Osservatorio

Le condizioni strutturali di lungo periodo di un territorio — spopolamento, rischio, economia che non cresce — raramente emergono da un solo dato. Questa categoria le documenta costruendo ipotesi argomentate sui dati disponibili, dichiarando ogni volta cosa manca per trasformarle in dimostrazioni.

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Due orologi nella stessa stanza: il PUC e il Piano Paesaggistico della Campania
Analisi · Serie: Il Matese e la programmazione che non arriva · Capitolo 1

Stessa Regione, stesso livello istituzionale, due strumenti che decidono la forma del territorio matesino — e che da anni procedono su calendari che non si incrociano mai. Non è un conflitto tra enti diversi: è un disallineamento interno.

Governo del territorio Regione Campania Matese

Quando si parla di programmazione mancata in un’area interna come il Matese, la tentazione è cercare un colpevole: un ente inerte, un comune negligente, un livello di governo che non fa la sua parte. Questo primo capitolo prova una strada diversa. Non un’assenza, ma una compresenza mal sincronizzata: due strumenti della stessa Regione, ai fini pratici entrambi obbligatori per ogni Comune del Matese campano, che avanzano ciascuno secondo la propria logica interna senza che l’uno tenga conto dei tempi dell’altro.

Il primo strumento è il Piano Urbanistico Comunale (PUC), disciplinato dalla L.R. 16/2004. Il secondo è il Piano Paesaggistico Regionale (PPR), redatto in copianificazione con il Ministero della Cultura ai sensi dell’art. 135 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004). Non sono in competizione: per legge, il secondo prevale gerarchicamente sul primo. Ma i due strumenti non hanno mai condiviso un calendario.

La corsia PUC: una scadenza che si sposta ogni volta che si avvicina

La L.R. 16/2004 ha subito una riforma organica con la L.R. 5/2024, che ha sostituito il PUC monolitico con un’architettura a due strumenti obbligatori — il Piano Strutturale Urbanistico (PSU) e il Regolamento Urbanistico Edilizio (RUE) — e ha introdotto scadenze perentorie per l’adozione e l’approvazione da parte dei Comuni, presidiate da un potere sostitutivo regionale (Commissari ad acta). Il regolamento attuativo, il Regolamento regionale 3/2025, è entrato in vigore il 9 ottobre 2025 e ha abrogato il precedente Regolamento 5/2011.

Da qui in avanti, la scadenza si è spostata tre volte in poco più di un anno:

Cronologia della scadenza PUC in Campania

Fonte: BURC — testi di legge regionale citati in nota

22 dicembre 2004 — L.R. 16/2004
Norme sul governo del territorio. Introduce il PUC come strumento urbanistico comunale obbligatorio.
29 aprile 2024 — L.R. 5/2024
Riforma organica: il PUC diventa PSU + RUE. Fissa un primo termine perentorio per l’adozione al 31 dicembre 2024, approvazione al 30 giugno 2025.
6 ottobre 2025 — Regolamento regionale 3/2025
Attuativo dell’art. 43-bis L.R. 16/2004. Abroga il Regolamento 5/2011. In vigore dal 9 ottobre 2025.
22 luglio 2025 — L.R. 13/2025 (prima proroga)
Sposta il termine di adozione al 31 dicembre 2025 e di approvazione al 30 giugno 2026.
27 marzo 2026 — L.R. 2/2026, art. 28 (seconda proroga)
Legge di Stabilità 2026. Sposta ulteriormente il termine: adozione al 31 dicembre 2026, approvazione al 30 giugno 2027.

Fonti: BURC n. 34/2024 (L.R. 5/2024); BURC n. 71/2025 (Regolamento 3/2025); BURC n. 51/2025 (L.R. 13/2025); BURC (L.R. 2/2026, Legge di Stabilità regionale, pubblicata 31 marzo 2026).

Due proroghe in venti mesi non sono di per sé un’anomalia — ogni riforma amministrativa complessa incontra ritardi attuativi. Il punto rilevante per questa serie è un altro: ciascuna proroga è stata motivata, negli atti regionali, con i ritardi nei pareri degli enti sovraordinati (Soprintendenze, autorità di bacino, enti di tutela) più che con inadempienze comunali. È un’ammissione implicita che il sistema, nel suo complesso, non riesce a tenere il passo che si è dato da solo.

La corsia PPR: uno strumento che rincorre sé stesso da vent’anni

Il Piano Paesaggistico Regionale della Campania nasce da un’Intesa Istituzionale Regione-Ministero della Cultura sottoscritta il 14 luglio 2016, ai sensi dell’art. 135 del Codice dei Beni Culturali. Da allora il percorso è stato il seguente:

Cronologia del Piano Paesaggistico Regionale

Fonte: territorio.regione.campania.it — sezione Paesaggio; BURC

14 luglio 2016
Intesa Istituzionale Regione Campania–Ministero della Cultura per la redazione congiunta del PPR.
12 novembre 2019 — DGR 560/2019
Approvazione del Preliminare di PPR: relazione, elaborati cartografici, rapporto ambientale preliminare.
22 novembre 2022 — DGR 620/2022
Catalogo e Atlante delle dichiarazioni di notevole interesse pubblico: 269 aree e immobili tutelati censiti.
2021–2024 — Decreti dirigenziali tecnici
DD nn. 81 e 118/2021, 1002/2023, 314/2024, 409/2024: elaborati tecnici e ambientali propedeutici, articolati per ambiti di paesaggio sull’intero territorio regionale.
22 ottobre 2025 — DGR 746/2025
Presa d’atto e adozione preliminare della proposta di PPR. Restano escluse, in questa fase, le disposizioni sugli artt. 136 e 142 del Codice.
13 gennaio 2026 — DD 1/2026
Avvio della fase di osservazioni comunali sulla ricognizione dei beni ex art. 142, con termine di 120 giorni dalla pubblicazione sul BURC (19 gennaio 2026).
20 maggio 2026 — DGR 197/2026 (rettifica)
La Giunta precisa che la DGR 746/2025 «non costituisce formale adozione del Piano Paesaggistico Regionale» e non determina l’apposizione di nuovi vincoli rispetto a quelli già vigenti.

Fonti: territorio.regione.campania.it, sezione Paesaggio (pagine PPR e rettifica DGR 746/2025); sit2.regione.campania.it (Geoportale, scheda PPR); BURC nn. 77/2025 e successivi.

Il punto tecnico che sposta tutto

Alla data in cui i Comuni campani devono rispettare una scadenza PUC cogente — sotto minaccia di commissariamento regionale — lo strumento paesaggistico sovraordinato che dovrebbe orientarne i contenuti non è ancora vincolante. È la stessa Giunta regionale, con la rettifica del 20 maggio 2026, ad averlo messo per iscritto: la delibera del 2025 non produce nuovi vincoli, le perimetrazioni allegate sono solo “previsioni progettuali” soggette a ulteriore copianificazione con il Ministero. Un Comune che redige oggi il proprio PSU non sa, con certezza giuridica, quale sarà la disciplina paesaggistica regionale definitiva a cui il proprio strumento dovrà infine conformarsi.

Dove il disallineamento diventa concreto: il Matese

Per il massiccio del Matese esiste già, da un quarto di secolo, uno strumento paesaggistico pienamente vigente: il Piano Territoriale Paesistico del Massiccio del Matese, approvato con Decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali del 4 settembre 2000 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 254 del 30 ottobre 2000) — dopo che una prima versione del 1996 era stata annullata dal TAR Campania nel 1999 per carenze nella fase partecipativa con le amministrazioni locali.

Questo piano non è un documento decorativo in attesa di essere aggiornato. Per giurisprudenza costituzionale consolidata (Corte cost. n. 189/2016 e n. 210/2016) e per l’art. 145 del Codice dei Beni Culturali, un piano paesistico d’ambito come questo è gerarchicamente prevalente sia sul PRG/PUC comunale sia sulle norme regionali di sviluppo edilizio — Piano Casa incluso. Non è derogabile dallo strumento urbanistico comunale, per quanto quest’ultimo sia più recente.

