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Un parco in attesa di sé stesso: cosa potrebbe imparare il Matese da un linguaggio di programmazione
Visioni

Il Parco Nazionale del Matese esiste su carta da un decreto ministeriale, ma non è ancora nato nella sua forma definitiva: manca il decreto del Presidente della Repubblica, e il territorio nel frattempo si presenta frammentato. Una vicenda distante — la storia di un linguaggio di programmazione nato per hobby e diventato standard mondiale — offre un’ipotesi su come la frammentazione possa, in altri contesti, trasformarsi in coordinamento.

Visioni Governance territoriale

Un parco che non è ancora nato

Il 22 aprile 2025, Giornata della Terra, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha firmato il decreto che individua perimetrazione, zonizzazione e misure di salvaguardia del Parco Nazionale del Matese. La notizia è stata diffusa come la nascita del 25° parco nazionale italiano. Non è così, almeno non ancora: la legge quadro sulle aree protette distingue tra l’atto che prevede l’istituzione di un parco e l’atto che lo istituisce davvero, riservando quest’ultimo passaggio a un decreto del Presidente della Repubblica. Prima di quel decreto, il parco è “istituendo” — promesso, non realtà istituzionale operativa. Un’analisi giuridica pubblicata a maggio 2025 ha definito la comunicazione ministeriale che annunciava la nascita del parco “un grave sgarbo istituzionale” proprio nei confronti del Capo dello Stato, il cui atto resta l’unico a poter chiudere davvero il procedimento.

Nell’agosto 2025 è stato nominato un Comitato di gestione provvisoria, primo strumento operativo del parco in attesa della perimetrazione definitiva. A inizio 2026 un’associazione ambientalista ha richiesto pubblicamente a Regioni e Ministero di accelerare l’intesa per il decreto presidenziale, segno che il passaggio finale non è ancora avvenuto. Nel frattempo, una sentenza del TAR del Lazio del 2026 ha respinto un ricorso del Consiglio regionale del Molise contro il decreto ministeriale, confermando la correttezza tecnica del procedimento ma non risolvendo la frattura politica tra le due Regioni coinvolte.

Un territorio diviso in più direzioni

La frammentazione non corre solo lungo il confine regionale. Trenta associazioni — nazionali e locali, distribuite sulle quattro province coinvolte — hanno presentato un documento congiunto che chiede chiarimenti su tempi e modalità del decreto presidenziale e segnala di essere state escluse dall’istruttoria che ha portato al decreto ministeriale. Il sindaco di un comune del versante casertano ha pubblicamente espresso rammarico perché le richieste di zonizzazione del proprio territorio, secondo la sua versione concordate verbalmente con Ministero e ISPRA, sono state ignorate nel testo finale. Più in generale, la comunità che vive il massiccio si è divisa tra chi vede nel parco un’occasione di tutela e chi lo percepisce come un vincolo calato dall’alto, con timori concreti per le attività agricole e pastorali esistenti.

Nessuno di questi soggetti — Ministero, Regioni, comuni, associazioni, Comitato di gestione — ha agito, isolatamente, in modo scorretto. Ciascuno ha perseguito legittimamente la propria parte di competenza. Ma il risultato, a oltre un anno dal decreto ministeriale, è un parco che esiste a metà: riconosciuto, finanziabile, governato in via provvisoria, ma privo ancora dell’atto che lo renderebbe pienamente operativo, e privo soprattutto di un punto in cui le parti divergenti del territorio si siano riconosciute in un percorso comune.

Una vicenda distante: un linguaggio nato per hobby

Nel dicembre 1989, un ricercatore del CWI di Amsterdam con una settimana libera per le feste scrisse, come passatempo, l’interprete di un nuovo linguaggio di programmazione. Lo chiamò Python. Per oltre vent’anni il settore informatico lo considerò poco più che un hobby: linguaggi come C++ e Java erano lo standard per i sistemi “seri”, mentre Python restava ai margini, usato per automatizzare compiti minori. Ancora nel 2013, una conferenza europea dedicata interamente a Python ospitò un intervento intitolato “Why Python Sucks” — tenuto da un ingegnere di un’azienda concorrente — che la stessa platea di appassionati accolse con applausi, segno di quanto fosse condiviso, persino tra chi lo usava, un giudizio severo sul linguaggio.

