Sul Matese si parla di sviluppo turistico. Poco di sicurezza
Sicurezza e territorio

Dal convegno di San Potito Sannitico sulle nuove guide GAE, una domanda rimasta sullo sfondo: cosa succede quando il soccorso deve raggiungere chi è in difficoltà sul massiccio, e la voce non passa? Una verifica sui casi reali, con i suoi limiti dichiarati.

Verifica Sicurezza in montagna San Potito Sannitico · 17 giugno 2026 — analisi pubblicata su Osservatorio dei Vinti
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Interventi CNSAS documentati, stesso punto del massiccio (2024–2026)
54
Comuni del Parco — i due casi riguardano un solo versante
~2M€
Costo di un piano regionale di copertura in Appennino (Emilia-Romagna, termine di paragone)

Un parco, una montagna, e un rischio rimasto sullo sfondo

Il 17 giugno scorso, a San Potito Sannitico, si è tenuto il convegno di presentazione delle nuove guide GAE per il territorio del Parco Nazionale del Matese. Il sindaco Franco Imperadore ha aperto i lavori con un intervento che ha attraversato i temi caldi della governance locale: le norme di attuazione del periodo transitorio, la sovrapposizione con la zonizzazione Natura 2000, la candidatura della DMO (Destination Management Organization) presentata dal GAL, l’esito atteso per giugno, la necessità di “mettere a sistema” il patrimonio di laghi, faggete e corsi d’acqua di un’area che — nelle sue parole — è ricca di bellezze ma ancora poco conosciuta.

È un linguaggio che si ripete identico in quasi ogni convegno sulle aree interne italiane: valorizzazione, sistema, candidatura, riconoscimento. Un vocabolario di sviluppo, costruito intorno all’idea che il problema del Matese sia soprattutto la sua scarsa visibilità.

Tra i presenti al convegno c’era anche un rappresentante del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Dalla trascrizione del suo intervento — di qualità tecnica non sempre lineare, per cui qui si riportano solo i passaggi ragionevolmente ricostruibili — emerge un accenno al problema, ma non quello che ci si potrebbe aspettare.

Il relatore descrive una difficoltà operativa concreta: le chiamate di soccorso che arrivano alla sala operativa unica regionale richiedono spesso tempi lunghi solo per capire dove si trovi chi chiama, perché chi risponde dalla centrale — accentrata, e quindi non sempre familiare con la toponomastica locale — fatica a tradurre la descrizione del chiamante in una posizione reale sul terreno. Per questo, sottolinea, la collaborazione con le guide e con gli operatori che conoscono bene la topografia del territorio rende gli interventi più rapidi ed efficaci.

Cosa è stato detto, e cosa no È un punto vero e rilevante, ma resta su un piano organizzativo: il problema viene descritto come un deficit di conoscenza del territorio da parte di chi risponde al telefono, non come un problema di infrastruttura di comunicazione. Nella ricostruzione offerta al convegno non emerge un collegamento esplicito tra quei “tempi lunghi per capire dove sia il richiedente” e la causa che la cronaca dei soccorsi reali sul Matese mette invece in primo piano: una copertura vocale instabile o assente, che in alcuni casi ha costretto a localizzare le persone non con la voce ma via SMS. Si parla del sintomo — la difficoltà a localizzare chi chiama — non della causa infrastrutturale che, nei casi più recenti, lo ha determinato.

Questo articolo nasce da una domanda concreta, posta da un lettore dopo il convegno: quanto è reale, e quanto è grande, questo rischio? La risposta — come spesso accade quando si passa dall’impressione al dato verificabile — è più articolata di un titolo a effetto, e va raccontata con tutte le sue cautele.

Nota metodologica Questa analisi è generata esclusivamente dalla lettura e dall’elaborazione di dati e fonti disponibili pubblicamente: cronaca giornalistica verificata su più testate indipendenti, protocolli operativi pubblicati da CAI e CNSAS, documentazione ufficiale sui piani pubblici di copertura digitale (PNRR, Piano Aree Bianche, Piano Italia 5G). Le interpretazioni proposte sono derivate unicamente dalla lettura di tali fonti e non costituiscono accertamenti tecnici, perizie o posizioni ufficiali di enti terzi. Dove i dati non permettono una quantificazione puntuale — ed è un limite che l’articolo stesso evidenzia — questo è segnalato esplicitamente, anziché colmato con stime arbitrarie.

Due episodi, un solo punto della montagna

La verifica è partita dalla cronaca. Negli ultimi due anni, sul versante di Campitello Matese — nell’area del Monte Miletto, 2.050 metri, la cima più alta del massiccio — si sono registrati almeno due interventi di soccorso in cui il fattore comunicazione ha avuto un ruolo diretto nella dinamica dei fatti.