Si ottiene così la fotografia più precisa del disallineamento: i Comuni del Matese devono chiudere, entro una scadenza che si è già spostata due volte, uno strumento urbanistico — il PSU/RUE — che per legge dovrà comunque piegarsi a un quadro paesaggistico sovraordinato più vecchio della stessa L.R. 16/2004 che oggi ne scandisce i tempi. E l’aggiornamento generale di quel quadro — il PPR — è dichiarato dalla Regione stessa come non ancora vincolante, con un orizzonte di completamento che, alla luce della cronologia 2016-2026, non è prevedibile in tempi brevi.

Nota tecnica: perché non basta dire “il PPR sostituirà il PTP Matese”

È vero che, una volta definitivamente approvato, il PPR generale è destinato a sostituire i tredici piani paesistici d’ambito approvati tra il 1995 e il 2002 in Campania, compreso quello del Matese. Ma “destinato a sostituire” non è “ha sostituito”: finché l’iter di copianificazione con il Ministero non si conclude — e la rettifica di maggio 2026 conferma che il percorso è tutt’altro che chiuso — il PTP del 2000 resta l’unico riferimento cogente. Un Comune che oggi allinea il proprio PSU alle indicazioni preliminari del nuovo PPR rischia di doverlo rivedere quando il Piano sarà definitivamente approvato; un Comune che si attiene rigidamente al PTP del 2000 rischia di redigere uno strumento già superato nell’impianto conoscitivo al momento della sua entrata in vigore.

Un chiarimento necessario

In una prima fase di questa ricerca era emersa, da una fonte di commento giuridico (non da un atto regionale), l’idea che la Regione avesse mantenuto in vigore il vecchio Regolamento 5/2011 accanto al nuovo Regolamento 3/2025, aggiungendo un terzo livello di disallineamento. Il controllo sul testo primario del Regolamento 3/2025 smentisce questa lettura: il Regolamento 5/2011 è stato abrogato dalla data di entrata in vigore del nuovo regolamento (9 ottobre 2025). Esiste una norma transitoria, ma è circoscritta ai soli procedimenti già adottati e non ancora approvati alla data del 31 dicembre 2025, che possono concludersi secondo la disciplina previgente. Non è quindi un disallineamento regolamentare autonomo, ed è corretto non trattarlo come tale.

Non due enti che non si parlano, ma due strumenti della stessa Regione che misurano il tempo con orologi diversi — e nessuno dei due si è ancora fermato per aspettare l’altro.Osservatorio dei Vinti — nota di sintesi

Il prossimo capitolo di questa serie affronta un disallineamento di natura diversa: non più interno alla Regione Campania, ma tra le due regioni che si dividono il perimetro del Parco Nazionale del Matese — Campania e Molise — e i tempi radicalmente diseguali con cui le rispettive cornici legislative sul governo del territorio si sono formate.

Fonti

  • L.R. Campania 22 dicembre 2004, n. 16 — Norme sul governo del territorio
  • L.R. Campania 29 aprile 2024, n. 5 — Modifiche alla L.R. 16/2004 (BURC n. 34/2024)
  • Regolamento regionale Campania 6 ottobre 2025, n. 3 — Regolamento di attuazione dell’art. 43-bis L.R. 16/2004 (BURC n. 71/2025)
  • L.R. Campania 22 luglio 2025, n. 13 (BURC n. 51/2025)
  • L.R. Campania 27 marzo 2026, n. 2 — Legge di Stabilità 2026, art. 28
  • Intesa Istituzionale Regione Campania–MiC, 14 luglio 2016 (art. 135 D.Lgs. 42/2004)
  • DGR Campania n. 560 del 12 novembre 2019 — Preliminare di PPR
  • DGR Campania n. 620 del 22 novembre 2022 — Catalogo e Atlante delle dichiarazioni di notevole interesse pubblico (BURC n. 104/2022)
  • DGR Campania n. 746 del 22 ottobre 2025 — Adozione preliminare della proposta di PPR (BURC n. 77/2025)
  • Decreto Dirigenziale Campania n. 1 del 13 gennaio 2026 (BURC n. 3/2026)
  • DGR Campania n. 197 del 20 maggio 2026 — Rettifica della DGR 746/2025
  • D.M. Beni e Attività Culturali 4 settembre 2000 — Piano Territoriale Paesistico del Massiccio del Matese (G.U. Serie Generale n. 254 del 30-10-2000)
  • Corte costituzionale, sentenze n. 189/2016 e n. 210/2016 — prevalenza gerarchica del piano paesaggistico
  • D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 — Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, artt. 135, 142, 145
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Il Matese e la programmazione che non arriva: da dove parte questa serie

Analisi · Osservatorio dei Vinti

A Raviscanina, un memo tecnico lasciato a un funzionario comunale segnala che il 30 giugno 2026 — pochi giorni da oggi — scade il termine per approvare il Piano Urbanistico Comunale previsto dalla L.R. 13/2025. È una scadenza che riguarda un solo comune, su un solo procedimento amministrativo. Ma lo stesso giorno in cui scriviamo, secondo i dati regionali più recenti, oltre un terzo dei comuni della Campania si trova ancora in una fase preliminare dello stesso percorso. Non è un’eccezione locale: è la stessa difficoltà, ripetuta su scala.

Aggiornamento — 2 luglio 2026

Dopo la pubblicazione di questo articolo, la Regione Campania ha disposto un’ulteriore proroga dei termini per i PUC. La Legge regionale 27 marzo 2026, n. 2 (BURC n. 16 del 30.03.2026), all’articolo 28, modifica il comma 2 dell’articolo 44 della L.R. 16/2004: il termine per l’adozione slitta dal 31 dicembre 2025 al 31 dicembre 2026, e quello per l’approvazione dal 30 giugno 2026 al 30 giugno 2027. La scadenza del 30 giugno 2026 citata nel testo che segue, quindi, non è più in vigore al momento in cui scriviamo: il termine amministrativo per Raviscanina e per gli altri comuni citati è ora il 30 giugno 2027. Il quadro descritto in questo articolo — il disallineamento tra scadenze urbanistiche e altri procedimenti regionali — resta invariato nella sostanza; cambia solo la data limite specifica.

Questo articolo apre una serie che proverà a guardare quella difficoltà da più distanza, e a chiedersi se abbia una storia più lunga di quanto un singolo PUC in ritardo lasci intuire.

Lo scenario storico, altrove

Il punto da cui partire non lo scriviamo da zero. Su matese.bike una miniserie recente — “Prima e dopo la cura” — ha già ricostruito in quattro episodi il sistema economico del Matese preunitario: l’industria laniera e cotoniera del versante campano (il cotonificio Egg di Piedimonte d’Alife, dal 1812 il più grande del Mezzogiorno), l’economia armentizia del versante molisano legata alla transumanza verso il Tavoliere, e la cerniera artigianale sannita che li connetteva. La stessa serie documenta poi, con atti normativi datati, il decennio 1861-1870 in cui quel sistema viene smontato — tariffa doganale, alienazione dei demani, leva militare, brigantaggio — e chiude con i numeri dei censimenti: tutti i comuni del massiccio, su entrambi i versanti, hanno perso tra il 70 e il 76 per cento della popolazione tra il 1861 e oggi.

Chi vuole il quadro narrativo completo, con nomi, date e luoghi, lo trova in quella sede. Qui ci interessa una domanda diversa.