Eppure, nello stesso periodo, comunità tecniche diverse e senza alcun coordinamento tra loro stavano costruendo, su quella base, strumenti che ne avrebbero moltiplicato il valore: librerie scientifiche nate nelle università, framework per l’apprendimento automatico sviluppati indipendentemente da un istituto di ricerca canadese, da un dottorando a Berkeley, da Google, da Facebook. Nessuno di questi soggetti operava in base a un piano comune. Ognuno risolveva un proprio problema locale, nella propria lingua tecnica, senza chiedere il permesso agli altri.

Il punto di rottura, e ciò che ne è seguito

La crescita non risolse da sola i nodi di coordinamento. Quando nel 2008 fu deciso di rendere il linguaggio incompatibile con la sua versione precedente per risolvere difetti strutturali, la transizione richiese oltre un decennio: il termine per abbandonare la vecchia versione, fissato inizialmente al 2015, dovette essere prorogato al 2020 perché gran parte dell’ecosistema — librerie, progetti, aziende — non si era ancora spostato, ciascuno in attesa che lo facessero gli altri prima. Nessuno aveva convenienza a muoversi per primo.

La soluzione non arrivò da un’autorità superiore che impose la migrazione. Arrivò da un impegno pubblico e reciproco: un gruppo di progetti, inizialmente nell’ambito scientifico, dichiarò collettivamente che entro una certa data avrebbe richiesto la nuova versione, dando ad altri progetti la sicurezza necessaria per pianificare la propria transizione senza il timore di restare isolati. L’iniziativa si estese nel tempo a tutto l’ecosistema, fino a coprire la quasi totalità dei progetti rilevanti.

Anche la guida del progetto conobbe una rottura. Il suo creatore, che per ventotto anni aveva avuto l’ultima parola su ogni decisione tecnica, si dimise nel 2018 dopo una controversia interna particolarmente dura, lasciando per alcuni mesi un vuoto di governance con decine di proposte di modifica in attesa. La comunità rispose non scegliendo un nuovo decisore unico, ma votando tra diverse proposte di governance condivisa: vinse un modello che affida le decisioni a un piccolo consiglio eletto, con l’istruzione esplicita di usare la propria autorità con parsimonia e di cercare il consenso ove possibile.

Quel linguaggio, ignorato per due decenni dalle stesse organizzazioni che oggi lo impiegano per i propri sistemi più avanzati, è oggi il più insegnato nei programmi introduttivi delle principali università statunitensi, e nel 2023 è stato integrato nativamente in uno degli strumenti per ufficio più diffusi al mondo. La critica tecnica al linguaggio non si è mai esaurita — esiste ancora oggi, pubblicamente, da parte di chi lo considera tuttora inferiore ad alternative più recenti. La sua diffusione non ha chiuso il dibattito sui suoi limiti: è cresciuta insieme a quel dibattito, non al posto di esso.

Un limite dichiarato

Il parallelo qui proposto unisce due domini molto diversi: la governance di un software open source e la governance pubblica di un territorio protetto. Nel primo caso, i soggetti coinvolti partecipavano per scelta volontaria; nel secondo, residenti e amministrazioni non hanno la stessa libertà di “non aderire” al vincolo istituzionale. La distanza tra i due casi è reale e non va minimizzata: ciò che segue è un’ipotesi sul meccanismo astratto del coordinamento, non un’equivalenza tra le due situazioni.

Cosa rende possibile il confronto

Ciò che rende questa vicenda pertinente non è la tecnologia in sé, ma il meccanismo che ha permesso a soggetti diversi, senza un’autorità comune sopra di loro e senza nemmeno conoscersi in molti casi, di convergere su una direzione condivisa dopo anni di frammentazione. Due elementi distinti hanno reso possibile quella convergenza: un impegno pubblico e reciproco tra le parti coinvolte, che ha dato a ciascuna la sicurezza di non restare isolata muovendosi per prima; e una regola di governance scelta collettivamente, non imposta da un singolo centro, capace di sostituire un coordinamento fragile e concentrato con uno distribuito e duraturo.