Data Dinamica Localizzazione Esito
Novembre 2024 Due escursionisti smarriscono il sentiero salendo al Monte Miletto da Campitello Matese SMS Locator, Centrale GeoresQ CNSAS Risolto, nessuna conseguenza
Aprile 2026 Due escursionisti smarriscono il sentiero sul Monte Miletto; uno cade in un dirupo cercando la via di rientro SMS Locator CNSAS; elicottero bloccato da nebbia e maltempo Donna salvata dopo 13 ore; uomo ritrovato senza vita
Fonti: Adnkronos/Meteoweb, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache indipendenti del 14–15 aprile 2026 e del 2 novembre 2024.

Due episodi indipendenti, a diciotto mesi di distanza, nello stesso punto geografico, con lo stesso identico meccanismo tecnico di localizzazione d’emergenza. Non è un dettaglio secondario: il sistema SMS Locator esiste proprio perché, in certe condizioni, la voce spesso non passa ma un SMS — più leggero, più tollerante a un segnale instabile — a volte sì.

Non è un’impressione: è già scritto nei protocolli

Il punto non è materia di opinione. Le stesse linee guida ufficiali del CAI sul soccorso in montagna avvertono che, per chiedere aiuto, è essenziale restare in una zona di copertura telefonica — ma aggiungono subito che possono esistere situazioni ambientali in cui non è in alcun caso possibile effettuare una chiamata di emergenza. È la ragione per cui esistono protocolli alternativi: segnali acustici, segnali visivi con le braccia, e appunto l’SMS Locator, pensato per funzionare anche dove la voce non regge.

Anche la fisica del fenomeno è documentata nella manualistica di settore: in montagna il segnale, quando è al limite, può arrivare per riflessione sulle rocce, dando un’instabilità per cui si riesce a parlare un minuto o due prima che la linea cada — e pioggia, neve, masse nuvolose aggravano ulteriormente la situazione. Sono esattamente le condizioni meteo presenti nel caso del 2026.

Quello che i due casi NON dimostrano

Qui è necessaria una correzione di rotta rispetto alla tentazione — comprensibile, dopo due cronache così simili — di concludere che “il Matese non ha copertura”. Non è quello che i dati raccolti permettono di affermare, ed è importante dirlo con la stessa cura con cui si è proceduto a documentare il problema.

Il Parco Nazionale del Matese si estende su 54 comuni e 87.897,7 ettari, a cavallo di quattro province e due regioni. I due episodi documentati riguardano un solo punto di accesso — il versante di Campitello Matese verso il Monte Miletto — che rappresenta una porzione minima di un territorio vastissimo e fortemente disomogeneo per altitudine, esposizione, densità di sentieri e presenza di infrastrutture.

Generalizzare da due casi, per quanto gravi e ben documentati, a “tutto il Matese è scoperto” sarebbe lo stesso errore di metodo — capovolto — che si imputa al convegno: trarre conclusioni territoriali ampie da un’osservazione puntuale. La cronaca dice con certezza che in quel punto, in quelle condizioni meteo, il sistema si è retto sull’SMS Locator e non sulla voce. Non dice — e nessuna fonte pubblica consultata lo dice — quale sia la situazione sui restanti 53 comuni, sui versanti molisani, sulle quote intermedie, sui sentieri minori.

Un primo tentativo di mappatura, e cosa rivela sulla disomogeneità

Una conferma indiretta di questo limite arriva da un’analisi indipendente di copertura radio in banda VHF condotta su quattro siti del Matese, con metodologia standard di settore — risultata, per quanto è dato sapere da fonti pubbliche, la prima mappatura sistematica di questo tipo realizzata sul massiccio.

Il dato interessante non è tecnico ma di metodo: i quattro siti analizzati mostrano una variabilità fortissima nella popolazione teoricamente raggiunta dal segnale, da poche centinaia di migliaia a oltre quattro milioni di persone in copertura forte. Tradotto: il problema, dove è stato misurato per la prima volta, non è uniforme. Cambia radicalmente da un punto all’altro della stessa montagna.

Questo significa una cosa precisa, e scomoda per chi cerca soluzioni semplici: non esiste “un” problema di copertura del Matese da risolvere con “un” intervento. Esistono punti critici specifici, ciascuno dei quali richiederebbe una valutazione propria — e prima ancora, richiederebbe che qualcuno la facesse, cosa che a quanto risulta da fonti pubbliche non era ancora avvenuta in forma sistematica al momento del convegno di San Potito.

Cosa servirebbe (e perché la proposta in campo non basta)

Un ordine di grandezza, non una soluzione

Senza entrare nel merito di soluzioni tecniche specifiche — che non è compito di questo articolo proporre — può essere utile dare un termine di paragone reale sulla scala delle risorse in gioco, per misurare la distanza tra il linguaggio dei convegni e quello dei bilanci.