Una premessa necessaria: la questione meridionale

Chiedersi cosa sia cambiato nel Matese tra il 1860 e oggi significa toccare, inevitabilmente, un terreno storiografico aperto da oltre un secolo e mai chiuso: la cosiddetta questione meridionale. Su questo terreno esistono posizioni difficilmente riconciliabili. Il meridionalismo classico — Nitti, Salvemini, Gramsci — riconosce che il divario tra Nord e Sud preesisteva all’Unità, ma ne attribuisce l’aggravamento alle politiche post-unitarie; questa lettura è stata in larga parte contestata dalla storiografia successiva, in particolare da Rosario Romeo. Negli ultimi decenni, un revisionismo di matrice neoborbonica ha riproposto l’idea di un Regno delle Due Sicilie economicamente più solido di quanto raccontato, utilizzando talvolta dati — come le riserve auree citate da Nitti, o il presunto debito pubblico nullo del Regno — che la storiografia economica considera in buona parte superati o imprecisi nella loro formulazione più diffusa.

Non prendiamo posizione in questo dibattito, e non ne abbiamo gli strumenti. Il punto su cui la storiografia più equilibrata converge è più semplice e più utile per questa serie: il divario Nord-Sud è un fatto di lunga durata, antecedente al 1861, che l’Unità ha ereditato e non semplicemente creato — senza che questo autorizzi né l’immagine di un Sud “ricco e felice” poi saccheggiato, né quella, altrettanto infondata, di un Sud arretrato per ragioni intrinseche. Questa serie non intende stabilire chi avesse ragione nel 1861. Il suo oggetto è più stretto, e più verificabile con gli strumenti che abbiamo: cosa succede, oggi, quando un territorio deve programmarsi — e se quella difficoltà abbia un pattern riconoscibile anche nel passato.

La domanda: un problema di comunicazione tra istituzioni

Il caso VIRI di Raviscanina, esaminato in dettaglio nei prossimi capitoli, non riguarda un’amministrazione comunale isolata che non riesce a fare il proprio lavoro. Riguarda una rete di scadenze e procedimenti che si intrecciano e raramente si parlano: la L.R. 13/2025 fissa al 30 giugno 2026 il termine per l’approvazione dei PUC; nello stesso periodo la Regione Campania porta avanti, con la DGR 746/2025 e una sua rettifica del maggio 2026, l’adozione preliminare del Piano Paesaggistico Regionale — un quadro prescrittivo nuovo che dialoga poco, nei tempi, con la scadenza urbanistica comunale. Sul versante molisano del Parco Nazionale del Matese il problema è anche più strutturale: la Regione non ha mai approvato una legge urbanistica organica paragonabile a quella campana, e nel periodo 2018-2021 il tasso di rinnovo della pianificazione comunale in Molise è stato dello zero per cento.

Non è un’osservazione isolata. La letteratura sulla governance delle aree interne italiane descrive da anni un problema simile su scala nazionale. Sulla Strategia Nazionale Aree Interne — lo strumento che riguarda anche il Matese, diviso tra l’area “Alto Matese” in Campania e l’area “Matese” in Molise — è stato scritto che il suo “basso successo” è in larga parte dovuto a difficoltà di concertazione e di dialogo istituzionale tra centro e periferia, e a tempi di coordinamento che i diversi livelli di governo non riescono a sincronizzare tra loro. Lo stesso governo nazionale, con la Delibera CIPESS 41/2022, ha dovuto intervenire per “superare le criticità applicative” degli Accordi di Programma Quadro attraverso cui Stato, Regioni e Comuni si erano impegnati ad attuare le strategie d’area: un atto che certifica, da fonte istituzionale, che il meccanismo di coordinamento originario non stava funzionando.

La domanda che apre questa serie è dunque questa: esiste, dietro casi come quello di Raviscanina, una mancata comunicazione interistituzionale — verticale, tra i livelli di governo, e orizzontale, tra enti dello stesso livello — che impedisce a un territorio di programmarsi anche quando le condizioni e le risorse per farlo, almeno sulla carta, sono presenti? E se questo blocco è già descritto come fenomeno diffuso nelle aree interne italiane, il Matese — diviso tra due Regioni con impianti normativi scollegati, e tra una pluralità di enti che raramente sincronizzano le proprie scadenze — ne è un caso particolarmente nitido?

Cosa proveremo a verificare, capitolo per capitolo

Il disallineamento normativo regionale. Come la scadenza PUC e l’avanzamento del PPR campano, pur appartenenti allo stesso livello istituzionale, procedano su binari temporali che raramente si incontrano.

L’asimmetria Campania/Molise. Come due Regioni che si dividono lo stesso massiccio e lo stesso Ente Parco affrontino la pianificazione comunale con strumenti normativi di forza completamente diversa.

Il caso VIRI come istanza locale. Cosa succede, concretamente, quando questi disallineamenti si scaricano su un singolo comune e su una singola finestra di opportunità.

La rappresentanza del territorio. Su matese.bike è stato pubblicato un report che stima un rapporto di un associato delle grandi sigle ambientaliste ogni 36-43 residenti nei comuni del Parco. È un dato che intende verificare in modo indipendente, con metodo proprio, in un capitolo dedicato — non lo adottiamo qui.

Non sappiamo, in questa fase, se la risposta sarà positiva su tutti i fronti, parziale, o se distinguerà nettamente le cause amministrative da quelle strutturali. È esattamente questo che la serie dovrà documentare, capitolo dopo capitolo, con le carte che ogni fase storica e amministrativa ha lasciato a disposizione — senza presupporre la conclusione prima di aver verificato i dati.

Se un Piano Urbanistico Comunale non si scrive entro la scadenza, la domanda non riguarda solo l’ufficio tecnico che doveva scriverlo. Riguarda anche chi, sopra quel comune, avrebbe dovuto parlargli per tempo — e non l’ha fatto.

Fonti citate in questo articolo

Matese.bike, miniserie “Prima e dopo la cura” (episodi I-IV, 2026) · L.R. Campania 13/2025 e L.R. 16/2004 art. 44 · L.R. Campania 2/2026 (BURC n. 16 del 30.03.2026), art. 28 · DGR Campania 746/2025 e rettifica maggio 2026 · ANCI/Openpolis, dati pianificazione comunale Molise 2018-2021 · Regional Economy, “I ritardi della strategia nazionale per le aree interne” · Delibera CIPESS 41/2022 · Matese.bike, “Chi decide sul Matese: 1 associato su 36 residenti” (maggio 2026) · M.C. Schisani, “La finanza pubblica napoletana tra centro e periferia. Piedimonte d’Alife durante il regno di Ferdinando II (1830-59)”, ESI, 1995.

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Sul Matese si parla di sviluppo turistico. Poco di sicurezza
Sicurezza e territorio

Dal convegno di San Potito Sannitico sulle nuove guide GAE, una domanda rimasta sullo sfondo: cosa succede quando il soccorso deve raggiungere chi è in difficoltà sul massiccio, e la voce non passa? Una verifica sui casi reali, con i suoi limiti dichiarati.

Verifica Sicurezza in montagna San Potito Sannitico · 17 giugno 2026 — analisi pubblicata su Osservatorio dei Vinti
2
Interventi CNSAS documentati, stesso punto del massiccio (2024–2026)
54
Comuni del Parco — i due casi riguardano un solo versante
~2M€
Costo di un piano regionale di copertura in Appennino (Emilia-Romagna, termine di paragone)

Un parco, una montagna, e un rischio rimasto sullo sfondo

Il 17 giugno scorso, a San Potito Sannitico, si è tenuto il convegno di presentazione delle nuove guide GAE per il territorio del Parco Nazionale del Matese. Il sindaco Franco Imperadore ha aperto i lavori con un intervento che ha attraversato i temi caldi della governance locale: le norme di attuazione del periodo transitorio, la sovrapposizione con la zonizzazione Natura 2000, la candidatura della DMO (Destination Management Organization) presentata dal GAL, l’esito atteso per giugno, la necessità di “mettere a sistema” il patrimonio di laghi, faggete e corsi d’acqua di un’area che — nelle sue parole — è ricca di bellezze ma ancora poco conosciuta.

È un linguaggio che si ripete identico in quasi ogni convegno sulle aree interne italiane: valorizzazione, sistema, candidatura, riconoscimento. Un vocabolario di sviluppo, costruito intorno all’idea che il problema del Matese sia soprattutto la sua scarsa visibilità.

