’Assemblea plenaria della Camera.

E trentaquattro anni dopo, quello stesso meccanismo fu usato per istituire un parco nazionale in una legge finanziaria, producendo un’inerzia attuativa di sette anni che richiese l’intervento di un tribunale per essere sbloccata.

Il sistema ha funzionato esattamente come era stato costruito: in modo da rendere possibile decidere in sedi ristrette, con strumenti che non richiedono il consenso dei territori, producendo obblighi che lo Stato poi non adempie spontaneamente. Chi vuole che quegli obblighi vengano rispettati deve avere la chiave giuridica giusta per bussare al tribunale. Chi vuole contestarli deve essere il soggetto istituzionale sbagliato: un consigliere regionale non basta, ci vuole la Regione.

Il Parco Nazionale del Matese è il risultato di questo sistema. Che funzioni bene per il Matese — per i suoi ecosistemi, per le sue comunità, per il suo territorio — è una domanda che il meccanismo, da solo, non è in grado di garantire.


I numeri dell’attesa

Quanto dura un parco prima di esistere

Ci sono modi diversi di misurare il tempo che intercorre tra il momento in cui una legge decide qualcosa e il momento in cui quel qualcosa accade sul territorio. Il caso del Parco Nazionale del Matese ne offre almeno tre, sovrapposti.

Evento Data Distanza dal precedente
Legge 431/1985 “Galasso” — primo vincolo paesaggistico ex lege sul Matese 8 agosto 1985 —
Istituzione legislativa del PNM (L. bilancio 2018, art. 1 c. 1116) 27 dicembre 2017 32 anni e 4 mesi dalla Galasso
Sentenza TAR Lazio n. 18581/2024 — ordine di provvedere 24 ottobre 2024 6 anni e 10 mesi dall’istituzione
D.M. 22 aprile 2025 — perimetrazione e misure di salvaguardia provvisorie 22 aprile 2025 2.673 giorni dall’istituzione legislativa
Oggi 10 luglio 2026 3.117 giorni dall’istituzione / 444 giorni dal decreto

Il parco ha impiegato sette anni e quattro mesi per passare dall’inserimento in un elenco legislativo al primo decreto esecutivo. Non perché non ci fosse la legge — c’era, ed era chiara. Non perché mancassero le risorse — la stessa legge di bilancio 2018 stanziava 300.000 euro per il primo avvio e 2 milioni annui a partire dal 2019. Ma perché nessun meccanismo obbligava il Ministero ad agire, e il Ministero non agì.

Un déjà vu da quarant’anni

Per chi abita sul Matese, questa non è la prima volta che una norma decisa altrove arriva sul territorio senza preavviso e senza negoziato.

Il precedente più diretto è la legge 431 dell’8 agosto 1985 — la cosiddetta legge Galasso, dal nome del sottosegretario ai Beni Culturali che ne era l’ispiratore, Giuseppe Galasso, quello stesso storico napoletano che due anni dopo avrebbe firmato anche la PDL Ceruti sui parchi. La legge Galasso introdusse vincoli paesaggistici automatici — senza procedura, senza consultazione, operativi dalla pubblicazione in Gazzetta — su intere categorie di territorio: boschi, corsi d’acqua, montagne oltre 1.200 metri, zone umide. Il Matese rientrava in quasi tutte queste categorie.

La reazione fu immediata e duratura. Comuni, proprietari terrieri, categorie produttive del versante campano e di quello molisano si trovarono di fronte a vincoli che limitavano l’uso del suolo senza che nessuno li avesse interpellati. Il Piano Territoriale Paesistico del Massiccio del Matese, emanato con decreto ministeriale solo nel settembre 2000 — quindici anni dopo la legge — cercò di dare struttura a quei vincoli, ma arrivò anch’esso senza una reale partecipazione dei comuni interessati.

Il Matese ha già vissuto questa sequenza: norma calata dall’alto, effetti immediati sul territorio, attuazione differita di anni, reazione delle comunità locali a cose già fatte. Il parco del 2025 ne ripete lo schema con una precisione quasi geometrica.

La differenza rilevante tra i due episodi è una sola: nel 1985 i vincoli arrivarono subito, senza attendere nessun decreto attuativo — erano operativi dalla pubblicazione della legge. Nel 2017 invece l’istituzione del parco rimase sulla carta per sette anni, producendo una zona grigia in cui il territorio era formalmente protetto ma di fatto privo di qualsiasi governance: né le regole del parco né quelle ordinarie erano chiare. È in quella zona grigia che sono cresciute le preoccupazioni.

Voci da un territorio mai interpellato

Quando il decreto del 22 aprile 2025 ha reso operative le misure provvisorie di salvaguardia, il Matese ha scoperto di essere un parco nazionale nel modo più diretto: con i divieti già in vigore e gli incontri pubblici convocati a cose fatte. Le reazioni documentate dalla stampa locale tra il 2025 e il 2026 seguono un copione riconoscibile.

Sul versante campano, i sindaci di diversi comuni — da Gallo Matese a Capriati al Volturno, da Raviscanina a Faicchio — hanno chiesto formalmente di essere esclusi dal perimetro o di rivedere le misure di salvaguardia. Agricoltori e allevatori hanno costituito comitati e avviato raccolte firme. La Federcaccia Campania ha presentato una diffida al Ministero. I ricorsi amministrativi si sono moltiplicati: come ha documentato la stampa molisana nel luglio 2025, tra Molise e Campania si è aperto un contenzioso diffuso che coinvolge comuni, categorie produttive e singoli operatori.

Sul versante molisano il quadro è stato più frammentato. Il Consiglio Regionale aveva approvato all’unanimità, già nel febbraio 2020, una mozione a favore del parco e della sua sede in territorio molisano. Ma quando si è trattato di definire la perimetrazione concreta, l’assessore regionale all’Ambiente aveva proposto una delimitazione così ridotta da essere bocciata dall’aula stessa che l’aveva mandata a negoziare. Alcuni sindaci coinvolti hanno dichiarato di non essere stati consultati sulla proposta ufficiale presentata dalla giunta al Ministero.

Asimmetria tra i versanti La frattura non è solo tra favorevoli e contrari: è geografica. Il versante campano ha espresso una opposizione più organizzata e più radicata nel mondo agricolo e venatorio. Il versante molisano ha mostrato una divisione interna più marcata, con istituzioni formalmente favorevoli e comunità locali spesso disorientate. I 54 comuni interessati appartengono a quattro province di due regioni con strumenti urbanistici, piani paesaggistici e normative di settore differenti — una complessità che il meccanismo di istituzione per via legislativa non ha previsto né attenuato.

Quello che accomuna i due versanti è l’assenza — riconosciuta da tutti gli attori, compresi i sostenitori del parco — di un processo partecipativo reale prima dell’istituzione. Legambiente Campania e Molise, in una nota dell’aprile 2025, ha dovuto avviare una campagna di “fact-checking” per contrastare informazioni errate che circolavano nei comuni: segno che le comunità avevano appreso dell’esistenza del parco e delle sue regole principalmente da fonti non istituzionali.

Non è una sorpresa. Il meccanismo che ha istituito il Parco Nazionale del Matese non prevedeva la partecipazione preventiva. Era stato scritto così nel 1991, in una stanza dove le comunità del Matese non erano rappresentate — e dove non fu mai discusso perché qualcuno avesse ritenuto che dovessero esserlo.

Fonti primarie. Testo originale della PDL C.1964 (Camera dei Deputati, X Legislatura, 26 novembre 1987); Bollettino delle Giunte e delle Commissioni parlamentari, VIII Commissione, seduta 8 maggio 1991, pp. 60–65 — legislature.camera.it; bollettino seduta 18 aprile 1990; sentenza TAR Lazio n. 18581/2024; sentenza TAR Lazio n. 04469/2026 (NRG 11173/2025).

Incongruenze testuali dichiarate. Il bollettino dell’8 maggio 1991 indica l’emendamento 32.6 sia come respinto sia come ritirato da Ceruti: la contraddizione è nel testo fonte e non è risolvibile dai documenti disponibili. L’emendamento 32.51, firmato da Ronchi e Cederna, viene richiamato due volte nel resoconto come “emendamento Ceruti 32.51”: anche questa attribuzione è nel testo fonte e viene riportata così come appare.

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Il Matese non è nell’Appennino centrale

Osservatorio · Rischio idrogeologico

L’8 luglio 2026 l’Autorità di bacino distrettuale presenta alla Presidenza del Consiglio i nuovi Piani di assetto idrogeologico. La mappa del rischio racconta però che il territorio del Parco Nazionale del Matese appartiene a un distretto diverso — e che il versante molisano, il più esposto, non ha ancora né PAI aggiornato né piano del parco.

Osservatorio 8 luglio 2026

Oggi, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale (AUBAC) ha presentato i Piani di assetto idrogeologico distrettuali — PAI frane e PAI idraulico — adottati definitivamente con le deliberazioni n. 67 e n. 68 del 26 maggio 2026 e resi operativi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n. 127 del 4 giugno 2026. Le misure di salvaguardia sono vincolanti da quella data, nelle more dell’approvazione con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.

I due PAI riguardano un territorio di oltre 42.000 chilometri quadrati, sette Regioni, 901 Comuni, circa 9 milioni di abitanti. Sostituiscono nove strumenti di pianificazione previgenti, formatisi in epoche diverse con apparati cartografici e normativi non omogenei.

La notizia è rilevante. Ma per il Matese il contesto va precisato.

Il Matese scarica sul Volturno e sul Biferno

Il massiccio del Matese è biregionale: il versante campano scarica nel bacino del Volturno, il versante molisano nel bacino del Biferno. Entrambi appartengono al Distretto idrografico dell’Appennino meridionale, con sede a Caserta — non al Distretto dell’Appennino centrale che ha presentato oggi i suoi PAI a Roma.

I nuovi PAI AUBAC non coprono il territorio del Parco Nazionale del Matese. La verifica su georeferenziazione diretta — interrogando i servizi cartografici dell’Autorità sul perimetro del PNM — restituisce count zero per entrambi i layer di pericolosità distrettuale.

Gap verificativo

Il PAI vigente per il versante molisano del Matese (bacino Biferno) è quello dell’Appennino meridionale, non aggiornato al formato distrettuale. Il servizio WMS del Distretto meridionale risultava non disponibile alla data di pubblicazione di questo articolo. I dati di pericolosità mostrati nella mappa provengono da IdroGEO ISPRA, che aggrega i PAI vigenti a livello nazionale: rappresentano la classificazione attuale, non un piano aggiornato.

La mappa

La cartografia che segue sovrappone tre livelli informativi distinti per statuto: la zonazione del PNM ricostruita da ivinti.it/matese.bike su fonti ufficiali frammentarie (D.M. 101/2025, cartografia MASE); il perimetro del parco da OpenStreetMap; la pericolosità idrogeologica da frana e da alluvione secondo IdroGEO ISPRA. Nessuno di questi layer è cartografia ufficiale vigente ai fini normativi.