In Emilia-Romagna, il progetto regionale “Cellulare in montagna”, gestito dalla società partecipata Lepida per colmare le aree bianche di copertura sull’Appennino, ha richiesto un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro per attivare 17 impianti, con un piano che ne prevedeva altri 23 entro il 2025. Questo per una porzione di Appennino tosco-emiliano, non per un massiccio di 54 comuni a cavallo di due regioni con governance amministrativa ancora in fase di assestamento.

Non è possibile, dai dati pubblici disponibili, derivare una stima affidabile di quanti impianti servirebbero sul Matese — perché non esiste ancora una mappatura completa del problema su tutto il territorio del parco, solo un’analisi su quattro siti. Ma l’ordine di grandezza — milioni di euro, anni di programmazione, un soggetto attuatore dedicato — resta il punto rilevante

Una proposta di scala diversa rispetto al problema

La DMO presentata dal GAL e illustrata dal sindaco Imperadore è uno strumento di coordinamento turistico-promozionale: mette a sistema 48 comuni e 3 comunità montane per costruire una candidatura unica ai fondi destinati alla valorizzazione del territorio. È un obiettivo legittimo e, sul piano della promozione turistica, probabilmente necessario, vista la frammentazione storica dei progetti comunali (un POC per comune) che lo stesso sindaco ha criticato nel suo intervento.

Ma è una struttura di governance pensata per attrarre visitatori e organizzare attività — non per pianificare infrastrutture di sicurezza, che richiedono un soggetto attuatore diverso (operatori di telecomunicazione, enti regionali per le aree bianche, Protezione Civile, eventualmente l’Ente Parco una volta che la sua struttura definitiva sarà operativa), competenze tecniche specifiche, e — come mostra il caso emiliano — risorse che si misurano in milioni di euro su orizzonti pluriennali.

Non risulta, dalle fonti pubbliche consultate, che il tema sia stato inserito tra le priorità della candidatura DMO né che esista, al momento, un soggetto incaricato di occuparsene per il Matese. Il convegno di San Potito — concentrato sul proprio oggetto, la nascita delle guide GAE — non era forse la sede per affrontarlo. Ma la sua assenza dal dibattito, comprensibile anche per la mancanza di un quadro infrastrutturale quantificato, è un sintomo della distanza fra il problema (specifico, localizzato, ma potenzialmente letale) e gli strumenti di governo del territorio attualmente in campo (ampi, promozionali, dimensionati per un altro scopo).

In sintesi
  • Due episodi di soccorso documentati (2024, 2026), entrambi sul versante di Campitello Matese–Monte Miletto, mostrano che in quel punto il sistema di soccorso si è retto sulla geolocalizzazione via SMS, non sulla voce — coerentemente con i protocolli ufficiali CAI/CNSAS, che riconoscono l’esistenza di zone dove la chiamata vocale non è garantita.
  • Questi due casi non permettono di generalizzare un giudizio sull’intero territorio del Parco (54 comuni, quasi 88.000 ettari): riguardano un solo punto di accesso, e un primo tentativo di mappatura sistematica della copertura radio sul massiccio — l’unico individuato in fonti pubbliche — mostra una variabilità fortissima da sito a sito.
  • Un termine di paragone realistico (il piano Lepida in Emilia-Romagna, ~2 milioni di euro per 17 impianti) suggerisce che qualunque intervento risolutivo richiederebbe risorse e una governance dedicata di scala ben superiore a quella di una DMO turistico-promozionale.
  • Il tema non risulta, da fonti pubbliche, affrontato dalla proposta DMO in corso. Al convegno di San Potito un accenno c’è stato, dal rappresentante CNSAS presente in sala, ma limitato al sintomo organizzativo — senza arrivare a nominare la causa infrastrutturale che la cronaca dei soccorsi reali individua con chiarezza.
Fonti
  • Meteoweb / Adnkronos, Primonumero, isNews Molise, Montagna.TV, News della Valle, Molise Network, CBlive — cronache dell’intervento di soccorso del 14–15 aprile 2026, Monte Miletto
  • News della Valle — intervento di soccorso del 2 novembre 2024, Campitello Matese–Roccamandolfi
  • CAI — Prenota Rifugi, “Soccorso e segnali d’emergenza”
  • CNSAS — “La richiesta di soccorso”, cnsas.it
  • CNSAS Molise — “Richiesta di soccorso”, protocolli operativi
  • Montagna.TV — “Cellulari in montagna: come usarli al meglio”
  • Il Resto del Carlino — progetto regionale “Cellulare in montagna”, Lepida, Emilia-Romagna
  • Trascrizione dell’intervento del sindaco di San Potito Sannitico, Franco Imperadore, e dell’intervento del rappresentante CNSAS, convegno del 17 giugno 2026
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