Altre chiavi di lettura per le aree interne del Matese
Il dibattito sul territorio è stato condotto quasi sempre dentro un perimetro di scuole di pensiero date per acquisite. Due correnti finora assenti da quel perimetro — il liberismo ambientale e l’ecomodernismo — offrono domande diverse sugli stessi fatti già documentati: non una soluzione, ma uno strumento in più per chi legge.
Chi segue da tempo il dibattito sulle aree interne del Matese — il Parco Nazionale, la transumanza, il pascolo, la gestione delle terre marginali — avrà notato che gli orizzonti prospettici entro cui quel dibattito si è mosso sono quasi sempre gli stessi: conservazionismo classico, programmazione pubblica, sociologia della marginalità meridionale. Sono scuole legittime, e nessuna di queste righe intende sostituirle. Ma un territorio ha bisogno delle massime possibilità di analisi disponibili, non di un numero fisso di lenti già collaudate. Questa Visione mette sul tavolo due correnti di pensiero che, nella pubblicistica e nei convegni che riguardano il Matese — incluso quello tenutosi il 25 giugno 2026 a Santa Croce del Sannio, dove cinque relatori hanno parlato di transumanza muovendosi tra il registro della salvaguardia di un patrimonio unico e quello, più accennato e non sistematizzato, di un possibile uso di tecnologie già disponibili — non hanno mai trovato uno spazio di lettura esplicito e organizzato.
Come da impostazione della categoria, il pezzo si articola in due movimenti: un’analisi verificata delle due correnti con i relativi casi empirici, e un’ipotesi dichiarata di come quelle stesse logiche, applicate alle aree interne circostanti il Matese, potrebbero cambiare le domande che ci si pone — non le risposte che si danno.
Primo movimento — due scuole, due meccanismi
Il liberismo ambientale
Il free-market environmentalism nasce nell’alveo della Scuola Austriaca e della teoria dei diritti di proprietà. La sua diagnosi parte da un problema classico dell’economia delle risorse: la “tragedia dei beni comuni” — una risorsa che non appartiene a nessuno (l’aria, un mare, una foresta pubblica) viene sfruttata fino all’esaurimento perché nessuno ha un incentivo diretto a curarne la manutenzione nel tempo. La soluzione proposta non è il divieto calato dall’alto, ma l’estensione e la chiarificazione dei diritti di proprietà: chi possiede una risorsa ha un interesse economico personale a preservarne il valore nel lungo periodo, e chi la danneggia risponde in sede contrattuale o giudiziaria, non amministrativa.
Il caso empirico più citato a sostegno di questa tesi riguarda le riserve faunistiche private dell’Africa meridionale. Namibia, Zimbabwe e Sudafrica hanno modificato, negli ultimi decenni del Novecento, i propri regimi giuridici per assegnare ai proprietari terrieri il controllo pieno sulla fauna selvatica presente sui loro terreni. In Namibia, dove il regime di proprietà privata della fauna è stato introdotto nel 1967, le popolazioni faunistiche sulle terre private sono aumentate dell’80% rispetto ai livelli precedenti[1]. In Sudafrica, uno studio del 2015 ha stimato un incremento di quaranta volte della fauna selvatica dagli anni Sessanta a oggi grazie all’espansione delle riserve private[2], mentre un’indagine pubblicata nel 2021 su Biodiversity and Conservation ha rilevato che i ranch faunistici privati presentano una ricchezza di specie per ettaro superiore a quella delle aree statali protette, a parità di superficie[3].
Il quadro, tuttavia, non è univoco. Una ricerca pubblicata nel 2024 sulla gestione privata delle aree protette africane conferma il beneficio per le popolazioni animali e per il turismo, ma rileva al tempo stesso effetti incerti sulla ricchezza delle comunità rurali e, in alcune aree di conflitto, un peggioramento della sicurezza fisica delle popolazioni che vivono in prossimità di quelle aree[4]. Il liberismo ambientale risolve un problema di incentivi sulla fauna; non risolve, da solo, un problema di equità distributiva o di sicurezza locale.
L’ecomodernismo
L’ecomodernismo è una corrente più recente e di matrice diversa: si è formalizzata nell’aprile 2015 con la pubblicazione del Manifesto Ecomodernista, firmato da diciotto autori — tra cui Ted Nordhaus, Michael Shellenberger e Stewart Brand del Breakthrough Institute, insieme a ricercatori di Harvard, della Jadavpur University e della Long Now Foundation[5]. Il manifesto sostiene una tesi che si potrebbe definire l’opposto del primitivismo ambientale: l’uomo è una specie intrinsecamente tecnologica, e pretendere un ritorno a stili di vita pre-industriali — a fronte di una popolazione globale in crescita — è anti-storico oltre che impraticabile.
Il concetto operativo è quello del decoupling, il disaccoppiamento tra crescita del benessere umano e impatto ambientale: intensificare al massimo le attività umane in spazi ridotti, attraverso tecnologie avanzate, per lasciare che il resto del pianeta si rinaturalizzi. I due esempi canonici sono l’energia nucleare — che produce grandi quantità di energia occupando una frazione del suolo richiesto dalle rinnovabili intermittenti — e l’agricoltura intensiva ad alta tecnologia, che produce più cibo su meno ettari, riducendo la pressione sulla deforestazione.