Fonti: zonazione PNM — elaborazione ivinti.it/matese.bike da D.M. 101/2025 e cartografia MASE; perimetro — OpenStreetMap contributors; pericolosità idrogeologica — IdroGEO ISPRA, licenza aperta. Nessun layer sostituisce la cartografia ufficiale vigente.

Cosa mostra la mappa

La lettura della sovrapposizione produce un’osservazione empirica: la densità delle aree classificate a pericolosità da frana sul versante molisano — il lato Biferno, quello che guarda verso Campobasso — è sensibilmente maggiore rispetto al versante campano. Le zone di pericolosità attraversano in più punti aree che nella zonazione provvisoria del PNM ricadono in Zona 2 (riserva generale orientata) e Zona 3 (area di protezione).

Questa osservazione ha un limite dichiarato: i dati di pericolosità ISPRA aggregano PAI di generazioni diverse, elaborati con metodologie non omogenee. La densità apparente sul versante molisano potrebbe riflettere anche differenze nei criteri di mappatura tra le autorità di bacino storiche, non solo differenze nella pericolosità reale del territorio.

La stratificazione che si accumula

Il Parco Nazionale del Matese esiste dal 2002 sul piano nominale, ma non dispone di piano del parco approvato, di comitato di gestione operativo completo, né di dati geospaziali accessibili in formato aperto. Il decreto perimetrale D.M. 101/2025 ha definito un confine; la sentenza TAR Lazio n. 04469/2026 ha confermato la legittimità del percorso. Ma il regime resta provvisorio.

Su questo vuoto normativo si depositano oggi le misure di salvaguardia PAI — non quelle AUBAC presentate stamattina a Roma, ma quelle del Distretto meridionale, non aggiornate al formato distrettuale. Il territorio del PNM si trova quindi sotto tre regimi sovrapposti che non dialogano tra loro: il regime provvisorio del parco (senza piano), il PAI previgente dell’Appennino meridionale (non distrettuale), e le norme di salvaguardia del D.M. 101/2025.

Nessuno di questi strumenti è stato elaborato in coordinamento con gli altri.

Fonti primarie
Riferimenti normativi e documentali

GU n. 127 del 4 giugno 2026 — Avvisi di adozione definitiva PAI frane (26A02758) e PAI idraulico (26A02762) dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale. Deliberazioni CIP n. 67 e n. 68 del 26 maggio 2026. Base normativa: artt. 63 comma 6 lett. e), 65 comma 7, 66, 67 e 68 D.Lgs. 152/2006.

D.M. 101/2025 — Decreto di perimetrazione del Parco Nazionale del Matese.

TAR Lazio, sentenza n. 04469/2026 — Rigetto del ricorso contro il decreto di perimetrazione (con annotazione: l’indicazione “11 agosto 2026” nel testo della sentenza è un errore materiale; la data corretta è 11 agosto 2025).

IdroGEO ISPRA — Piattaforma nazionale per la consultazione dei dati di pericolosità idrogeologica aggregati dai PAI vigenti: idrogeo.isprambiente.it.

Evento AUBAC dell’8 luglio 2026 — “PAI distrettuali AUBAC. Prevenzione, salvaguardie e attuazione”, Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Fonte secondaria: Eco Alto Molise, 8 luglio 2026.

Osservatorio dei Vinti · ivinti.it · 8 luglio 2026

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La legge che si contraddice
Osservatorio

La legge 394/91 contiene al suo interno una frattura strutturale: costruisce un percorso di partecipazione come condizione di legittimità dell’istituzione dei parchi, poi offre una scorciatoia che lo bypassa integralmente. Trentacinque anni di applicazione documentano gli effetti.

Osservatorio Aree protette Legge 394/91 luglio 2026

Nel 1991 il Parlamento italiano approvò la legge quadro sulle aree naturali protette — la legge 6 dicembre 1991, n. 394 — con l’obiettivo dichiarato di dare all’Italia un sistema organico di tutela ambientale. La legge nacque dopo anni di elaborazione e recepì i principi costituzionali allora vigenti: la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e il limite dell’utilità sociale all’iniziativa economica privata (art. 41 Cost.). Il testo era ambizioso. Prevedeva un percorso partecipativo per l’istituzione dei parchi, meccanismi di cooperazione tra Stato e Regioni, strumenti di pianificazione condivisa. Conteneva, in altre parole, il tentativo di bilanciare due interessi costituzionalmente rilevanti: proteggere la natura e non congelare le economie locali senza una base di accordo.

Quello stesso testo conteneva però una contraddizione che trentacinque anni di applicazione hanno reso visibile in modo sistematico.

Il percorso e la scorciatoia

L’art. 8 della legge 394/91 disciplina la procedura ordinaria di istituzione dei parchi nazionali. Prevede che il Ministro dell’ambiente promuova una fase istruttoria, che le Regioni vengano sentite, che si avvii un percorso di consultazione prima che intervenga il Decreto del Presidente della Repubblica che istituisce formalmente il parco. Non è un coinvolgimento pieno — si tratta di un parere, non di un’intesa — ma è comunque un percorso che richiede tempo, confronto e una base minima di condivisione istituzionale prima che i vincoli diventino operativi.

L’art. 22 della stessa legge va oltre: per i parchi naturali regionali prevede un meccanismo partecipativo più strutturato, che include una conferenza obbligatoria con Regioni, Province, Comuni e comunità locali, finalizzata alla redazione di un documento di indirizzo che analizza il territorio, perimetra provvisoriamente l’area, individua gli obiettivi e valuta gli effetti dell’istituzione sull’economia locale. La legge, cioè, riserva alle comunità locali più tutele per i parchi minori che per quelli nazionali.

L’art. 34 introduce invece un elenco di parchi nazionali istituibili direttamente per legge. Nessun percorso partecipativo, nessuna consultazione, nessun DPR preceduto da accordo. L’istituzione avviene per inserimento in elenco, e quell’elenco può essere ampliato in qualsiasi momento mediante emendamento a qualunque altra legge in approvazione. Il risultato è che un parco nazionale — lo strumento di tutela più vincolante previsto dall’ordinamento italiano — può nascere senza che le comunità che vi risiedono abbiano mai avuto voce formale nel procedimento.

Gli effetti documentati

La contraddizione tra art. 8 e art. 34 non sarebbe grave se il Piano del parco — lo strumento attraverso cui, dopo l’istituzione, si definiscono concretamente le attività consentite e quelle vietate — venisse approvato in tempi ragionevoli. Il Piano è il momento in cui il bilanciamento tra tutela ambientale ed economia locale si costruisce nel dettaglio. Senza Piano approvato, il territorio vive in un limbo regolatorio: i vincoli del parco sono operativi, ma le regole precise per conviverci non sono ancora definite. Molte attività economiche restano sospese o incerte, perché nessuno sa esattamente cosa sarà consentito e cosa no.

Il problema è che la legge 394/91 non fissa alcun termine per l’approvazione del Piano del parco. Il Piano è obbligatorio, ma la sua scadenza è indeterminata. La Corte dei Conti, nella Determinazione n. 13 del 13 febbraio 2025 sul controllo della gestione finanziaria degli enti parco nazionali, ha documentato lo stato dei Piani dei venticinque parchi nazionali italiani: diversi di essi hanno iter decennali aperti. Il limbo non è un’eccezione — è la norma.

Il presidente del WWF Italia, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 6 luglio 2026 (fonte secondaria, accesso diretto), ha riconosciuto apertamente che tra l’istituzione di un parco e l’approvazione del Piano del parco le attività locali restano sospese, e che questo iter può richiedere anche dieci o vent’anni. È un’ammissione significativa: chi ha promosso le istituzioni dei parchi, anche attraverso lo strumento del ricorso al giudice amministrativo per forzare iter bloccati, conosce e riconosce questi effetti.

Il quadro costituzionale

La Corte costituzionale ha affrontato la questione del rapporto tra competenze statali e autonomie locali nell’istituzione dei parchi in una serie di sentenze che coprono un arco temporale che va dal 1989 al 2000. Il filo conduttore è costante.

Con la sentenza n. 337 del 1989 la Corte stabilì che l’istituzione di un parco nazionale interferisce con numerose materie di competenza regionale — urbanistica, agricoltura, economia locale — e che pertanto deve svolgersi nel rispetto di procedure di cooperazione che, nei momenti di massima incidenza sulle competenze regionali, devono consistere in specifiche forme di intesa. Con la sentenza n. 366 del 1992 la Corte riaffermò che il principio generale di cooperazione e intesa si impone fra Stato e Regioni in ossequio al principio di leale collaborazione. Con la sentenza n. 302 del 1994 precisò che nelle procedure di intesa l’atteggiamento delle parti deve essere ispirato alla correttezza e all’apertura verso le posizioni altrui, e che gli enti locali devono essere coinvolti nella determinazione del contenuto del provvedimento. Con la sentenza n. 282 del 2000 dichiarò incostituzionale una legge regionale che istituiva aree protette senza le forme di partecipazione degli enti locali territorialmente coinvolti.

Il quadro che emerge da questa giurisprudenza è netto: la Corte costituzionale ha chiarito dal 1989 che l’istituzione unilaterale di aree protette senza un percorso di cooperazione con le comunità locali è incompatibile con i principi costituzionali di leale collaborazione (artt. 118 e 120 Cost.) e di buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.). Il buon andamento richiede che un vincolo produca effetti certi e definiti in tempi ragionevoli, non un’indeterminatezza strutturale senza scadenza.

L’art. 34 della legge 394/91 consente esattamente quello che la Corte aveva dichiarato incompatibile con la Costituzione. Le due norme — l’art. 34 e la giurisprudenza costituzionale — coesistono da trentacinque anni senza che nessuna riforma le abbia riconciliate.

Una lacuna mai colmata

La legge 394/91 è stata modificata numerose volte nel corso degli anni — dalla legge 205/2017 che ha ampliato l’elenco dell’art. 34 alla legge 199/2025 che ha introdotto ulteriori aggiustamenti. Nessuna di queste modifiche ha introdotto un termine vincolante per l’approvazione del Piano del parco. Nessuna ha eliminato la possibilità di istituire parchi nazionali per semplice emendamento a leggi omnibus. Nessuna ha esteso ai parchi nazionali il meccanismo partecipativo che l’art. 22 già prevedeva per i parchi regionali.

L’inerzia trentacinquennale su una contraddizione con effetti economici documentati e con una copertura giurisprudenziale costituzionale risalente al 1989 non è un dato neutro. È essa stessa un dato politico — osservabile, misurabile, e rilevante per chiunque voglia capire come funziona concretamente la governance delle aree protette in Italia.