Tra i presenti al convegno c’era anche un rappresentante del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Dalla trascrizione del suo intervento — di qualità tecnica non sempre lineare, per cui qui si riportano solo i passaggi ragionevolmente ricostruibili — emerge un accenno al problema, ma non quello che ci si potrebbe aspettare.

Il relatore descrive una difficoltà operativa concreta: le chiamate di soccorso che arrivano alla sala operativa unica regionale richiedono spesso tempi lunghi solo per capire dove si trovi chi chiama, perché chi risponde dalla centrale — accentrata, e quindi non sempre familiare con la toponomastica locale — fatica a tradurre la descrizione del chiamante in una posizione reale sul terreno. Per questo, sottolinea, la collaborazione con le guide e con gli operatori che conoscono bene la topografia del territorio rende gli interventi più rapidi ed efficaci.

Cosa è stato detto, e cosa no È un punto vero e rilevante, ma resta su un piano organizzativo: il problema viene descritto come un deficit di conoscenza del territorio da parte di chi risponde al telefono, non come un problema di infrastruttura di comunicazione. Nella ricostruzione offerta al convegno non emerge un collegamento esplicito tra quei “tempi lunghi per capire dove sia il richiedente” e la causa che la cronaca dei soccorsi reali sul Matese mette invece in primo piano: una copertura vocale instabile o assente, che in alcuni casi ha costretto a localizzare le persone non con la voce ma via SMS. Si parla del sintomo — la difficoltà a localizzare chi chiama — non della causa infrastrutturale che, nei casi più recenti, lo ha determinato.

Questo articolo nasce da una domanda concreta, posta da un lettore dopo il convegno: quanto è reale, e quanto è grande, questo rischio? La risposta — come spesso accade quando si passa dall’impressione al dato verificabile — è più articolata di un titolo a effetto, e va raccontata con tutte le sue cautele.

Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati e fonti disponibili pubblicamente: cronaca giornalistica verificata su più testate indipendenti, protocolli operativi pubblicati da CAI e CNSAS, documentazione ufficiale sui piani pubblici di copertura digitale (PNRR, Piano Aree Bianche, Piano Italia 5G). Le interpretazioni proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali fonti e non costituiscono accertamenti tecnici, perizie o posizioni ufficiali di enti terzi. Dove i dati non permettono una quantificazione puntuale — ed è un limite che l’articolo stesso evidenzia — questo è segnalato esplicitamente, anziché colmato con stime arbitrarie.

Due episodi, un solo punto della montagna

La verifica è partita dalla cronaca. Negli ultimi due anni, sul versante di Campitello Matese — nell’area del Monte Miletto, 2.050 metri, la cima più alta del massiccio — si sono registrati almeno due interventi di soccorso in cui il fattore comunicazione ha avuto un ruolo diretto nella dinamica dei fatti.

Data Dinamica Localizzazione Esito
Novembre 2024 Due escursionisti smarriscono il sentiero salendo al Monte Miletto da Campitello Matese SMS Locator, Centrale GeoresQ CNSAS Risolto, nessuna conseguenza
Aprile 2026 Due escursionisti smarriscono il sentiero sul Monte Miletto; uno cade in un dirupo cercando la via di rientro SMS Locator CNSAS; elicottero bloccato da nebbia e maltempo Donna salvata dopo 13 ore; uomo ritrovato senza vita
Fonti: Adnkronos/Meteoweb, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache indipendenti del 14–15 aprile 2026 e del 2 novembre 2024.

Due episodi indipendenti, a diciotto mesi di distanza, nello stesso punto geografico, con lo stesso identico meccanismo tecnico di localizzazione d’emergenza. Non è un dettaglio secondario: il sistema SMS Locator esiste proprio perché, in certe condizioni, la voce spesso non passa ma un SMS — più leggero, più tollerante a un segnale instabile — a volte sì.

Non è un’impressione: è già scritto nei protocolli

Il punto non è materia di opinione. Le stesse linee guida ufficiali del CAI sul soccorso in montagna avvertono che, per chiedere aiuto, è essenziale restare in una zona di copertura telefonica — ma aggiungono subito che possono esistere situazioni ambientali in cui non è in alcun caso possibile effettuare una chiamata di emergenza. È la ragione per cui esistono protocolli alternativi: segnali acustici, segnali visivi con le braccia, e appunto l’SMS Locator, pensato per funzionare anche dove la voce non regge.

Anche la fisica del fenomeno è documentata nella manualistica di settore: in montagna il segnale, quando è al limite, può arrivare per riflessione sulle rocce, dando un’instabilità per cui si riesce a parlare un minuto o due prima che la linea cada — e pioggia, neve, masse nuvolose aggravano ulteriormente la situazione. Sono esattamente le condizioni meteo presenti nel caso del 2026.

Quello che i due casi NON dimostrano

Qui è necessaria una correzione di rotta rispetto alla tentazione — comprensibile, dopo due cronache così simili — di concludere che “il Matese non ha copertura”. Non è quello che i dati raccolti permettono di affermare, ed è importante dirlo con la stessa cura con cui si è proceduto a documentare il problema.

Il Parco Nazionale del Matese si estende su 54 comuni e 87.897,7 ettari, a cavallo di quattro province e due regioni. I due episodi documentati riguardano un solo punto di accesso — il versante di Campitello Matese verso il Monte Miletto — che rappresenta una porzione minima di un territorio vastissimo e fortemente disomogeneo per altitudine, esposizione, densità di sentieri e presenza di infrastrutture.

Generalizzare da due casi, per quanto gravi e ben documentati, a “tutto il Matese è scoperto” sarebbe lo stesso errore di metodo — capovolto — che si imputa al convegno: trarre conclusioni territoriali ampie da un’osservazione puntuale. La cronaca dice con certezza che in quel punto, in quelle condizioni meteo, il sistema si è retto sull’SMS Locator e non sulla voce. Non dice — e nessuna fonte pubblica consultata lo dice — quale sia la situazione sui restanti 53 comuni, sui versanti molisani, sulle quote intermedie, sui sentieri minori.

Un primo tentativo di mappatura, e cosa rivela sulla disomogeneità

Una conferma indiretta di questo limite arriva da un’analisi indipendente di copertura radio in banda VHF condotta su quattro siti del Matese, con metodologia standard di settore — risultata, per quanto è dato sapere da fonti pubbliche, la prima mappatura sistematica di questo tipo realizzata sul massiccio.

Il dato interessante non è tecnico ma di metodo: i quattro siti analizzati mostrano una variabilità fortissima nella popolazione teoricamente raggiunta dal segnale, da poche centinaia di migliaia a oltre quattro milioni di persone in copertura forte. Tradotto: il problema, dove è stato misurato per la prima volta, non è uniforme. Cambia radicalmente da un punto all’altro della stessa montagna.

Questo significa una cosa precisa, e scomoda per chi cerca soluzioni semplici: non esiste “un” problema di copertura del Matese da risolvere con “un” intervento. Esistono punti critici specifici, ciascuno dei quali richiederebbe una valutazione propria — e prima ancora, richiederebbe che qualcuno la facesse, cosa che a quanto risulta da fonti pubbliche non era ancora avvenuta in forma sistematica al momento del convegno di San Potito.

Cosa servirebbe (e perché la proposta in campo non basta)

Un ordine di grandezza, non una soluzione

Senza entrare nel merito di soluzioni tecniche specifiche — che non è compito di questo articolo proporre — può essere utile dare un termine di paragone reale sulla scala delle risorse in gioco, per misurare la distanza tra il linguaggio dei convegni e quello dei bilanci.

In Emilia-Romagna, il progetto regionale “Cellulare in montagna”, gestito dalla società partecipata Lepida per colmare le aree bianche di copertura sull’Appennino, ha richiesto un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro per attivare 17 impianti, con un piano che ne prevedeva altri 23 entro il 2025. Questo per una porzione di Appennino tosco-emiliano, non per un massiccio di 54 comuni a cavallo di due regioni con governance amministrativa ancora in fase di assestamento.

