Apertura della sezione Analisi
ANALISI
Cinquantaquattro comuni, due regioni, un solo perimetro: il Parco Nazionale del Matese in via di creazione (al momento di questa redazione) non sta semplicemente disegnando un confine sulla carta. Tenta di riportare vicini territori che da tempo avevano smesso di parlarsi.
Questa nuova sezione di Osservatorio dei Vinti nasce per studiare quel territorio nel momento presente. Non per raccontarne il paesaggio, che resta intatto e ne è la cornice più visibile, né per rincorrere le emergenze del giorno — una frana, un bando, un consiglio comunale convocato in fretta. Lo scopo è più stretto e più lungo insieme: capire come, e se, questo insieme di comuni riesce ancora a programmare il proprio futuro, nei momenti in cui le condizioni normative ed economiche lo permetterebbero.
Lo facciamo partendo da una constatazione, prima ancora che da un’ipotesi di lavoro. L’ambiente in cui questi studi si muoveranno non è semplice, e non lo è per almeno due ordini di motivi, diversi nella natura ma intrecciati negli effetti.
Il primo è amministrativo, immediato, verificabile nei documenti. La comunicazione fra le istituzioni che si dividono competenze su questo territorio — Stato, Regioni, Comuni — è spesso assente o tardiva. Lo è in verticale, quando un livello di governo non parla a quello sopra o sotto di sé nei tempi che la programmazione richiederebbe. Lo è in orizzontale, quando due Regioni che condividono lo stesso massiccio non sincronizzano i propri strumenti, o quando due comuni confinanti, divisi da un crinale ma uniti da uno stesso bacino di problemi, procedono come se l’altro non esistesse.
Il secondo motivo è più antico, e molto meno visibile se si guarda solo alla cronaca amministrativa recente. I territori che oggi il Parco Nazionale del Matese ricomprende non sono nati separati. Per lungo tempo hanno costituito una filiera produttiva unica: il versante molisano forniva la materia prima — pastorizia, lana, prodotti della terra — a un tessuto industriale che si era sviluppato e consolidato sul lato campano. Non era una vicinanza geografica casuale, né una collaborazione episodica fra vicini. Era un legame economico verticale, strutturato, che attraversava un confine amministrativo allora poco più che una linea su una mappa. Con il tempo quella filiera si è interrotta — per ragioni che meritano di essere documentate piuttosto che presunte — e ciascun versante ha preso a orientarsi verso una propria idea di futuro, elaborata senza più tener conto di chi stava dall’altra parte del massiccio. Due economie che un tempo si completavano hanno finito per voltarsi le spalle, ognuna alle prese con le proprie urgenze, le proprie leggi regionali, i propri strumenti di pianificazione.
Il Parco Nazionale del Matese, istituendo un perimetro unico, ha ricongiunto quei territori. Ma li ha ricongiunti solo su pochi brandelli — quelli che la linea di perimetrazione include, non l’intera area che un tempo viveva di quello scambio. Oggi quei comuni si trovano nella condizione, per molti versi inedita rispetto alla seconda metà del secolo scorso, di dover rivedere insieme scelte di sviluppo, tutela e programmazione che per decenni avevano fatto separatamente, con strumenti diversi e spesso senza nemmeno la consapevolezza reciproca di cosa l’altro versante stesse decidendo.
Non partiamo da una tesi sulle cause profonde di questa frattura, e non abbiamo né l’ambizione né gli strumenti per arbitrarla in sede storiografica.
È in questo doppio scarto — istituzionale il primo, storico-economico il secondo — che si inserisce il lavoro di questa sezione. Quello che ci interessa è più circoscritto e più verificabile: osservare, con i dati che la documentazione amministrativa e normativa rende oggi disponibili, come si comporta concretamente questo territorio nel presente. Quali strumenti di programmazione usa e quali lascia scadere. Dove la comunicazione istituzionale tiene, e dove si interrompe. Quali finestre normative si aprono — e cosa, di quelle finestre, viene effettivamente colto prima che si chiudano.
Si parte da qui: da un territorio che è stato unito, si è diviso, e ora è chiamato — non sempre con gli strumenti adeguati a riuscirci — a ritrovare un dialogo che aveva smesso di considerare necessario.