Nota metodologica Questo articolo si basa su fonti primarie verificate: il testo vigente della legge 394/91 (artt. 8, 22, 34); la legge 205/2017 art. 1 comma 1116; le sentenze della Corte costituzionale nn. 337/1989, 366/1992, 302/1994, 282/2000; la Determinazione Corte dei Conti n. 13 del 13 febbraio 2025. La dichiarazione del presidente del WWF Italia è citata da un articolo del Corriere della Sera del 6 luglio 2026, fonte secondaria con accesso diretto verificato dall’autore ma non fetchabile in modo indipendente. La sentenza Corte Cost. n. 378/2007 citata in alcune fonti secondarie non è stata utilizzata: la verifica sul testo primario non ha confermato la pertinenza al tema specifico dei parchi nazionali con Regioni ordinarie.

Fonti primarie

  • L. 6 dicembre 1991, n. 394, Legge quadro sulle aree naturali protette, artt. 8, 22, 34. GU n. 292 del 13 dicembre 1991.
  • L. 27 dicembre 2017, n. 205, art. 1 comma 1116: inserimento lettere f-bis e f-ter nell’art. 34 comma 1 della L. 394/91 (Parchi nazionali del Matese e di Portofino).
  • Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 9, 41, 97, 118, 120.
  • Corte costituzionale, sentenza n. 337 del 1989: forme di intesa nell’istituzione dei parchi nazionali.
  • Corte costituzionale, sentenza n. 366 del 1992: principio generale di cooperazione e leale collaborazione nella L. 394/91.
  • Corte costituzionale, sentenza n. 302 del 1994: correttezza e apertura nelle procedure di intesa.
  • Corte costituzionale, sentenza n. 282 del 2000: incostituzionalità di istituzione di aree protette senza partecipazione degli enti locali.
  • Corte dei Conti, Determinazione n. 13 del 13 febbraio 2025: controllo sulla gestione finanziaria dei 23 enti parco nazionali, stato dei Piani dei parchi.
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Due orologi nella stessa stanza: il PUC e il Piano Paesaggistico della Campania
Analisi · Serie: Il Matese e la programmazione che non arriva · Capitolo 1

Stessa Regione, stesso livello istituzionale, due strumenti che decidono la forma del territorio matesino — e che da anni procedono su calendari che non si incrociano mai. Non è un conflitto tra enti diversi: è un disallineamento interno.

Governo del territorio Regione Campania Matese

Quando si parla di programmazione mancata in un’area interna come il Matese, la tentazione è cercare un colpevole: un ente inerte, un comune negligente, un livello di governo che non fa la sua parte. Questo primo capitolo prova una strada diversa. Non un’assenza, ma una compresenza mal sincronizzata: due strumenti della stessa Regione, ai fini pratici entrambi obbligatori per ogni Comune del Matese campano, che avanzano ciascuno secondo la propria logica interna senza che l’uno tenga conto dei tempi dell’altro.

Il primo strumento è il Piano Urbanistico Comunale (PUC), disciplinato dalla L.R. 16/2004. Il secondo è il Piano Paesaggistico Regionale (PPR), redatto in copianificazione con il Ministero della Cultura ai sensi dell’art. 135 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004). Non sono in competizione: per legge, il secondo prevale gerarchicamente sul primo. Ma i due strumenti non hanno mai condiviso un calendario.

La corsia PUC: una scadenza che si sposta ogni volta che si avvicina

La L.R. 16/2004 ha subito una riforma organica con la L.R. 5/2024, che ha sostituito il PUC monolitico con un’architettura a due strumenti obbligatori — il Piano Strutturale Urbanistico (PSU) e il Regolamento Urbanistico Edilizio (RUE) — e ha introdotto scadenze perentorie per l’adozione e l’approvazione da parte dei Comuni, presidiate da un potere sostitutivo regionale (Commissari ad acta). Il regolamento attuativo, il Regolamento regionale 3/2025, è entrato in vigore il 9 ottobre 2025 e ha abrogato il precedente Regolamento 5/2011.

Da qui in avanti, la scadenza si è spostata tre volte in poco più di un anno:

Cronologia della scadenza PUC in Campania

Fonte: BURC — testi di legge regionale citati in nota

22 dicembre 2004 — L.R. 16/2004
Norme sul governo del territorio. Introduce il PUC come strumento urbanistico comunale obbligatorio.
29 aprile 2024 — L.R. 5/2024
Riforma organica: il PUC diventa PSU + RUE. Fissa un primo termine perentorio per l’adozione al 31 dicembre 2024, approvazione al 30 giugno 2025.
6 ottobre 2025 — Regolamento regionale 3/2025
Attuativo dell’art. 43-bis L.R. 16/2004. Abroga il Regolamento 5/2011. In vigore dal 9 ottobre 2025.
22 luglio 2025 — L.R. 13/2025 (prima proroga)
Sposta il termine di adozione al 31 dicembre 2025 e di approvazione al 30 giugno 2026.
27 marzo 2026 — L.R. 2/2026, art. 28 (seconda proroga)
Legge di Stabilità 2026. Sposta ulteriormente il termine: adozione al 31 dicembre 2026, approvazione al 30 giugno 2027.

Fonti: BURC n. 34/2024 (L.R. 5/2024); BURC n. 71/2025 (Regolamento 3/2025); BURC n. 51/2025 (L.R. 13/2025); BURC (L.R. 2/2026, Legge di Stabilità regionale, pubblicata 31 marzo 2026).

Due proroghe in venti mesi non sono di per sé un’anomalia — ogni riforma amministrativa complessa incontra ritardi attuativi. Il punto rilevante per questa serie è un altro: ciascuna proroga è stata motivata, negli atti regionali, con i ritardi nei pareri degli enti sovraordinati (Soprintendenze, autorità di bacino, enti di tutela) più che con inadempienze comunali. È un’ammissione implicita che il sistema, nel suo complesso, non riesce a tenere il passo che si è dato da solo.

La corsia PPR: uno strumento che rincorre sé stesso da vent’anni

Il Piano Paesaggistico Regionale della Campania nasce da un’Intesa Istituzionale Regione-Ministero della Cultura sottoscritta il 14 luglio 2016, ai sensi dell’art. 135 del Codice dei Beni Culturali. Da allora il percorso è stato il seguente:

Cronologia del Piano Paesaggistico Regionale

Fonte: territorio.regione.campania.it — sezione Paesaggio; BURC

14 luglio 2016
Intesa Istituzionale Regione Campania–Ministero della Cultura per la redazione congiunta del PPR.
12 novembre 2019 — DGR 560/2019
Approvazione del Preliminare di PPR: relazione, elaborati cartografici, rapporto ambientale preliminare.
22 novembre 2022 — DGR 620/2022
Catalogo e Atlante delle dichiarazioni di notevole interesse pubblico: 269 aree e immobili tutelati censiti.
2021–2024 — Decreti dirigenziali tecnici
DD nn. 81 e 118/2021, 1002/2023, 314/2024, 409/2024: elaborati tecnici e ambientali propedeutici, articolati per ambiti di paesaggio sull’intero territorio regionale.
22 ottobre 2025 — DGR 746/2025
Presa d’atto e adozione preliminare della proposta di PPR. Restano escluse, in questa fase, le disposizioni sugli artt. 136 e 142 del Codice.
13 gennaio 2026 — DD 1/2026
Avvio della fase di osservazioni comunali sulla ricognizione dei beni ex art. 142, con termine di 120 giorni dalla pubblicazione sul BURC (19 gennaio 2026).
20 maggio 2026 — DGR 197/2026 (rettifica)
La Giunta precisa che la DGR 746/2025 «non costituisce formale adozione del Piano Paesaggistico Regionale» e non determina l’apposizione di nuovi vincoli rispetto a quelli già vigenti.

Fonti: territorio.regione.campania.it, sezione Paesaggio (pagine PPR e rettifica DGR 746/2025); sit2.regione.campania.it (Geoportale, scheda PPR); BURC nn. 77/2025 e successivi.

Il punto tecnico che sposta tutto

Alla data in cui i Comuni campani devono rispettare una scadenza PUC cogente — sotto minaccia di commissariamento regionale — lo strumento paesaggistico sovraordinato che dovrebbe orientarne i contenuti non è ancora vincolante. È la stessa Giunta regionale, con la rettifica del 20 maggio 2026, ad averlo messo per iscritto: la delibera del 2025 non produce nuovi vincoli, le perimetrazioni allegate sono solo “previsioni progettuali” soggette a ulteriore copianificazione con il Ministero. Un Comune che redige oggi il proprio PSU non sa, con certezza giuridica, quale sarà la disciplina paesaggistica regionale definitiva a cui il proprio strumento dovrà infine conformarsi.

Dove il disallineamento diventa concreto: il Matese

Per il massiccio del Matese esiste già, da un quarto di secolo, uno strumento paesaggistico pienamente vigente: il Piano Territoriale Paesistico del Massiccio del Matese, approvato con Decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali del 4 settembre 2000 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 254 del 30 ottobre 2000) — dopo che una prima versione del 1996 era stata annullata dal TAR Campania nel 1999 per carenze nella fase partecipativa con le amministrazioni locali.

Questo piano non è un documento decorativo in attesa di essere aggiornato. Per giurisprudenza costituzionale consolidata (Corte cost. n. 189/2016 e n. 210/2016) e per l’art. 145 del Codice dei Beni Culturali, un piano paesistico d’ambito come questo è gerarchicamente prevalente sia sul PRG/PUC comunale sia sulle norme regionali di sviluppo edilizio — Piano Casa incluso. Non è derogabile dallo strumento urbanistico comunale, per quanto quest’ultimo sia più recente.

Si ottiene così la fotografia più precisa del disallineamento: i Comuni del Matese devono chiudere, entro una scadenza che si è già spostata due volte, uno strumento urbanistico — il PSU/RUE — che per legge dovrà comunque piegarsi a un quadro paesaggistico sovraordinato più vecchio della stessa L.R. 16/2004 che oggi ne scandisce i tempi. E l’aggiornamento generale di quel quadro — il PPR — è dichiarato dalla Regione stessa come non ancora vincolante, con un orizzonte di completamento che, alla luce della cronologia 2016-2026, non è prevedibile in tempi brevi.

Nota tecnica: perché non basta dire “il PPR sostituirà il PTP Matese”

È vero che, una volta definitivamente approvato, il PPR generale è destinato a sostituire i tredici piani paesistici d’ambito approvati tra il 1995 e il 2002 in Campania, compreso quello del Matese. Ma “destinato a sostituire” non è “ha sostituito”: finché l’iter di copianificazione con il Ministero non si conclude — e la rettifica di maggio 2026 conferma che il percorso è tutt’altro che chiuso — il PTP del 2000 resta l’unico riferimento cogente. Un Comune che oggi allinea il proprio PSU alle indicazioni preliminari del nuovo PPR rischia di doverlo rivedere quando il Piano sarà definitivamente approvato; un Comune che si attiene rigidamente al PTP del 2000 rischia di redigere uno strumento già superato nell’impianto conoscitivo al momento della sua entrata in vigore.