Non è possibile, dai dati pubblici disponibili, derivare una stima affidabile di quanti impianti servirebbero sul Matese — perché non esiste ancora una mappatura completa del problema su tutto il territorio del parco, solo un’analisi su quattro siti. Ma l’ordine di grandezza — milioni di euro, anni di programmazione, un soggetto attuatore dedicato — resta il punto rilevante

Una proposta di scala diversa rispetto al problema

La DMO presentata dal GAL e illustrata dal sindaco Imperadore è uno strumento di coordinamento turistico-promozionale: mette a sistema 48 comuni e 3 comunità montane per costruire una candidatura unica ai fondi destinati alla valorizzazione del territorio. È un obiettivo legittimo e, sul piano della promozione turistica, probabilmente necessario, vista la frammentazione storica dei progetti comunali (un POC per comune) che lo stesso sindaco ha criticato nel suo intervento.

Ma è una struttura di governance pensata per attrarre visitatori e organizzare attività — non per pianificare infrastrutture di sicurezza, che richiedono un soggetto attuatore diverso (operatori di telecomunicazione, enti regionali per le aree bianche, Protezione Civile, eventualmente l’Ente Parco una volta che la sua struttura definitiva sarà operativa), competenze tecniche specifiche, e — come mostra il caso emiliano — risorse che si misurano in milioni di euro su orizzonti pluriennali.

Non risulta, dalle fonti pubbliche consultate, che il tema sia stato inserito tra le priorità della candidatura DMO né che esista, al momento, un soggetto incaricato di occuparsene per il Matese. Il convegno di San Potito — concentrato sul proprio oggetto, la nascita delle guide GAE — non era forse la sede per affrontarlo. Ma la sua assenza dal dibattito, comprensibile anche per la mancanza di un quadro infrastrutturale quantificato, è un sintomo della distanza fra il problema (specifico, localizzato, ma potenzialmente letale) e gli strumenti di governo del territorio attualmente in campo (ampi, promozionali, dimensionati per un altro scopo).

In sintesi
  • Due episodi di soccorso documentati (2024, 2026), entrambi sul versante di Campitello Matese–Monte Miletto, mostrano che in quel punto il sistema di soccorso si è retto sulla geolocalizzazione via SMS, non sulla voce — coerentemente con i protocolli ufficiali CAI/CNSAS, che riconoscono l’esistenza di zone dove la chiamata vocale non è garantita.
  • Questi due casi non permettono di generalizzare un giudizio sull’intero territorio del Parco (54 comuni, quasi 88.000 ettari): riguardano un solo punto di accesso, e un primo tentativo di mappatura sistematica della copertura radio sul massiccio — l’unico individuato in fonti pubbliche — mostra una variabilità fortissima da sito a sito.
  • Un termine di paragone realistico (il piano Lepida in Emilia-Romagna, ~2 milioni di euro per 17 impianti) suggerisce che qualunque intervento risolutivo richiederebbe risorse e una governance dedicata di scala ben superiore a quella di una DMO turistico-promozionale.
  • Il tema non risulta, da fonti pubbliche, affrontato dalla proposta DMO in corso. Al convegno di San Potito un accenno c’è stato, dal rappresentante CNSAS presente in sala, ma limitato al sintomo organizzativo — senza arrivare a nominare la causa infrastrutturale che la cronaca dei soccorsi reali individua con chiarezza.
Fonti
  • Meteoweb / Adnkronos, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache dell’intervento di soccorso del 14–15 aprile 2026, Monte Miletto
  • News della Valle — intervento di soccorso del 2 novembre 2024, Campitello Matese–Roccamandolfi
  • CAI — Prenota Rifugi, “Soccorso e segnali d’emergenza”
  • CNSAS — “La richiesta di soccorso”, cnsas.it
  • CNSAS Molise — “Richiesta di soccorso”, protocolli operativi
  • Montagna.TV — “Cellulari in montagna: come usarli al meglio”
  • Il Resto del Carlino — progetto regionale “Cellulare in montagna”, Lepida, Emilia-Romagna
  • Trascrizione dell’intervento del sindaco di San Potito Sannitico, Franco Imperadore, e dell’intervento del rappresentante CNSAS, convegno del 17 giugno 2026
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Il Matese che non cresce: redditi, imprese e vincoli in quarant’anni di marginalizzazione
Parco Nazionale del Matese · Analisi socioeconomica · Giugno 2025

Un’analisi incrociata degli indicatori socioeconomici dei 54 comuni del PNM e dell’area contigua — dalla Legge Galasso del 1985 alla perimetrazione del Parco Nazionale del 2025.

Analisi territoriale Campania · Molise Serie storica 2005–2024
−18%
Popolazione residente 2005–2024
€13.800
Reddito IRPEF medio pro capite 2023
−44%
Gap reddito vs media Italia
−38%
Unità locali artigianato 2005–2024
~22%
Tasso di disoccupazione stimato 2024
40
Anni di vincoli paesaggistici (1985–2025)
Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati disponibili pubblicamente (fonti statistiche ufficiali, atti normativi, documenti istituzionali, elencati in fondo all’articolo). Le interpretazioni, le correlazioni e le ipotesi proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali dati e non costituiscono giudizi definitivi, posizioni ufficiali né accertamenti tecnici. Dove i dati comunali non sono pubblicamente disponibili in serie storica continua, sono state utilizzate stime di elaborazione, segnalate come tali nelle note di ciascun grafico. Si invita il lettore a consultare le fonti originali per ogni utilizzo che richieda precisione puntuale.

Un territorio al limite, tra tutela ambientale e marginalizzazione economica

Il massiccio del Matese — con i suoi 2.050 metri del Monte Miletto, i tre laghi dell’altopiano — il Lago del Matese, di origine carsica, e i bacini artificiali di Gallo e Letino, le faggete d’alta quota e i borghi medievali che si aggrappano ai versanti — è diventato ufficialmente Parco Nazionale il 22 aprile 2025, 25° parco nazionale italiano. Un traguardo atteso da trent’anni. Ma nel frattempo le comunità che vivono dentro e intorno a quel perimetro hanno vissuto un declino socioeconomico tra i più acuti dell’Appennino meridionale.

Questo rapporto incrocia tre classi di indicatori — reddito, demografia, struttura imprenditoriale — con la stratificazione normativa che ha progressivamente vincolato il territorio: dalla Legge Galasso del 1985 al Codice del Paesaggio del 2004, dall’istituzione del parco regionale nel 2002 alla perimetrazione definitiva del 2025. L’obiettivo non è stabilire un’accusa, ma comprendere in quale misura la protezione ambientale ha coinciso con il declino economico, e in quale misura i due fenomeni sono paralleli ma causalmente distinti.

I 54 comuni interessati dal perimetro del PNM — 31 in Campania (province di Caserta e Benevento) e 23 in Molise (province di Campobasso e Isernia) — presentano situazioni molto eterogenee. I centri di fondovalle come Alife, Venafro, Isernia e Telese Terme mantengono un tessuto economico relativamente stabile. I borghi d’alta quota — Gallo Matese, Letino, Pietraroja, San Gregorio Matese, Castelpizzuto, Roccamandolfi, Valle Agricola — sono in una condizione che i dati classificano senza ambiguità come emergenza territoriale, mentre alcuni comuni di mezza costa come Castello del Matese e Fontegreca, pur situati ad altitudini meno estreme, condividono parte delle stesse difficoltà strutturali.


Sezione 1 — Tenore di vita

Reddito, popolazione, occupazione: vent’anni di andamento

Il grafico seguente mostra l’evoluzione di quattro indicatori chiave dal 2005 al 2024 per i comuni dell’area PNM, confrontati con i dati regionali e nazionali disponibili. Seleziona una scheda per navigare tra gli indicatori.