Va detto, per completezza, che l’ecomodernismo non è priva di critiche severe: un gruppo di oltre quindici ricercatori dell’area “decrescita” ha pubblicato nel 2015 una risposta articolata al manifesto, contestandone in particolare la dimensione tecnocratica e l’assenza di un confronto con i saperi delle società indigene e pre-industriali[6]. Anche qui, la corrente non è un consenso scientifico acquisito, ma una tesi — sostenuta da alcuni ricercatori di rilievo, contestata da altri.
Secondo movimento — un’ipotesi per le aree interne del Matese
Qui inizia la parte dichiaratamente speculativa di questa Visione, che non pretende di essere un fatto accertato né una proposta di intervento, ma una domanda che queste due correnti, se applicate, solleverebbero sui casi già documentati su questa testata.
Il pattern che ivinti.it ha ricostruito più volte per il Parco Nazionale del Matese e per casi paralleli (Costa Teatina, Hotel Fuenti, Legge Galasso) è quello dell’atassia istituzionale: un vincolo normativo creato attraverso un veicolo legislativo a basso scrutinio, seguito da anni — talvolta decenni — di inazione esecutiva, risolta solo da uno sblocco giudiziario coatto. Le letture finora proposte di questo pattern sono quasi sempre istituzionali: assenza di coordinamento tra enti, carenza di risorse amministrative, complessità del riparto di competenze Stato-Regioni.
Il liberismo ambientale offrirebbe una domanda diversa, non una risposta diversa: l’inazione prolungata su un vincolo normativo è anche, in parte, un problema di chi detiene un interesse economico diretto a farlo applicare? Se nessun soggetto — pubblico o privato — porta un costo immediato dal mancato funzionamento del vincolo, l’incentivo a colmare il vuoto esecutivo resta debole fino a quando un giudice non lo rende obbligatorio. È la stessa logica della tragedia dei beni comuni, applicata non alla fauna ma alla governance stessa del territorio: un vincolo di nessuno è un vincolo che nessuno cura.
L’ecomodernismo, da parte sua, solleverebbe una domanda diversa da quella che un’assenza totale di tecnologia farebbe supporre. Nel convegno di Santa Croce del Sannio il riferimento a strumenti come il monitoraggio satellitare degli animali o la tracciabilità digitale dei prodotti non è mancato: è stato evocato, ma in forma aneddotica, accostato — senza che i due piani venissero esplicitamente collegati — alla cornice prevalente della transumanza come patrimonio unico da salvaguardare. Sullo stesso tavolo, però, è emerso anche il rovescio della medaglia: chi pratica oggi la transumanza verticale residua su scala consistente ha raccontato di essersi scontrato non con l’assenza di strumenti digitali, ma con sistemi informatici esistenti, pensati male, che hanno reso più difficile — non più semplice — un’operazione che già di per sé richiede margini di gestione stretti. La domanda ecomodernista, posta su questo materiale, non è dunque “perché non si usa la tecnologia” ma “perché la tecnologia già in uso, dove c’è, produce attrito anziché disaccoppiamento” — e se un’intensificazione pensata secondo quella logica, anziché la sola digitalizzazione di procedure esistenti, cambierebbe il quadro.
Nessuna delle due domande implica una soluzione nominata. Il liberismo ambientale, applicato senza adattamento al contesto Matese, incontrerebbe immediatamente l’obiezione mossa dallo studio del 2024 sulle aree protette africane: un meccanismo di incentivi privati su un territorio già segnato da spopolamento e da una proprietà fondiaria storicamente frammentata potrebbe accentuare squilibri distributivi anziché risolverli — un’obiezione che resta qui dichiaratamente teorica, perché questa testata non ha condotto su questo punto specifico una verifica empirica relativa al Matese. L’ecomodernismo, dal suo lato, presuppone investimenti tecnologici e infrastrutturali che nessun atto programmatorio ANAS, MIT o CIPESS prevede oggi per quest’area, e la cui assenza è essa stessa un dato, non un’ipotesi.
Una nota sul metodo
Come per le altre Visioni pubblicate su questa testata, anche questa non va letta come una conclusione raggiunta, ma come un’ipotesi proposta a chi legge. I dati citati nel primo movimento sono verificati contro fonti indipendenti; le domande del secondo movimento sono dichiaratamente speculative e non discendono da alcun atto programmatorio, studio di settore o posizione istituzionale relativa al Matese. Restano, appunto, altre chiavi — non l’unica chiave.
- [1] Muir-Leresche & Nelson, “Private Property Rights to Wildlife: The Southern African Experiment”, ICER Working Papers 02-2000.
- [2] W. van Hoven, North-West University, studio 2015 su espansione riserve private sudafricane, citato in Reason (agosto 2025).
- [3] Studio su ranch faunistici privati sudafricani, Biodiversity and Conservation, 2021.
- [4] Studio quasi-sperimentale su gestione privata delle aree protette africane, PNAS/PMC, 2024.
- [5] “An Ecomodernist Manifesto”, aprile 2015, 18 autori, Breakthrough Institute e istituzioni affiliate.
- [6] “A Degrowth Response to An Ecomodernist Manifesto”, 2015, gruppo di ricercatori dell’area decrescita.
- Convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, Santa Croce del Sannio, 25 giugno 2026, progetto “Tracce” (programma: tracce.cloud/programma/).