Un chiarimento necessario

In una prima fase di questa ricerca era emersa, da una fonte di commento giuridico (non da un atto regionale), l’idea che la Regione avesse mantenuto in vigore il vecchio Regolamento 5/2011 accanto al nuovo Regolamento 3/2025, aggiungendo un terzo livello di disallineamento. Il controllo sul testo primario del Regolamento 3/2025 smentisce questa lettura: il Regolamento 5/2011 è stato abrogato dalla data di entrata in vigore del nuovo regolamento (9 ottobre 2025). Esiste una norma transitoria, ma è circoscritta ai soli procedimenti già adottati e non ancora approvati alla data del 31 dicembre 2025, che possono concludersi secondo la disciplina previgente. Non è quindi un disallineamento regolamentare autonomo, ed è corretto non trattarlo come tale.

Non due enti che non si parlano, ma due strumenti della stessa Regione che misurano il tempo con orologi diversi — e nessuno dei due si è ancora fermato per aspettare l’altro.Osservatorio dei Vinti — nota di sintesi

Il prossimo capitolo di questa serie affronta un disallineamento di natura diversa: non più interno alla Regione Campania, ma tra le due regioni che si dividono il perimetro del Parco Nazionale del Matese — Campania e Molise — e i tempi radicalmente diseguali con cui le rispettive cornici legislative sul governo del territorio si sono formate.

Fonti

  • L.R. Campania 22 dicembre 2004, n. 16 — Norme sul governo del territorio
  • L.R. Campania 29 aprile 2024, n. 5 — Modifiche alla L.R. 16/2004 (BURC n. 34/2024)
  • Regolamento regionale Campania 6 ottobre 2025, n. 3 — Regolamento di attuazione dell’art. 43-bis L.R. 16/2004 (BURC n. 71/2025)
  • L.R. Campania 22 luglio 2025, n. 13 (BURC n. 51/2025)
  • L.R. Campania 27 marzo 2026, n. 2 — Legge di Stabilità 2026, art. 28
  • Intesa Istituzionale Regione Campania–MiC, 14 luglio 2016 (art. 135 D.Lgs. 42/2004)
  • DGR Campania n. 560 del 12 novembre 2019 — Preliminare di PPR
  • DGR Campania n. 620 del 22 novembre 2022 — Catalogo e Atlante delle dichiarazioni di notevole interesse pubblico (BURC n. 104/2022)
  • DGR Campania n. 746 del 22 ottobre 2025 — Adozione preliminare della proposta di PPR (BURC n. 77/2025)
  • Decreto Dirigenziale Campania n. 1 del 13 gennaio 2026 (BURC n. 3/2026)
  • DGR Campania n. 197 del 20 maggio 2026 — Rettifica della DGR 746/2025
  • D.M. Beni e Attività Culturali 4 settembre 2000 — Piano Territoriale Paesistico del Massiccio del Matese (G.U. Serie Generale n. 254 del 30-10-2000)
  • Corte costituzionale, sentenze n. 189/2016 e n. 210/2016 — prevalenza gerarchica del piano paesaggistico
  • D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 — Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, artt. 135, 142, 145
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Il Matese e la programmazione che non arriva: da dove parte questa serie

Analisi · Osservatorio dei Vinti

A Raviscanina, un memo tecnico lasciato a un funzionario comunale segnala che il 30 giugno 2026 — pochi giorni da oggi — scade il termine per approvare il Piano Urbanistico Comunale previsto dalla L.R. 13/2025. È una scadenza che riguarda un solo comune, su un solo procedimento amministrativo. Ma lo stesso giorno in cui scriviamo, secondo i dati regionali più recenti, oltre un terzo dei comuni della Campania si trova ancora in una fase preliminare dello stesso percorso. Non è un’eccezione locale: è la stessa difficoltà, ripetuta su scala.

Aggiornamento — 2 luglio 2026

Dopo la pubblicazione di questo articolo, la Regione Campania ha disposto un’ulteriore proroga dei termini per i PUC. La Legge regionale 27 marzo 2026, n. 2 (BURC n. 16 del 30.03.2026), all’articolo 28, modifica il comma 2 dell’articolo 44 della L.R. 16/2004: il termine per l’adozione slitta dal 31 dicembre 2025 al 31 dicembre 2026, e quello per l’approvazione dal 30 giugno 2026 al 30 giugno 2027. La scadenza del 30 giugno 2026 citata nel testo che segue, quindi, non è più in vigore al momento in cui scriviamo: il termine amministrativo per Raviscanina e per gli altri comuni citati è ora il 30 giugno 2027. Il quadro descritto in questo articolo — il disallineamento tra scadenze urbanistiche e altri procedimenti regionali — resta invariato nella sostanza; cambia solo la data limite specifica.

Questo articolo apre una serie che proverà a guardare quella difficoltà da più distanza, e a chiedersi se abbia una storia più lunga di quanto un singolo PUC in ritardo lasci intuire.

Lo scenario storico, altrove

Il punto da cui partire non lo scriviamo da zero. Su matese.bike una miniserie recente — “Prima e dopo la cura” — ha già ricostruito in quattro episodi il sistema economico del Matese preunitario: l’industria laniera e cotoniera del versante campano (il cotonificio Egg di Piedimonte d’Alife, dal 1812 il più grande del Mezzogiorno), l’economia armentizia del versante molisano legata alla transumanza verso il Tavoliere, e la cerniera artigianale sannita che li connetteva. La stessa serie documenta poi, con atti normativi datati, il decennio 1861-1870 in cui quel sistema viene smontato — tariffa doganale, alienazione dei demani, leva militare, brigantaggio — e chiude con i numeri dei censimenti: tutti i comuni del massiccio, su entrambi i versanti, hanno perso tra il 70 e il 76 per cento della popolazione tra il 1861 e oggi.

Chi vuole il quadro narrativo completo, con nomi, date e luoghi, lo trova in quella sede. Qui ci interessa una domanda diversa.

Una premessa necessaria: la questione meridionale

Chiedersi cosa sia cambiato nel Matese tra il 1860 e oggi significa toccare, inevitabilmente, un terreno storiografico aperto da oltre un secolo e mai chiuso: la cosiddetta questione meridionale. Su questo terreno esistono posizioni difficilmente riconciliabili. Il meridionalismo classico — Nitti, Salvemini, Gramsci — riconosce che il divario tra Nord e Sud preesisteva all’Unità, ma ne attribuisce l’aggravamento alle politiche post-unitarie; questa lettura è stata in larga parte contestata dalla storiografia successiva, in particolare da Rosario Romeo. Negli ultimi decenni, un revisionismo di matrice neoborbonica ha riproposto l’idea di un Regno delle Due Sicilie economicamente più solido di quanto raccontato, utilizzando talvolta dati — come le riserve auree citate da Nitti, o il presunto debito pubblico nullo del Regno — che la storiografia economica considera in buona parte superati o imprecisi nella loro formulazione più diffusa.

Non prendiamo posizione in questo dibattito, e non ne abbiamo gli strumenti. Il punto su cui la storiografia più equilibrata converge è più semplice e più utile per questa serie: il divario Nord-Sud è un fatto di lunga durata, antecedente al 1861, che l’Unità ha ereditato e non semplicemente creato — senza che questo autorizzi né l’immagine di un Sud “ricco e felice” poi saccheggiato, né quella, altrettanto infondata, di un Sud arretrato per ragioni intrinseche. Questa serie non intende stabilire chi avesse ragione nel 1861. Il suo oggetto è più stretto, e più verificabile con gli strumenti che abbiamo: cosa succede, oggi, quando un territorio deve programmarsi — e se quella difficoltà abbia un pattern riconoscibile anche nel passato.

La domanda: un problema di comunicazione tra istituzioni

Il caso VIRI di Raviscanina, esaminato in dettaglio nei prossimi capitoli, non riguarda un’amministrazione comunale isolata che non riesce a fare il proprio lavoro. Riguarda una rete di scadenze e procedimenti che si intrecciano e raramente si parlano: la L.R. 13/2025 fissa al 30 giugno 2026 il termine per l’approvazione dei PUC; nello stesso periodo la Regione Campania porta avanti, con la DGR 746/2025 e una sua rettifica del maggio 2026, l’adozione preliminare del Piano Paesaggistico Regionale — un quadro prescrittivo nuovo che dialoga poco, nei tempi, con la scadenza urbanistica comunale. Sul versante molisano del Parco Nazionale del Matese il problema è anche più strutturale: la Regione non ha mai approvato una legge urbanistica organica paragonabile a quella campana, e nel periodo 2018-2021 il tasso di rinnovo della pianificazione comunale in Molise è stato dello zero per cento.

Non è un’osservazione isolata. La letteratura sulla governance delle aree interne italiane descrive da anni un problema simile su scala nazionale. Sulla Strategia Nazionale Aree Interne — lo strumento che riguarda anche il Matese, diviso tra l’area “Alto Matese” in Campania e l’area “Matese” in Molise — è stato scritto che il suo “basso successo” è in larga parte dovuto a difficoltà di concertazione e di dialogo istituzionale tra centro e periferia, e a tempi di coordinamento che i diversi livelli di governo non riescono a sincronizzare tra loro. Lo stesso governo nazionale, con la Delibera CIPESS 41/2022, ha dovuto intervenire per “superare le criticità applicative” degli Accordi di Programma Quadro attraverso cui Stato, Regioni e Comuni si erano impegnati ad attuare le strategie d’area: un atto che certifica, da fonte istituzionale, che il meccanismo di coordinamento originario non stava funzionando.

La domanda che apre questa serie è dunque questa: esiste, dietro casi come quello di Raviscanina, una mancata comunicazione interistituzionale — verticale, tra i livelli di governo, e orizzontale, tra enti dello stesso livello — che impedisce a un territorio di programmarsi anche quando le condizioni e le risorse per farlo, almeno sulla carta, sono presenti? E se questo blocco è già descritto come fenomeno diffuso nelle aree interne italiane, il Matese — diviso tra due Regioni con impianti normativi scollegati, e tra una pluralità di enti che raramente sincronizzano le proprie scadenze — ne è un caso particolarmente nitido?

Cosa proveremo a verificare, capitolo per capitolo

Il disallineamento normativo regionale. Come la scadenza PUC e l’avanzamento del PPR campano, pur appartenenti allo stesso livello istituzionale, procedano su binari temporali che raramente si incontrano.