Nessuno di questi due elementi è una tecnologia. Nessuno richiede uno specifico ente, piattaforma o progetto per esistere. Sono entrambi, semmai, una scelta procedurale: il primo risponde alla domanda “chi si muove prima, se nessuno ha la garanzia che gli altri lo seguano”, il secondo alla domanda “chi decide, quando chi decideva prima non può più farlo, o non lo fa più nell’interesse di tutti”.

Il Matese, oggi, è esattamente nel punto in cui Python si è trovato più volte: un insieme di soggetti — Regioni, comuni, associazioni, comitato di gestione — ciascuno legittimo nella propria parte, ciascuno in attesa di un segnale dagli altri prima di muoversi, e un atto finale — il decreto presidenziale — che dipende da un’intesa che ancora non si è compiuta.

È una speranza, non una previsione. Nulla in questa vicenda dimostra che il Matese troverà il proprio equivalente di un impegno reciproco dichiarato, o di una regola di governance condivisa. Dimostra soltanto che altrove, in un dominio del tutto diverso, una frammentazione altrettanto reale è stata superata non da un’autorità che ha imposto l’ordine, ma da chi era frammentato e ha scelto, volontariamente, di smettere di esserlo.

Resta aperta, e questa Visione non la chiude, la domanda su quale forma concreta potrebbe prendere, per il Matese, un impegno reciproco tra Regioni, comuni e associazioni, o una regola di governance condivisa che non dipenda dalla buona volontà di un singolo decreto. Restano aperte anche le domande su chi dovrebbe proporla, e su cosa accadrebbe se il territorio, ancora una volta, scegliesse di non rispondere.

Questa Visione nasce da un’analisi verificata su fonti primarie, istituzionali e di stampa, elencate di seguito. L’ipotesi che ne deriva è dichiarata come tale: un’interpretazione possibile e un augurio esplicito, non una conclusione dimostrata né una previsione.

Fonti
  • Legge 6 dicembre 1991, n. 394, artt. 2, 7, 8, 34 (legge quadro sulle aree protette)
  • Legge 27 dicembre 2017, n. 205, art. 1, comma 1116 (istituzione del Parco Nazionale del Matese)
  • Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica prot. n. 101 del 22 aprile 2025
  • TAR Lazio, sentenza n. 04469/2026
  • greenreport.it, “L’istituzione del Parco nazionale del Matese in realtà è ancora lontana”, maggio 2025
  • Associazione Culturale La Terra, documento congiunto di 30 associazioni del territorio del Matese, 2026
  • L’AltraMontagna, “L’Italia ha un nuovo Parco Nazionale…”, aprile 2025
  • Python Software Foundation, “Sunsetting Python 2”, python.org
  • The Python 3 Statement, python3statement.github.io
  • LWN.net e Linux Journal, cronache delle dimissioni di Guido van Rossum da BDFL, luglio 2018
  • Philip Guo, “Python is Now the Most Popular Introductory Teaching Language at Top U.S. Universities”, Communications of the ACM, 7 luglio 2014
  • Microsoft, “Announcing Python in Excel”, techcommunity.microsoft.com, 23 agosto 2023
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Transumanza e aree interne: dal patrimonio immateriale alla domanda di un modello economico

Convegni

Il convegno di Santa Croce del Sannio mette a confronto istituzioni, allevatori e ricerca su un nodo comune: la transumanza come infrastruttura di sviluppo, non come reperto da museo

Pastorizia Aree interne UNESCO Transumanza

Si è svolto il 25 giugno 2026 a Santa Croce del Sannio il convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, promosso nell’ambito del progetto “Tracce” sulla transumanza digitale (programma su tracce.cloud), occasione di confronto tra rappresentanti istituzionali, allevatori e ricercatori sul tema della transumanza come elemento di sviluppo per le aree interne del Mezzogiorno. Gli interventi, pur provenendo da prospettive distinte — istituzionale, imprenditoriale, accademica e internazionale — convergono su una tesi comune, che attraversa l’intero convegno: la transumanza non va trattata come reperto storico da tutelare in chiave museale, ma come infrastruttura economica e territoriale potenzialmente riattivabile.