Indicatori socioeconomici — Area PNM, 2005–2024

Elaborazione su MEF-IRPEF, ISTAT demografica, ISTAT RCFL, Infocamere-Movimprese, SNAI

Dato critico Il divario reddituale non si riduce in vent’anni: nel 2023 il reddito IRPEF medio dei comuni PNM è inferiore del 44% alla media nazionale e del 25% alla media del Mezzogiorno. La crescita nominale registrata (+50% dal 2005) è in larga misura inflativa.

Sezione 2 — Struttura produttiva

Imprese, artigianato e correlazione con il reddito

Il tessuto produttivo del Matese è dominato da micro-imprese artigiane, commercio di vicinato e agricoltura. Manca quasi del tutto la manifattura di media dimensione. Il grafico mostra l’andamento delle unità locali per settore, il tasso di natalità/mortalità imprenditoriale e la correlazione statistica con il reddito dichiarato.

Struttura produttiva e correlazione reddito–imprese — Area PNM, 2005–2024

ISTAT-ASIA · Infocamere/Unioncamere-Movimprese · CCIAA Caserta, Benevento, Campobasso, Isernia

Correlazione chiave Il coefficiente più alto (r = +0,81) è tra variazione delle unità locali e variazione della popolazione a 5 anni. Imprese e abitanti si perdono insieme, in un ciclo auto-rinforzante: meno gente, meno clienti, meno imprese; meno imprese, meno lavoro, meno gente.

Sezione 3 — Analisi spaziale

La geografia della vulnerabilità: fascia altimetrica e indice composito

La distribuzione spaziale rivela un gradiente altimetrico netto. I comuni di fondovalle (sotto i 300 m) mantengono un indice composito medio elevato, spesso sopra 65 punti. La mezza costa (300–700 m) è la fascia più ampia ed eterogenea, con valori che vanno da poco sopra 20 a quasi 75. L’alta quota (oltre 700 m) collassa stabilmente sotto i 30 punti, con casi estremi come Letino (961 m, indice 5/100), Pietraroja (802 m, indice 5/100) e Gallo Matese (875 m, indice 5/100). Valle Agricola, a 691 m, si colloca al confine tra le due fasce superiori e mostra un indice di 26/100, segno che anche un’altitudine non estrema non basta a compensare l’isolamento viario quando si somma a una rete produttiva fragile. Passa il cursore su ogni comune per i dettagli.

Nota sui dati altimetrici Le quote riportate corrispondono all’altitudine della Casa Comunale secondo le rilevazioni ISTAT/Tuttitalia aggiornate, e possono differire dalle stime preliminari circolate in versioni precedenti di questa analisi (ad es. Fontegreca, originariamente classificata erroneamente come comune d’alta quota a 715 m, è qui correttamente riportata a 320 m, fascia di mezza costa).

Comuni del PNM — Indice composito per fascia altimetrica

Indice composito = reddito IRPEF (40%) + var. demografica (35%) + densità imprese attive (25%). Hover per dettagli.

Indice alto (≥65) Medio-alto (50–64) Medio-basso (35–49) Basso (<35)

Provincia
Altitudine
Fascia
Reddito IRPEF
Var. pop. 05–24
Indice composito

Fonti: coordinate comunali ISTAT · altitudini ISTAT (DTM NASADEM_HGTv001) · indici su MEF-IRPEF, ISTAT demografica, Infocamere-Movimprese.


Sezione 4 — Correlazione normativa

Galasso e successivi: i vincoli ambientali hanno frenato lo sviluppo?

La domanda è legittima e controversa. Il grafico seguente sovrappone i principali atti normativi vincolistici all’andamento dell’indice composito e della curva demografica dal 1985 a oggi. Le schede successive analizzano la questione per fasi storiche e propongono quattro ipotesi interpretative.

Vincoli normativi e indicatori socioeconomici — Area PNM, 1985–2024

Fonti: L. 431/1985 · L. 394/1991 · DGR Campania 1407/2002 · D.Lgs. 42/2004 · L. 205/2017 · DEC/MIN/101 del 22.04.2025

Indice composito (scala sx) Var. demografica % (scala dx, tratteggio) | Atti normativi

Fonti normative: Gazzetta Ufficiale Serie Generale · Regione Campania BURC · MASE. Dati socioeconomici: MEF, ISTAT, Infocamere, SNAI.

Lettura più robusta — Tesi C I vincoli non causano ma amplificano la marginalizzazione preesistente. Dove esisteva tessuto economico (Alife, Venafro, Isernia) i vincoli sono digeribili o persino vantaggiosi. Dove l’economia era già fragile (Gallo Matese, Castelpizzuto), aggiungono un ostacolo che rende impossibile qualsiasi ripresa. Il danno maggiore è nel decennio 2017–2025 di incertezza normativa: investimenti bloccati in attesa di un perimetro definitivo che non arrivava.

Conclusioni

Cosa fare adesso che il parco c’è

La perimetrazione del PNM ad aprile 2025 chiude un’era di incertezza e ne apre una nuova. I dati suggeriscono alcune priorità che l’ente parco — non ancora pienamente operativo — dovrà affrontare se vuole che la tutela ambientale non coincida con l’ulteriore impoverimento delle comunità residenti.

La questione demografica è più urgente di quella economica. Sotto una soglia critica di popolazione — già superata da Gallo Matese, Pietraroja, Castelpizzuto e Fontegreca — nessuna politica di sviluppo è più efficace senza misure di incentivo alla residenza: esenzioni fiscali, telemedicina, scuole pluri-classe finanziate.

La forte opposizione di allevatori, imprenditori e sindaci registrata nel 2024–2025 non è ideologica: è la reazione di comunità che hanno visto decenni di promesse non mantenute. La partecipazione reale alla gestione del parco — non solo la consultazione formale — è la condizione necessaria per invertire questa sfiducia strutturata.

I fondi europei accessibili attraverso l’ente parco (FESR, FSE, FEASR, Life) rappresentano la prima vera opportunità di investimento strutturato in decenni. Ma vanno indirizzati verso filiere produttive locali — agroalimentare, artigianato tipico, turismo di prossimità — e non verso infrastrutture simboliche o progetti di ricerca senza ricadute territoriali.

Il Matese ha tutto ciò che serve per diventare un modello: paesaggio di qualità eccezionale, patrimonio culturale intatto, produzioni agroalimentari d’identità, comunità con radici profonde. Manca la continuità di investimento e la volontà politica di trattare i 54 comuni come un sistema, non come emergenze separate. Osservatorio dei Vinti — Analisi territoriale, giugno 2025

Fonti e riferimenti

  • MEF – Dipartimento delle Finanze, Statistiche IRPEF comunali open data (serie 2005–2023). finanze.gov.it
  • ISTAT – Bilancio demografico comunale; ASIA; RCFL; Classificazioni geografiche comuni (DTM NASADEM). istat.it
  • Infocamere / Unioncamere – Movimprese: natalità e mortalità imprese, serie trimestrale. infocamere.it
  • ISTAT – BES dei Territori: Campania 2023, 2024, 2025; Molise 2023, 2024. istat.it
  • SNAI – Strategia Nazionale Aree Interne, dossier Campania; scheda Alto Matese. politichecoesione.governo.it
  • Accordo di Partenariato 2014–2020 SNAI: analisi manifattura e ISM nelle aree interne. mim.gov.it
  • Regione Campania – PRGRS cap. 3: dinamiche demografiche aree interne 2002–2021.
  • Unioncamere – «L’economia reale nei Parchi Nazionali e nelle aree naturali protette».
  • Legge 8 agosto 1985 n. 431 «Galasso» (GU n. 197/1985). gazzettaufficiale.it
  • Legge 6 dicembre 1991 n. 394, Legge Quadro sulle Aree Protette. normattiva.it
  • D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42, Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
  • DGR Campania n. 1407 del 12 aprile 2002 – Istituzione Parco Regionale del Matese.
  • DEC/MIN/101 del 22 aprile 2025 – Perimetrazione PNM. mase.gov.it
  • Camera di Commercio di Caserta – Report economia provinciale 2019. ce.camcom.gov.it
Dati aggiornati a giugno 2025. Le stime su base comunale sono elaborate per aggregazione da fonti statistiche ufficiali e possono discostarsi dai valori puntuali non ancora pubblicati per l’anno di riferimento.
Osservatorio dei Vinti — osservatoriodeivinti.it
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Il territorio senza custodi
Documentazione e analisi · Territorio

Spopolamento e abbandono della micromanutenzione nei comuni del Parco Nazionale del Matese: un’ipotesi strutturale sul rapporto tra presenza umana residua e amplificazione del rischio idrogeologico, su entrambi i versanti del massiccio.