L’asimmetria Campania/Molise. Come due Regioni che si dividono lo stesso massiccio e lo stesso Ente Parco affrontino la pianificazione comunale con strumenti normativi di forza completamente diversa.

Il caso VIRI come istanza locale. Cosa succede, concretamente, quando questi disallineamenti si scaricano su un singolo comune e su una singola finestra di opportunità.

La rappresentanza del territorio. Su matese.bike è stato pubblicato un report che stima un rapporto di un associato delle grandi sigle ambientaliste ogni 36-43 residenti nei comuni del Parco. È un dato che intende verificare in modo indipendente, con metodo proprio, in un capitolo dedicato — non lo adottiamo qui.

Non sappiamo, in questa fase, se la risposta sarà positiva su tutti i fronti, parziale, o se distinguerà nettamente le cause amministrative da quelle strutturali. È esattamente questo che la serie dovrà documentare, capitolo dopo capitolo, con le carte che ogni fase storica e amministrativa ha lasciato a disposizione — senza presupporre la conclusione prima di aver verificato i dati.

Se un Piano Urbanistico Comunale non si scrive entro la scadenza, la domanda non riguarda solo l’ufficio tecnico che doveva scriverlo. Riguarda anche chi, sopra quel comune, avrebbe dovuto parlargli per tempo — e non l’ha fatto.

Fonti citate in questo articolo

Matese.bike, miniserie “Prima e dopo la cura” (episodi I-IV, 2026) · L.R. Campania 13/2025 e L.R. 16/2004 art. 44 · L.R. Campania 2/2026 (BURC n. 16 del 30.03.2026), art. 28 · DGR Campania 746/2025 e rettifica maggio 2026 · ANCI/Openpolis, dati pianificazione comunale Molise 2018-2021 · Regional Economy, “I ritardi della strategia nazionale per le aree interne” · Delibera CIPESS 41/2022 · Matese.bike, “Chi decide sul Matese: 1 associato su 36 residenti” (maggio 2026) · M.C. Schisani, “La finanza pubblica napoletana tra centro e periferia. Piedimonte d’Alife durante il regno di Ferdinando II (1830-59)”, ESI, 1995.

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Sul Matese si parla di sviluppo turistico. Poco di sicurezza
Sicurezza e territorio

Dal convegno di San Potito Sannitico sulle nuove guide GAE, una domanda rimasta sullo sfondo: cosa succede quando il soccorso deve raggiungere chi è in difficoltà sul massiccio, e la voce non passa? Una verifica sui casi reali, con i suoi limiti dichiarati.

Verifica Sicurezza in montagna San Potito Sannitico · 17 giugno 2026 — analisi pubblicata su Osservatorio dei Vinti
2
Interventi CNSAS documentati, stesso punto del massiccio (2024–2026)
54
Comuni del Parco — i due casi riguardano un solo versante
~2M€
Costo di un piano regionale di copertura in Appennino (Emilia-Romagna, termine di paragone)

Un parco, una montagna, e un rischio rimasto sullo sfondo

Il 17 giugno scorso, a San Potito Sannitico, si è tenuto il convegno di presentazione delle nuove guide GAE per il territorio del Parco Nazionale del Matese. Il sindaco Franco Imperadore ha aperto i lavori con un intervento che ha attraversato i temi caldi della governance locale: le norme di attuazione del periodo transitorio, la sovrapposizione con la zonizzazione Natura 2000, la candidatura della DMO (Destination Management Organization) presentata dal GAL, l’esito atteso per giugno, la necessità di “mettere a sistema” il patrimonio di laghi, faggete e corsi d’acqua di un’area che — nelle sue parole — è ricca di bellezze ma ancora poco conosciuta.

È un linguaggio che si ripete identico in quasi ogni convegno sulle aree interne italiane: valorizzazione, sistema, candidatura, riconoscimento. Un vocabolario di sviluppo, costruito intorno all’idea che il problema del Matese sia soprattutto la sua scarsa visibilità.

Tra i presenti al convegno c’era anche un rappresentante del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Dalla trascrizione del suo intervento — di qualità tecnica non sempre lineare, per cui qui si riportano solo i passaggi ragionevolmente ricostruibili — emerge un accenno al problema, ma non quello che ci si potrebbe aspettare.

Il relatore descrive una difficoltà operativa concreta: le chiamate di soccorso che arrivano alla sala operativa unica regionale richiedono spesso tempi lunghi solo per capire dove si trovi chi chiama, perché chi risponde dalla centrale — accentrata, e quindi non sempre familiare con la toponomastica locale — fatica a tradurre la descrizione del chiamante in una posizione reale sul terreno. Per questo, sottolinea, la collaborazione con le guide e con gli operatori che conoscono bene la topografia del territorio rende gli interventi più rapidi ed efficaci.

Cosa è stato detto, e cosa no È un punto vero e rilevante, ma resta su un piano organizzativo: il problema viene descritto come un deficit di conoscenza del territorio da parte di chi risponde al telefono, non come un problema di infrastruttura di comunicazione. Nella ricostruzione offerta al convegno non emerge un collegamento esplicito tra quei “tempi lunghi per capire dove sia il richiedente” e la causa che la cronaca dei soccorsi reali sul Matese mette invece in primo piano: una copertura vocale instabile o assente, che in alcuni casi ha costretto a localizzare le persone non con la voce ma via SMS. Si parla del sintomo — la difficoltà a localizzare chi chiama — non della causa infrastrutturale che, nei casi più recenti, lo ha determinato.

Questo articolo nasce da una domanda concreta, posta da un lettore dopo il convegno: quanto è reale, e quanto è grande, questo rischio? La risposta — come spesso accade quando si passa dall’impressione al dato verificabile — è più articolata di un titolo a effetto, e va raccontata con tutte le sue cautele.

Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati e fonti disponibili pubblicamente: cronaca giornalistica verificata su più testate indipendenti, protocolli operativi pubblicati da CAI e CNSAS, documentazione ufficiale sui piani pubblici di copertura digitale (PNRR, Piano Aree Bianche, Piano Italia 5G). Le interpretazioni proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali fonti e non costituiscono accertamenti tecnici, perizie o posizioni ufficiali di enti terzi. Dove i dati non permettono una quantificazione puntuale — ed è un limite che l’articolo stesso evidenzia — questo è segnalato esplicitamente, anziché colmato con stime arbitrarie.

Due episodi, un solo punto della montagna

La verifica è partita dalla cronaca. Negli ultimi due anni, sul versante di Campitello Matese — nell’area del Monte Miletto, 2.050 metri, la cima più alta del massiccio — si sono registrati almeno due interventi di soccorso in cui il fattore comunicazione ha avuto un ruolo diretto nella dinamica dei fatti.

Data Dinamica Localizzazione Esito
Novembre 2024 Due escursionisti smarriscono il sentiero salendo al Monte Miletto da Campitello Matese SMS Locator, Centrale GeoresQ CNSAS Risolto, nessuna conseguenza
Aprile 2026 Due escursionisti smarriscono il sentiero sul Monte Miletto; uno cade in un dirupo cercando la via di rientro SMS Locator CNSAS; elicottero bloccato da nebbia e maltempo Donna salvata dopo 13 ore; uomo ritrovato senza vita
Fonti: Adnkronos/Meteoweb, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache indipendenti del 14–15 aprile 2026 e del 2 novembre 2024.

Due episodi indipendenti, a diciotto mesi di distanza, nello stesso punto geografico, con lo stesso identico meccanismo tecnico di localizzazione d’emergenza. Non è un dettaglio secondario: il sistema SMS Locator esiste proprio perché, in certe condizioni, la voce spesso non passa ma un SMS — più leggero, più tollerante a un segnale instabile — a volte sì.

Non è un’impressione: è già scritto nei protocolli

Il punto non è materia di opinione. Le stesse linee guida ufficiali del CAI sul soccorso in montagna avvertono che, per chiedere aiuto, è essenziale restare in una zona di copertura telefonica — ma aggiungono subito che possono esistere situazioni ambientali in cui non è in alcun caso possibile effettuare una chiamata di emergenza. È la ragione per cui esistono protocolli alternativi: segnali acustici, segnali visivi con le braccia, e appunto l’SMS Locator, pensato per funzionare anche dove la voce non regge.

Anche la fisica del fenomeno è documentata nella manualistica di settore: in montagna il segnale, quando è al limite, può arrivare per riflessione sulle rocce, dando un’instabilità per cui si riesce a parlare un minuto o due prima che la linea cada — e pioggia, neve, masse nuvolose aggravano ulteriormente la situazione. Sono esattamente le condizioni meteo presenti nel caso del 2026.

Quello che i due casi NON dimostrano

Qui è necessaria una correzione di rotta rispetto alla tentazione — comprensibile, dopo due cronache così simili — di concludere che “il Matese non ha copertura”. Non è quello che i dati raccolti permettono di affermare, ed è importante dirlo con la stessa cura con cui si è proceduto a documentare il problema.

Il Parco Nazionale del Matese si estende su 54 comuni e 87.897,7 ettari, a cavallo di quattro province e due regioni. I due episodi documentati riguardano un solo punto di accesso — il versante di Campitello Matese verso il Monte Miletto — che rappresenta una porzione minima di un territorio vastissimo e fortemente disomogeneo per altitudine, esposizione, densità di sentieri e presenza di infrastrutture.

Generalizzare da due casi, per quanto gravi e ben documentati, a “tutto il Matese è scoperto” sarebbe lo stesso errore di metodo — capovolto — che si imputa al convegno: trarre conclusioni territoriali ampie da un’osservazione puntuale. La cronaca dice con certezza che in quel punto, in quelle condizioni meteo, il sistema si è retto sull’SMS Locator e non sulla voce. Non dice — e nessuna fonte pubblica consultata lo dice — quale sia la situazione sui restanti 53 comuni, sui versanti molisani, sulle quote intermedie, sui sentieri minori.

Un primo tentativo di mappatura, e cosa rivela sulla disomogeneità

Una conferma indiretta di questo limite arriva da un’analisi indipendente di copertura radio in banda VHF condotta su quattro siti del Matese, con metodologia standard di settore — risultata, per quanto è dato sapere da fonti pubbliche, la prima mappatura sistematica di questo tipo realizzata sul massiccio.

Il dato interessante non è tecnico ma di metodo: i quattro siti analizzati mostrano una variabilità fortissima nella popolazione teoricamente raggiunta dal segnale, da poche centinaia di migliaia a oltre quattro milioni di persone in copertura forte. Tradotto: il problema, dove è stato misurato per la prima volta, non è uniforme. Cambia radicalmente da un punto all’altro della stessa montagna.

Questo significa una cosa precisa, e scomoda per chi cerca soluzioni semplici: non esiste “un” problema di copertura del Matese da risolvere con “un” intervento. Esistono punti critici specifici, ciascuno dei quali richiederebbe una valutazione propria — e prima ancora, richiederebbe che qualcuno la facesse, cosa che a quanto risulta da fonti pubbliche non era ancora avvenuta in forma sistematica al momento del convegno di San Potito.

Cosa servirebbe (e perché la proposta in campo non basta)

Un ordine di grandezza, non una soluzione

Senza entrare nel merito di soluzioni tecniche specifiche — che non è compito di questo articolo proporre — può essere utile dare un termine di paragone reale sulla scala delle risorse in gioco, per misurare la distanza tra il linguaggio dei convegni e quello dei bilanci.

In Emilia-Romagna, il progetto regionale “Cellulare in montagna”, gestito dalla società partecipata Lepida per colmare le aree bianche di copertura sull’Appennino, ha richiesto un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro per attivare 17 impianti, con un piano che ne prevedeva altri 23 entro il 2025. Questo per una porzione di Appennino tosco-emiliano, non per un massiccio di 54 comuni a cavallo di due regioni con governance amministrativa ancora in fase di assestamento.

Non è possibile, dai dati pubblici disponibili, derivare una stima affidabile di quanti impianti servirebbero sul Matese — perché non esiste ancora una mappatura completa del problema su tutto il territorio del parco, solo un’analisi su quattro siti. Ma l’ordine di grandezza — milioni di euro, anni di programmazione, un soggetto attuatore dedicato — resta il punto rilevante

Una proposta di scala diversa rispetto al problema

La DMO presentata dal GAL e illustrata dal sindaco Imperadore è uno strumento di coordinamento turistico-promozionale: mette a sistema 48 comuni e 3 comunità montane per costruire una candidatura unica ai fondi destinati alla valorizzazione del territorio. È un obiettivo legittimo e, sul piano della promozione turistica, probabilmente necessario, vista la frammentazione storica dei progetti comunali (un POC per comune) che lo stesso sindaco ha criticato nel suo intervento.

Ma è una struttura di governance pensata per attrarre visitatori e organizzare attività — non per pianificare infrastrutture di sicurezza, che richiedono un soggetto attuatore diverso (operatori di telecomunicazione, enti regionali per le aree bianche, Protezione Civile, eventualmente l’Ente Parco una volta che la sua struttura definitiva sarà operativa), competenze tecniche specifiche, e — come mostra il caso emiliano — risorse che si misurano in milioni di euro su orizzonti pluriennali.

Non risulta, dalle fonti pubbliche consultate, che il tema sia stato inserito tra le priorità della candidatura DMO né che esista, al momento, un soggetto incaricato di occuparsene per il Matese. Il convegno di San Potito — concentrato sul proprio oggetto, la nascita delle guide GAE — non era forse la sede per affrontarlo. Ma la sua assenza dal dibattito, comprensibile anche per la mancanza di un quadro infrastrutturale quantificato, è un sintomo della distanza fra il problema (specifico, localizzato, ma potenzialmente letale) e gli strumenti di governo del territorio attualmente in campo (ampi, promozionali, dimensionati per un altro scopo).

In sintesi
  • Due episodi di soccorso documentati (2024, 2026), entrambi sul versante di Campitello Matese–Monte Miletto, mostrano che in quel punto il sistema di soccorso si è retto sulla geolocalizzazione via SMS, non sulla voce — coerentemente con i protocolli ufficiali CAI/CNSAS, che riconoscono l’esistenza di zone dove la chiamata vocale non è garantita.
  • Questi due casi non permettono di generalizzare un giudizio sull’intero territorio del Parco (54 comuni, quasi 88.000 ettari): riguardano un solo punto di accesso, e un primo tentativo di mappatura sistematica della copertura radio sul massiccio — l’unico individuato in fonti pubbliche — mostra una variabilità fortissima da sito a sito.
  • Un termine di paragone realistico (il piano Lepida in Emilia-Romagna, ~2 milioni di euro per 17 impianti) suggerisce che qualunque intervento risolutivo richiederebbe risorse e una governance dedicata di scala ben superiore a quella di una DMO turistico-promozionale.
  • Il tema non risulta, da fonti pubbliche, affrontato dalla proposta DMO in corso. Al convegno di San Potito un accenno c’è stato, dal rappresentante CNSAS presente in sala, ma limitato al sintomo organizzativo — senza arrivare a nominare la causa infrastrutturale che la cronaca dei soccorsi reali individua con chiarezza.
Fonti
  • Meteoweb / Adnkronos, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache dell’intervento di soccorso del 14–15 aprile 2026, Monte Miletto
  • News della Valle — intervento di soccorso del 2 novembre 2024, Campitello Matese–Roccamandolfi
  • CAI — Prenota Rifugi, “Soccorso e segnali d’emergenza”
  • CNSAS — “La richiesta di soccorso”, cnsas.it
  • CNSAS Molise — “Richiesta di soccorso”, protocolli operativi
  • Montagna.TV — “Cellulari in montagna: come usarli al meglio”
  • Il Resto del Carlino — progetto regionale “Cellulare in montagna”, Lepida, Emilia-Romagna
  • Trascrizione dell’intervento del sindaco di San Potito Sannitico, Franco Imperadore, e dell’intervento del rappresentante CNSAS, convegno del 17 giugno 2026
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Il Matese che non cresce: redditi, imprese e vincoli in quarant’anni di marginalizzazione
Parco Nazionale del Matese · Analisi socioeconomica · Giugno 2025

Un’analisi incrociata degli indicatori socioeconomici dei 54 comuni del PNM e dell’area contigua — dalla Legge Galasso del 1985 alla perimetrazione del Parco Nazionale del 2025.

Analisi territoriale Campania · Molise Serie storica 2005–2024
−18%
Popolazione residente 2005–2024
€13.800
Reddito IRPEF medio pro capite 2023
−44%
Gap reddito vs media Italia
−38%
Unità locali artigianato 2005–2024
~22%
Tasso di disoccupazione stimato 2024
40
Anni di vincoli paesaggistici (1985–2025)
Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati disponibili pubblicamente (fonti statistiche ufficiali, atti normativi, documenti istituzionali, elencati in fondo all’articolo). Le interpretazioni, le correlazioni e le ipotesi proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali dati e non costituiscono giudizi definitivi, posizioni ufficiali né accertamenti tecnici. Dove i dati comunali non sono pubblicamente disponibili in serie storica continua, sono state utilizzate stime di elaborazione, segnalate come tali nelle note di ciascun grafico. Si invita il lettore a consultare le fonti originali per ogni utilizzo che richieda precisione puntuale.

Un territorio al limite, tra tutela ambientale e marginalizzazione economica

Il massiccio del Matese — con i suoi 2.050 metri del Monte Miletto, i tre laghi dell’altopiano — il Lago del Matese, di origine carsica, e i bacini artificiali di Gallo e Letino, le faggete d’alta quota e i borghi medievali che si aggrappano ai versanti — è diventato ufficialmente Parco Nazionale il 22 aprile 2025, 25° parco nazionale italiano. Un traguardo atteso da trent’anni. Ma nel frattempo le comunità che vivono dentro e intorno a quel perimetro hanno vissuto un declino socioeconomico tra i più acuti dell’Appennino meridionale.

Questo rapporto incrocia tre classi di indicatori — reddito, demografia, struttura imprenditoriale — con la stratificazione normativa che ha progressivamente vincolato il territorio: dalla Legge Galasso del 1985 al Codice del Paesaggio del 2004, dall’istituzione del parco regionale nel 2002 alla perimetrazione definitiva del 2025. L’obiettivo non è stabilire un’accusa, ma comprendere in quale misura la protezione ambientale ha coinciso con il declino economico, e in quale misura i due fenomeni sono paralleli ma causalmente distinti.

I 54 comuni interessati dal perimetro del PNM — 31 in Campania (province di Caserta e Benevento) e 23 in Molise (province di Campobasso e Isernia) — presentano situazioni molto eterogenee. I centri di fondovalle come Alife, Venafro, Isernia e Telese Terme mantengono un tessuto economico relativamente stabile. I borghi d’alta quota — Gallo Matese, Letino, Pietraroja, San Gregorio Matese, Castelpizzuto, Roccamandolfi, Valle Agricola — sono in una condizione che i dati classificano senza ambiguità come emergenza territoriale, mentre alcuni comuni di mezza costa come Castello del Matese e Fontegreca, pur situati ad altitudini meno estreme, condividono parte delle stesse difficoltà strutturali.


Sezione 1 — Tenore di vita

Reddito, popolazione, occupazione: vent’anni di andamento

Il grafico seguente mostra l’evoluzione di quattro indicatori chiave dal 2005 al 2024 per i comuni dell’area PNM, confrontati con i dati regionali e nazionali disponibili. Seleziona una scheda per navigare tra gli indicatori.

Indicatori socioeconomici — Area PNM, 2005–2024

Elaborazione su MEF-IRPEF, ISTAT demografica, ISTAT RCFL, Infocamere-Movimprese, SNAI

Dato critico Il divario reddituale non si riduce in vent’anni: nel 2023 il reddito IRPEF medio dei comuni PNM è inferiore del 44% alla media nazionale e del 25% alla media del Mezzogiorno. La crescita nominale registrata (+50% dal 2005) è in larga misura inflativa.

Sezione 2 — Struttura produttiva

Imprese, artigianato e correlazione con il reddito

Il tessuto produttivo del Matese è dominato da micro-imprese artigiane, commercio di vicinato e agricoltura. Manca quasi del tutto la manifattura di media dimensione. Il grafico mostra l’andamento delle unità locali per settore, il tasso di natalità/mortalità imprenditoriale e la correlazione statistica con il reddito dichiarato.

Struttura produttiva e correlazione reddito–imprese — Area PNM, 2005–2024

ISTAT-ASIA · Infocamere/Unioncamere-Movimprese · CCIAA Caserta, Benevento, Campobasso, Isernia

Correlazione chiave Il coefficiente più alto (r = +0,81) è tra variazione delle unità locali e variazione della popolazione a 5 anni. Imprese e abitanti si perdono insieme, in un ciclo auto-rinforzante: meno gente, meno clienti, meno imprese; meno imprese, meno lavoro, meno gente.

Sezione 3 — Analisi spaziale

La geografia della vulnerabilità: fascia altimetrica e indice composito

La distribuzione spaziale rivela un gradiente altimetrico netto. I comuni di fondovalle (sotto i 300 m) mantengono un indice composito medio elevato, spesso sopra 65 punti. La mezza costa (300–700 m) è la fascia più ampia ed eterogenea, con valori che vanno da poco sopra 20 a quasi 75. L’alta quota (oltre 700 m) collassa stabilmente sotto i 30 punti, con casi estremi come Letino (961 m, indice 5/100), Pietraroja (802 m, indice 5/100) e Gallo Matese (875 m, indice 5/100). Valle Agricola, a 691 m, si colloca al confine tra le due fasce superiori e mostra un indice di 26/100, segno che anche un’altitudine non estrema non basta a compensare l’isolamento viario quando si somma a una rete produttiva fragile. Passa il cursore su ogni comune per i dettagli.