Documentazione e analisi Rischio idrogeologico Spopolamento ivinti.it — giugno 2026

Il Parco Nazionale del Matese, perimetrato in via provvisoria con il decreto ministeriale del 22 aprile 2025, comprende 52 comuni distribuiti su quattro province e due regioni: Caserta e Benevento sul versante campano, Campobasso e Isernia su quello molisano. È la prima istituzione che governa il massiccio come sistema unitario, superando una divisione amministrativa che la geologia non ha mai riconosciuto. Adottiamo questo perimetro come riferimento territoriale, perché coincide con il bacino di formazione del rischio idrogeologico: le acque che si scaricano sui fondovalle di Volturno, Biferno e Tammaro nascono sui versanti di questi comuni.

Su questo territorio, tra il 1921 e il 2021, si è prodotto un fenomeno demografico di portata strutturale. I comuni nucleo del massiccio — esclusi i centri urbani maggiori, le cui dinamiche non rappresentano lo spopolamento montano — passano da una popolazione aggregata di circa 111.000 residenti a poco più di 43.000. Un calo del 60 per cento in un secolo, distribuito in modo quasi identico sui due versanti: il versante campano perde circa il 60 per cento, quello molisano circa il 62. Le due traiettorie sono parallele, con il medesimo picco del 1921 e il medesimo crollo accelerato tra il 1951 e il 1981.

Nello stesso secolo, la cronologia documentata degli eventi alluvionali sul sistema idrografico del Matese non mostra alcuna riduzione di frequenza né di intensità. Gli eventi del 2003, del 2015, del 2022 e del 2026 producono danni economici progressivamente crescenti: da oltre un miliardo di euro stimato nel 2003 sul Biferno a oltre 400 milioni nel solo aprile 2026, su un territorio dove la popolazione montana è scesa a meno della metà dei valori di inizio Novecento.

Nota metodologica sui dati demografici

I dati di popolazione qui utilizzati sono una stima aggregata costruita sui trend censuari ISTAT per i comuni nucleo del perimetro PNM, non l’elenco ufficiale comune per comune. Le fonti istituzionali e giornalistiche divergono sul numero esatto di comuni (52 nel decreto MASE, 54 nella fase di consultazione) e sulla loro ripartizione tra i versanti. L’analisi che segue regge sul trend aggregato — il calo del 60 per cento su entrambi i versanti — che è robusto e documentato, non sui valori puntuali di singoli comuni. Una quantificazione comune per comune, sulla base dell’elenco definitivo del decreto, è uno degli approfondimenti previsti.

La correlazione inversa — meno persone, danni maggiori — è visibile nei dati su entrambi i versanti. La domanda che questo documento propone di analizzare è se, e in quale misura, la riduzione della presenza umana residua abbia contribuito strutturalmente all’amplificazione del rischio, attraverso l’abbandono progressivo di quella che chiameremo micromanutenzione territoriale.


La tesi

Cosa si intende per micromanutenzione territoriale

Il termine non appartiene al lessico istituzionale. Lo usiamo qui per descrivere un insieme di pratiche ordinarie — non di progetto, non finanziate, non registrate in alcun atto amministrativo — che le comunità rurali esercitavano sul territorio come effetto diretto della loro presenza e del loro interesse economico immediato. È una manutenzione che non esisteva come servizio, ma come sottoprodotto dell’abitare.

Queste pratiche si articolano in almeno tre componenti distinte, con dinamiche e tempi di abbandono differenti. La loro scomparsa è simultanea su entrambi i versanti, perché simultanea è stata l’emigrazione che le sosteneva.

Le tre componenti

1. Manutenzione pastorale attiva. Il pascolo regolava la biomassa nei versanti, riduceva l’accumulo di materiale organico combustibile e compattava i suoli, limitando la velocità di deflusso superficiale. Con il crollo della zootecnia — ISTAT 2020 registra 13,6 capi ovini per km² in Campania e 14,2 in Molise, valori quasi identici e che rappresentano una frazione marginale delle densità storiche — questa funzione è sostanzialmente cessata su tutti i versanti del Matese, senza distinzione regionale.

2. Manutenzione idraulica minuta. La pulizia dei fossi campestri, delle briglie in pietra a secco, degli attraversamenti stradali minori era eseguita dai proprietari dei fondi come protezione diretta dei propri terreni. Un fosso ostruito allagava il proprio campo: l’interesse economico era il motore della manutenzione. Con l’abbandono dei fondi agricoli e la scomparsa del coltivatore residente, questo motore si è fermato. Gli enti sostitutivi — Consorzi di Bonifica, Comuni, Regioni — non hanno né le risorse né la capillarità per svolgere la stessa funzione, e la frammentazione amministrativa tra due regioni ha storicamente reso ancora più difficile un presidio coordinato.

3. Sorveglianza distribuita del territorio. La presenza umana diffusa sui versanti funzionava come sistema di allerta precoce informale. Chi abitava in quota percepiva i segnali precursori: variazioni anomale nei torrenti, cedimenti nei versanti, comportamenti del suolo che l’esperienza tramandata permetteva di leggere. Con lo spopolamento, questa rete di osservazione si è dissolta senza che alcuna struttura istituzionale equivalente la sostituisse. È precisamente il vuoto che un’istituzione unitaria come il Parco potrebbe, in linea di principio, iniziare a colmare.

Il problema metodologico: confondenti e causalità

La tesi che lo spopolamento amplifichi il rischio attraverso l’abbandono della micromanutenzione è strutturalmente plausibile, ma va trattata con rigore. Esistono almeno tre fattori confondenti che producono autonomamente un aumento dei danni documentati e che devono essere distinti dall’effetto della micromanutenzione abbandonata.

Fattori confondenti
Fattore Effetto sui danni documentati Relazione con spopolamento
Aumento dell’intensità degli eventi meteorici Aumenta volume d’acqua e carico solido Indipendente
Espansione delle infrastrutture esposte Maggiore valore economico a rischio nei fondovalle (zone industriali, viabilità) Parzialmente correlato
Migliore capacità di quantificazione economica Danni storici sottostimati, danni recenti più precisi Indipendente

La domanda da porre con precisione non è dunque se i danni siano aumentati — lo sono, ma non interamente per effetto dello spopolamento — bensì se lo spopolamento abbia modificato la vulnerabilità del versante montano, indipendentemente dall’esposizione delle infrastrutture a valle. È una domanda più sottile, e più difficile da rispondere con i dati disponibili.

L’elemento strutturale: il tempo di corrivazione

Un indicatore fisico che connette la condizione del versante alla risposta idrologica a valle è il tempo di corrivazione: il tempo che intercorre tra l’inizio di un evento meteorico e il raggiungimento della portata di picco in una sezione di chiusura del bacino.

Il tempo di corrivazione dipende da numerosi fattori — morfologia del bacino, permeabilità del suolo, pendenza — ma dipende in modo significativo anche dalle condizioni della copertura vegetale e dalla rugosità superficiale del versante. Un versante con copertura erbacea ben mantenuta dal pascolo, con terrazzamenti funzionanti e fossi puliti, offre più resistenza al deflusso e aumenta il tempo di corrivazione: l’acqua arriva a valle più lentamente, in un picco più distribuito nel tempo.