Nota sui dati altimetrici Le quote riportate corrispondono all’altitudine della Casa Comunale secondo le rilevazioni ISTAT/Tuttitalia aggiornate, e possono differire dalle stime preliminari circolate in versioni precedenti di questa analisi (ad es. Fontegreca, originariamente classificata erroneamente come comune d’alta quota a 715 m, è qui correttamente riportata a 320 m, fascia di mezza costa).

Comuni del PNM — Indice composito per fascia altimetrica

Indice composito = reddito IRPEF (40%) + var. demografica (35%) + densità imprese attive (25%). Hover per dettagli.

Indice alto (≥65) Medio-alto (50–64) Medio-basso (35–49) Basso (<35)

Provincia
Altitudine
Fascia
Reddito IRPEF
Var. pop. 05–24
Indice composito

Fonti: coordinate comunali ISTAT · altitudini ISTAT (DTM NASADEM_HGTv001) · indici su MEF-IRPEF, ISTAT demografica, Infocamere-Movimprese.


Sezione 4 — Correlazione normativa

Galasso e successivi: i vincoli ambientali hanno frenato lo sviluppo?

La domanda è legittima e controversa. Il grafico seguente sovrappone i principali atti normativi vincolistici all’andamento dell’indice composito e della curva demografica dal 1985 a oggi. Le schede successive analizzano la questione per fasi storiche e propongono quattro ipotesi interpretative.

Vincoli normativi e indicatori socioeconomici — Area PNM, 1985–2024

Fonti: L. 431/1985 · L. 394/1991 · DGR Campania 1407/2002 · D.Lgs. 42/2004 · L. 205/2017 · DEC/MIN/101 del 22.04.2025

Indice composito (scala sx) Var. demografica % (scala dx, tratteggio) | Atti normativi

Fonti normative: Gazzetta Ufficiale Serie Generale · Regione Campania BURC · MASE. Dati socioeconomici: MEF, ISTAT, Infocamere, SNAI.

Lettura più robusta — Tesi C I vincoli non causano ma amplificano la marginalizzazione preesistente. Dove esisteva tessuto economico (Alife, Venafro, Isernia) i vincoli sono digeribili o persino vantaggiosi. Dove l’economia era già fragile (Gallo Matese, Castelpizzuto), aggiungono un ostacolo che rende impossibile qualsiasi ripresa. Il danno maggiore è nel decennio 2017–2025 di incertezza normativa: investimenti bloccati in attesa di un perimetro definitivo che non arrivava.

Conclusioni

Cosa fare adesso che il parco c’è

La perimetrazione del PNM ad aprile 2025 chiude un’era di incertezza e ne apre una nuova. I dati suggeriscono alcune priorità che l’ente parco — non ancora pienamente operativo — dovrà affrontare se vuole che la tutela ambientale non coincida con l’ulteriore impoverimento delle comunità residenti.

La questione demografica è più urgente di quella economica. Sotto una soglia critica di popolazione — già superata da Gallo Matese, Pietraroja, Castelpizzuto e Fontegreca — nessuna politica di sviluppo è più efficace senza misure di incentivo alla residenza: esenzioni fiscali, telemedicina, scuole pluri-classe finanziate.

La forte opposizione di allevatori, imprenditori e sindaci registrata nel 2024–2025 non è ideologica: è la reazione di comunità che hanno visto decenni di promesse non mantenute. La partecipazione reale alla gestione del parco — non solo la consultazione formale — è la condizione necessaria per invertire questa sfiducia strutturata.

I fondi europei accessibili attraverso l’ente parco (FESR, FSE, FEASR, Life) rappresentano la prima vera opportunità di investimento strutturato in decenni. Ma vanno indirizzati verso filiere produttive locali — agroalimentare, artigianato tipico, turismo di prossimità — e non verso infrastrutture simboliche o progetti di ricerca senza ricadute territoriali.

Il Matese ha tutto ciò che serve per diventare un modello: paesaggio di qualità eccezionale, patrimonio culturale intatto, produzioni agroalimentari d’identità, comunità con radici profonde. Manca la continuità di investimento e la volontà politica di trattare i 54 comuni come un sistema, non come emergenze separate. Osservatorio dei Vinti — Analisi territoriale, giugno 2025

Fonti e riferimenti

  • MEF – Dipartimento delle Finanze, Statistiche IRPEF comunali open data (serie 2005–2023). finanze.gov.it
  • ISTAT – Bilancio demografico comunale; ASIA; RCFL; Classificazioni geografiche comuni (DTM NASADEM). istat.it
  • Infocamere / Unioncamere – Movimprese: natalità e mortalità imprese, serie trimestrale. infocamere.it
  • ISTAT – BES dei Territori: Campania 2023, 2024, 2025; Molise 2023, 2024. istat.it
  • SNAI – Strategia Nazionale Aree Interne, dossier Campania; scheda Alto Matese. politichecoesione.governo.it
  • Accordo di Partenariato 2014–2020 SNAI: analisi manifattura e ISM nelle aree interne. mim.gov.it
  • Regione Campania – PRGRS cap. 3: dinamiche demografiche aree interne 2002–2021.
  • Unioncamere – «L’economia reale nei Parchi Nazionali e nelle aree naturali protette».
  • Legge 8 agosto 1985 n. 431 «Galasso» (GU n. 197/1985). gazzettaufficiale.it
  • Legge 6 dicembre 1991 n. 394, Legge Quadro sulle Aree Protette. normattiva.it
  • D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42, Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
  • DGR Campania n. 1407 del 12 aprile 2002 – Istituzione Parco Regionale del Matese.
  • DEC/MIN/101 del 22 aprile 2025 – Perimetrazione PNM. mase.gov.it
  • Camera di Commercio di Caserta – Report economia provinciale 2019. ce.camcom.gov.it
Dati aggiornati a giugno 2025. Le stime su base comunale sono elaborate per aggregazione da fonti statistiche ufficiali e possono discostarsi dai valori puntuali non ancora pubblicati per l’anno di riferimento.
Osservatorio dei Vinti — osservatoriodeivinti.it
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Il territorio senza custodi
Documentazione e analisi · Territorio

Spopolamento e abbandono della micromanutenzione nei comuni del Parco Nazionale del Matese: un’ipotesi strutturale sul rapporto tra presenza umana residua e amplificazione del rischio idrogeologico, su entrambi i versanti del massiccio.

Documentazione e analisi Rischio idrogeologico Spopolamento ivinti.it — giugno 2026

Il Parco Nazionale del Matese, perimetrato in via provvisoria con il decreto ministeriale del 22 aprile 2025, comprende 52 comuni distribuiti su quattro province e due regioni: Caserta e Benevento sul versante campano, Campobasso e Isernia su quello molisano. È la prima istituzione che governa il massiccio come sistema unitario, superando una divisione amministrativa che la geologia non ha mai riconosciuto. Adottiamo questo perimetro come riferimento territoriale, perché coincide con il bacino di formazione del rischio idrogeologico: le acque che si scaricano sui fondovalle di Volturno, Biferno e Tammaro nascono sui versanti di questi comuni.

Su questo territorio, tra il 1921 e il 2021, si è prodotto un fenomeno demografico di portata strutturale. I comuni nucleo del massiccio — esclusi i centri urbani maggiori, le cui dinamiche non rappresentano lo spopolamento montano — passano da una popolazione aggregata di circa 111.000 residenti a poco più di 43.000. Un calo del 60 per cento in un secolo, distribuito in modo quasi identico sui due versanti: il versante campano perde circa il 60 per cento, quello molisano circa il 62. Le due traiettorie sono parallele, con il medesimo picco del 1921 e il medesimo crollo accelerato tra il 1951 e il 1981.

Nello stesso secolo, la cronologia documentata degli eventi alluvionali sul sistema idrografico del Matese non mostra alcuna riduzione di frequenza né di intensità. Gli eventi del 2003, del 2015, del 2022 e del 2026 producono danni economici progressivamente crescenti: da oltre un miliardo di euro stimato nel 2003 sul Biferno a oltre 400 milioni nel solo aprile 2026, su un territorio dove la popolazione montana è scesa a meno della metà dei valori di inizio Novecento.

Nota metodologica sui dati demografici

I dati di popolazione qui utilizzati sono una stima aggregata costruita sui trend censuari ISTAT per i comuni nucleo del perimetro PNM, non l’elenco ufficiale comune per comune. Le fonti istituzionali e giornalistiche divergono sul numero esatto di comuni (52 nel decreto MASE, 54 nella fase di consultazione) e sulla loro ripartizione tra i versanti. L’analisi che segue regge sul trend aggregato — il calo del 60 per cento su entrambi i versanti — che è robusto e documentato, non sui valori puntuali di singoli comuni. Una quantificazione comune per comune, sulla base dell’elenco definitivo del decreto, è uno degli approfondimenti previsti.

La correlazione inversa — meno persone, danni maggiori — è visibile nei dati su entrambi i versanti. La domanda che questo documento propone di analizzare è se, e in quale misura, la riduzione della presenza umana residua abbia contribuito strutturalmente all’amplificazione del rischio, attraverso l’abbandono progressivo di quella che chiameremo micromanutenzione territoriale.


La tesi

Cosa si intende per micromanutenzione territoriale

Il termine non appartiene al lessico istituzionale. Lo usiamo qui per descrivere un insieme di pratiche ordinarie — non di progetto, non finanziate, non registrate in alcun atto amministrativo — che le comunità rurali esercitavano sul territorio come effetto diretto della loro presenza e del loro interesse economico immediato. È una manutenzione che non esisteva come servizio, ma come sottoprodotto dell’abitare.

Queste pratiche si articolano in almeno tre componenti distinte, con dinamiche e tempi di abbandono differenti. La loro scomparsa è simultanea su entrambi i versanti, perché simultanea è stata l’emigrazione che le sosteneva.

Le tre componenti

1. Manutenzione pastorale attiva. Il pascolo regolava la biomassa nei versanti, riduceva l’accumulo di materiale organico combustibile e compattava i suoli, limitando la velocità di deflusso superficiale. Con il crollo della zootecnia — ISTAT 2020 registra 13,6 capi ovini per km² in Campania e 14,2 in Molise, valori quasi identici e che rappresentano una frazione marginale delle densità storiche — questa funzione è sostanzialmente cessata su tutti i versanti del Matese, senza distinzione regionale.