Un versante abbandonato, con vegetazione arbustiva densa non gestita, terrazzamenti crollati e fossi ostruiti, può comportarsi in modo paradossale: l’intercettazione fogliare è alta, ma quando il suolo raggiunge la saturazione il deflusso superficiale è rapido e concentrato. Il tempo di corrivazione si accorcia. Il picco di piena arriva prima e più alto. Questo meccanismo vale identicamente sul versante tirrenico del Volturno e su quello adriatico del Biferno: è la fisica del bacino, non la sua appartenenza regionale, a determinarlo.

«La risposta idrologica di un bacino non dipende solo da quanto piove, ma da come il versante tratta quella pioggia prima che raggiunga il fondovalle. La condizione del versante è in parte una variabile fisica, in parte una variabile storica: dipende da chi ci viveva, da come lo gestiva, e da quando ha smesso di farlo.»

La finestra critica: 1951–1981

I dati censuari mostrano che il crollo demografico più rapido avviene tra il 1951 e il 1981, simultaneamente sui due versanti: nel trentennio del boom economico e dell’emigrazione verso il triangolo industriale, i comuni nucleo del Matese perdono complessivamente circa 40.000 residenti, passando da 100.000 a 60.000. È in questo periodo che l’abbandono della micromanutenzione si consolida come dato strutturale e irreversibile.

Non per caso, è nello stesso periodo che vengono adottate le soluzioni tecniche che trasformano la vulnerabilità da visibile a nascosta. La tombatura del torrente Torano sotto il centro di Piedimonte Matese, sul versante campano (1963–65), è l’esempio più documentato: si elimina il rischio percepibile — il torrente che scorre in mezzo all’abitato — e si crea un rischio latente, l’alveo tombato sotto il parcheggio di Piazza De Benedictis, che ancora nel 2019 presenta problemi di rischio idrodinamico documentati. Sul versante molisano, il Biferno conosce negli stessi decenni le prime grandi opere di regimazione che culmineranno nella diga del Liscione.

Il paradosso della soluzione tecnica

La sostituzione della manutenzione distribuita con interventi tecnici puntuali non riduce il rischio complessivo: lo concentra, lo differisce e lo rende meno leggibile. Ogni tombatura, ogni arginatura, ogni canalizzazione trasforma un rischio diffuso e socialmente gestito in un rischio puntuale e istituzionalmente delegato. Quando l’istituzione non mantiene, il rischio si accumula fino alla rottura.

I fondi stanziati nel 2003 per la messa in sicurezza degli argini del Biferno — 15 milioni di euro — non risultano spesi a quello scopo nel 2026, ventitré anni dopo. Nel frattempo il Biferno ha raggiunto il livello di allerta massima nell’aprile 2026, con danni stimati in oltre 400 milioni. Il rapporto tra costo della prevenzione mancata e costo del danno realizzato è dell’ordine di 1 a 27.

Cosa manca per una dimostrazione causale

Questa analisi costruisce un’ipotesi argomentata, non una dimostrazione. La distinzione è importante e va resa esplicita. Per passare dall’ipotesi alla dimostrazione sarebbero necessari dati che in parte non esistono e in parte attendono di essere raccolti.

Dati necessari per la verifica dell’ipotesi

Misurazioni del tempo di corrivazione nel tempo. Confronto tra i tempi di risposta idrologica dei bacini del Matese in periodi storici diversi — richiederebbe dati idrometrici storici continui, raramente disponibili per bacini minori, e quasi mai confrontabili tra il versante campano e quello molisano per via della frammentazione delle competenze.

Cartografia storica dell’uso del suolo. Confronto tra la copertura del suolo nel 1950, nel 1980 e nel 2020 per i versanti del Matese. Dati parzialmente disponibili attraverso Corine Land Cover (dal 1990) e le foto aeree storiche del volo GAI (1954–1955), accessibili attraverso il Portale Cartografico Nazionale. Questo confronto è omogeneo su entrambe le regioni ed è il più promettente.

Quantificazione delle ore di manutenzione dei corsi d’acqua minori. Non esistono serie storiche. Il CNR-IRPI ha prodotto analisi sul rapporto tra abbandono rurale e dissesto in Appennino che offrono un quadro comparativo utile ma non specifico per il Matese.

Memoria orale delle pratiche manutentive. La fonte più immediata e più a rischio di estinzione. Gli anziani dei comuni matesini, su entrambi i versanti, conservano la conoscenza diretta di quali fossi venivano puliti, con quale frequenza, da chi. Questa memoria non è stata raccolta sistematicamente. Con ogni generazione che passa si assottiglia.

Una lettura alternativa che non va esclusa

Va considerata anche la possibilità che il rapporto di causalità sia parzialmente invertito: non solo lo spopolamento riduce la manutenzione, ma la fragilità idrogeologica non gestita contribuisce essa stessa allo spopolamento. Un territorio che allaga periodicamente, che non garantisce la praticabilità delle strade in autunno, che non offre certezza di abitabilità, perde residenti anche per questo. Il rischio idrogeologico e lo spopolamento si alimentano reciprocamente in una spirale che nessun intervento puntuale interrompe.

In questo scenario, le opere di messa in sicurezza non finanziate o non realizzate non sono solo un fallimento amministrativo: sono un segnale che il territorio ha perso la capacità di rappresentare i propri interessi nelle sedi in cui le risorse vengono allocate. Meno residenti significa meno elettori, meno pressione politica, meno priorità nella distribuzione dei fondi. Su un territorio diviso storicamente tra due regioni, questa debolezza rappresentativa è stata doppia. Il cerchio si chiude.


Stato dell’analisi

Come proseguire questa documentazione

Questo documento è un punto di partenza, non una conclusione. Le direzioni di approfondimento identificate sono quattro.

La prima è la quantificazione demografica comune per comune sulla base dell’elenco definitivo dei 52 comuni del decreto, per sostituire la stima aggregata con dati puntuali verificabili e distinguere le dinamiche interne ai due versanti.

La seconda è la ricerca storica sull’uso del suolo: il confronto tra il volo GAI del 1954–55 e le ortofoto attuali per campioni rappresentativi dei versanti del Matese permetterebbe di quantificare la perdita di superficie terrazzata e la progressione della vegetazione arbustiva non gestita. È un lavoro GIS accessibile con le basi dati disponibili, e omogeneo su entrambe le regioni.

La terza è la raccolta sistematica della memoria orale sui corsi d’acqua minori. Non richiede strumentazione: richiede tempo, presenza sul territorio e un metodo. Le comunità locali sono la fonte primaria e la finestra temporale si sta chiudendo.

La quarta è il confronto con analisi comparabili condotte su territori analoghi dell’Appennino centro-meridionale. Il fenomeno non è specifico del Matese: riguarda l’intero arco appenninico interno. Esistono studi che possono offrire parametri di riferimento, anche in assenza di dati locali diretti.

I risultati di questi approfondimenti saranno documentati in questa categoria man mano che diventano disponibili.

Documento di analisi — categoria Documentazione e analisi. Il perimetro di riferimento è quello del Parco Nazionale del Matese (DM 22 aprile 2025, perimetrazione provvisoria, 52 comuni, 87.897,7 ettari). Le stime demografiche sono elaborazioni aggregate su trend censuari ISTAT 1861–2021 per i comuni nucleo del massiccio. I dati sugli eventi alluvionali sono tratti dalla cronologia documentata pubblicata su matese.bike nella miniserie Matese e l’acqua (aprile 2026). I dati sulla densità zootecnica sono ISTAT 2020. Il riferimento al CNR-IRPI è ai lavori sul dissesto idrogeologico in Appennino. Il confronto costi prevenzione/danno sul Biferno è elaborazione da fonti istituzionali citate nella cronologia di riferimento.

ivinti.it — giugno 2026

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