2. Manutenzione idraulica minuta. La pulizia dei fossi campestri, delle briglie in pietra a secco, degli attraversamenti stradali minori era eseguita dai proprietari dei fondi come protezione diretta dei propri terreni. Un fosso ostruito allagava il proprio campo: l’interesse economico era il motore della manutenzione. Con l’abbandono dei fondi agricoli e la scomparsa del coltivatore residente, questo motore si è fermato. Gli enti sostitutivi — Consorzi di Bonifica, Comuni, Regioni — non hanno né le risorse né la capillarità per svolgere la stessa funzione, e la frammentazione amministrativa tra due regioni ha storicamente reso ancora più difficile un presidio coordinato.

3. Sorveglianza distribuita del territorio. La presenza umana diffusa sui versanti funzionava come sistema di allerta precoce informale. Chi abitava in quota percepiva i segnali precursori: variazioni anomale nei torrenti, cedimenti nei versanti, comportamenti del suolo che l’esperienza tramandata permetteva di leggere. Con lo spopolamento, questa rete di osservazione si è dissolta senza che alcuna struttura istituzionale equivalente la sostituisse. È precisamente il vuoto che un’istituzione unitaria come il Parco potrebbe, in linea di principio, iniziare a colmare.

Il problema metodologico: confondenti e causalità

La tesi che lo spopolamento amplifichi il rischio attraverso l’abbandono della micromanutenzione è strutturalmente plausibile, ma va trattata con rigore. Esistono almeno tre fattori confondenti che producono autonomamente un aumento dei danni documentati e che devono essere distinti dall’effetto della micromanutenzione abbandonata.

Fattori confondenti
Fattore Effetto sui danni documentati Relazione con spopolamento
Aumento dell’intensità degli eventi meteorici Aumenta volume d’acqua e carico solido Indipendente
Espansione delle infrastrutture esposte Maggiore valore economico a rischio nei fondovalle (zone industriali, viabilità) Parzialmente correlato
Migliore capacità di quantificazione economica Danni storici sottostimati, danni recenti più precisi Indipendente

La domanda da porre con precisione non è dunque se i danni siano aumentati — lo sono, ma non interamente per effetto dello spopolamento — bensì se lo spopolamento abbia modificato la vulnerabilità del versante montano, indipendentemente dall’esposizione delle infrastrutture a valle. È una domanda più sottile, e più difficile da rispondere con i dati disponibili.

L’elemento strutturale: il tempo di corrivazione

Un indicatore fisico che connette la condizione del versante alla risposta idrologica a valle è il tempo di corrivazione: il tempo che intercorre tra l’inizio di un evento meteorico e il raggiungimento della portata di picco in una sezione di chiusura del bacino.

Il tempo di corrivazione dipende da numerosi fattori — morfologia del bacino, permeabilità del suolo, pendenza — ma dipende in modo significativo anche dalle condizioni della copertura vegetale e dalla rugosità superficiale del versante. Un versante con copertura erbacea ben mantenuta dal pascolo, con terrazzamenti funzionanti e fossi puliti, offre più resistenza al deflusso e aumenta il tempo di corrivazione: l’acqua arriva a valle più lentamente, in un picco più distribuito nel tempo.

Un versante abbandonato, con vegetazione arbustiva densa non gestita, terrazzamenti crollati e fossi ostruiti, può comportarsi in modo paradossale: l’intercettazione fogliare è alta, ma quando il suolo raggiunge la saturazione il deflusso superficiale è rapido e concentrato. Il tempo di corrivazione si accorcia. Il picco di piena arriva prima e più alto. Questo meccanismo vale identicamente sul versante tirrenico del Volturno e su quello adriatico del Biferno: è la fisica del bacino, non la sua appartenenza regionale, a determinarlo.

«La risposta idrologica di un bacino non dipende solo da quanto piove, ma da come il versante tratta quella pioggia prima che raggiunga il fondovalle. La condizione del versante è in parte una variabile fisica, in parte una variabile storica: dipende da chi ci viveva, da come lo gestiva, e da quando ha smesso di farlo.»

La finestra critica: 1951–1981

I dati censuari mostrano che il crollo demografico più rapido avviene tra il 1951 e il 1981, simultaneamente sui due versanti: nel trentennio del boom economico e dell’emigrazione verso il triangolo industriale, i comuni nucleo del Matese perdono complessivamente circa 40.000 residenti, passando da 100.000 a 60.000. È in questo periodo che l’abbandono della micromanutenzione si consolida come dato strutturale e irreversibile.

Non per caso, è nello stesso periodo che vengono adottate le soluzioni tecniche che trasformano la vulnerabilità da visibile a nascosta. La tombatura del torrente Torano sotto il centro di Piedimonte Matese, sul versante campano (1963–65), è l’esempio più documentato: si elimina il rischio percepibile — il torrente che scorre in mezzo all’abitato — e si crea un rischio latente, l’alveo tombato sotto il parcheggio di Piazza De Benedictis, che ancora nel 2019 presenta problemi di rischio idrodinamico documentati. Sul versante molisano, il Biferno conosce negli stessi decenni le prime grandi opere di regimazione che culmineranno nella diga del Liscione.

Il paradosso della soluzione tecnica

La sostituzione della manutenzione distribuita con interventi tecnici puntuali non riduce il rischio complessivo: lo concentra, lo differisce e lo rende meno leggibile. Ogni tombatura, ogni arginatura, ogni canalizzazione trasforma un rischio diffuso e socialmente gestito in un rischio puntuale e istituzionalmente delegato. Quando l’istituzione non mantiene, il rischio si accumula fino alla rottura.

I fondi stanziati nel 2003 per la messa in sicurezza degli argini del Biferno — 15 milioni di euro — non risultano spesi a quello scopo nel 2026, ventitré anni dopo. Nel frattempo il Biferno ha raggiunto il livello di allerta massima nell’aprile 2026, con danni stimati in oltre 400 milioni. Il rapporto tra costo della prevenzione mancata e costo del danno realizzato è dell’ordine di 1 a 27.

Cosa manca per una dimostrazione causale

Questa analisi costruisce un’ipotesi argomentata, non una dimostrazione. La distinzione è importante e va resa esplicita. Per passare dall’ipotesi alla dimostrazione sarebbero necessari dati che in parte non esistono e in parte attendono di essere raccolti.

Dati necessari per la verifica dell’ipotesi

Misurazioni del tempo di corrivazione nel tempo. Confronto tra i tempi di risposta idrologica dei bacini del Matese in periodi storici diversi — richiederebbe dati idrometrici storici continui, raramente disponibili per bacini minori, e quasi mai confrontabili tra il versante campano e quello molisano per via della frammentazione delle competenze.

Cartografia storica dell’uso del suolo. Confronto tra la copertura del suolo nel 1950, nel 1980 e nel 2020 per i versanti del Matese. Dati parzialmente disponibili attraverso Corine Land Cover (dal 1990) e le foto aeree storiche del volo GAI (1954–1955), accessibili attraverso il Portale Cartografico Nazionale. Questo confronto è omogeneo su entrambe le regioni ed è il più promettente.

Quantificazione delle ore di manutenzione dei corsi d’acqua minori. Non esistono serie storiche. Il CNR-IRPI ha prodotto analisi sul rapporto tra abbandono rurale e dissesto in Appennino che offrono un quadro comparativo utile ma non specifico per il Matese.

Memoria orale delle pratiche manutentive. La fonte più immediata e più a rischio di estinzione. Gli anziani dei comuni matesini, su entrambi i versanti, conservano la conoscenza diretta di quali fossi venivano puliti, con quale frequenza, da chi. Questa memoria non è stata raccolta sistematicamente. Con ogni generazione che passa si assottiglia.

Una lettura alternativa che non va esclusa

Va considerata anche la possibilità che il rapporto di causalità sia parzialmente invertito: non solo lo spopolamento riduce la manutenzione, ma la fragilità idrogeologica non gestita contribuisce essa stessa allo spopolamento. Un territorio che allaga periodicamente, che non garantisce la praticabilità delle strade in autunno, che non offre certezza di abitabilità, perde residenti anche per questo. Il rischio idrogeologico e lo spopolamento si alimentano reciprocamente in una spirale che nessun intervento puntuale interrompe.

In questo scenario, le opere di messa in sicurezza non finanziate o non realizzate non sono solo un fallimento amministrativo: sono un segnale che il territorio ha perso la capacità di rappresentare i propri interessi nelle sedi in cui le risorse vengono allocate. Meno residenti significa meno elettori, meno pressione politica, meno priorità nella distribuzione dei fondi. Su un territorio diviso storicamente tra due regioni, questa debolezza rappresentativa è stata doppia. Il cerchio si chiude.


Stato dell’analisi

Come proseguire questa documentazione

Questo documento è un punto di partenza, non una conclusione. Le direzioni di approfondimento identificate sono quattro.

La prima è la quantificazione demografica comune per comune sulla base dell’elenco definitivo dei 52 comuni del decreto, per sostituire la stima aggregata con dati puntuali verificabili e distinguere le dinamiche interne ai due versanti.

La seconda è la ricerca storica sull’uso del suolo: il confronto tra il volo GAI del 1954–55 e le ortofoto attuali per campioni rappresentativi dei versanti del Matese permetterebbe di quantificare la perdita di superficie terrazzata e la progressione della vegetazione arbustiva non gestita. È un lavoro GIS accessibile con le basi dati disponibili, e omogeneo su entrambe le regioni.

La terza è la raccolta sistematica della memoria orale sui corsi d’acqua minori. Non richiede strumentazione: richiede tempo, presenza sul territorio e un metodo. Le comunità locali sono la fonte primaria e la finestra temporale si sta chiudendo.

La quarta è il confronto con analisi comparabili condotte su territori analoghi dell’Appennino centro-meridionale. Il fenomeno non è specifico del Matese: riguarda l’intero arco appenninico interno. Esistono studi che possono offrire parametri di riferimento, anche in assenza di dati locali diretti.

I risultati di questi approfondimenti saranno documentati in questa categoria man mano che diventano disponibili.

Documento di analisi — categoria Documentazione e analisi. Il perimetro di riferimento è quello del Parco Nazionale del Matese (DM 22 aprile 2025, perimetrazione provvisoria, 52 comuni, 87.897,7 ettari). Le stime demografiche sono elaborazioni aggregate su trend censuari ISTAT 1861–2021 per i comuni nucleo del massiccio. I dati sugli eventi alluvionali sono tratti dalla cronologia documentata pubblicata su matese.bike nella miniserie Matese e l’acqua (aprile 2026). I dati sulla densità zootecnica sono ISTAT 2020. Il riferimento al CNR-IRPI è ai lavori sul dissesto idrogeologico in Appennino. Il confronto costi prevenzione/danno sul Biferno è elaborazione da fonti istituzionali citate nella cronologia di riferimento.

ivinti.it — giugno 2026

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