La cornice istituzionale: dal riconoscimento UNESCO al fondo ministeriale

Ad aprire i lavori è Leonardo Ventura, direttore dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, che richiama il riconoscimento ufficiale della transumanza nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale UNESCO, ottenuto nel 2019. Ventura inquadra l’azione dell’Istituto come supporto tecnico ai progetti già in corso sul territorio, in particolare quelli promossi da Nicola Di Niro, e individua nella valorizzazione territoriale — più che nella sola salvaguardia della pratica tradizionale — l’obiettivo prioritario.

Sulla stessa linea si muove l’intervento del rappresentante del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (D’Eramo), che dà conto di uno strumento concreto già attivo: un fondo di 2 milioni di euro destinato ai comuni per il recupero di stazioni di sosta, masserie tratturali e rifugi pastorali. Viene inoltre segnalata un’iniziativa parlamentare per l’istituzione di un Fondo Nazionale delle Terre Rurali d’Italia, orientata alla conservazione delle competenze tecniche della pastorizia estensiva.

Il dato istituzionale più rilevante emerso dal convegno riguarda però una cornice internazionale, non nazionale: il 2026 è stato dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (International Year of Rangelands and Pastoralists), con risoluzione adottata il 15 marzo 2022 su iniziativa della Mongolia e con il sostegno di 68 paesi co-firmatari. La FAO è stata designata agenzia guida per l’attuazione del programma, lanciato formalmente a Roma il 3 dicembre 2025. Gregorio Velasco, intervenuto in rappresentanza della FAO, ha richiamato questa cornice come opportunità di visibilità politica per il settore pastorale, sottolineando che i sistemi pastorali sono presenti in oltre il 75% dei paesi del mondo, coinvolgono circa 200 milioni di persone e gestiscono una quota significativa della superficie terrestre globale, con funzioni ecosistemiche dirette — sequestro del carbonio, conservazione della biodiversità, prevenzione degli incendi.

La ricostruzione storica: dai faldoni della Provincia di Foggia alla rete UNESCO

L’intervento di Nicola Di Niro fornisce la chiave narrativa del convegno e ne spiega l’origine. Il racconto parte da un’osservazione diretta nel 2003 della transumanza ancora praticata dalla famiglia Colantuono tra Molise e Puglia — circa 450 bovini di razza podolica spostati a piedi secondo modalità tramandate da generazioni. Da quell’osservazione nasce una ricerca d’archivio: documentazione di fine Ottocento conservata negli archivi della Provincia di Foggia, che attesta in modo puntuale i percorsi dei tratturi storici. Secondo Di Niro, questi documenti dimostrano che la transumanza non costituiva solo una pratica pastorale, ma una rete geografica strutturata che collegava l’intero Mezzogiorno, dall’Abruzzo alla Puglia fino alla Calabria, e che ha influenzato la formazione di insediamenti urbani lungo i percorsi — tra gli esempi citati, Latina, Matera, Campobasso e Isernia.

Da questa ricerca documentale è derivato un progetto internazionale, con il coinvolgimento di Francia, Spagna, Grecia e Svezia, che ha condotto al riconoscimento UNESCO del 2019. Di Niro propone una lettura della transumanza non come pratica residuale, ma come modello da aggiornare attraverso strumenti tecnologici — monitoraggio satellitare o con drone degli spostamenti, sensoristica per il controllo sanitario del bestiame — funzionali a un’economia legata al turismo lento e alla valorizzazione di filiere agroalimentari di qualità, come il caciocavallo podolico. La proposta più esplicita riguarda il ruolo delle nuove generazioni, da intendersi non come continuatori della pastorizia tradizionale ma come gestori integrati del territorio, capaci di coniugare agricoltura, artigianato e accoglienza.

La voce degli allevatori: isolamento, burocrazia, squilibrio di filiera

Se la componente istituzionale e progettuale del convegno guarda al futuro, gli interventi degli allevatori restituiscono una fotografia più immediata delle criticità operative. Manuela Cozzi, attiva in Abruzzo da quasi cinquant’anni nell’economia pastorale delle aree marginali, individua nell’isolamento e nell’invecchiamento della popolazione di allevatori la fragilità principale del settore, con conseguenze dirette sulla tenuta economica e ambientale dei territori montani. Cozzi richiama inoltre la pressione concorrenziale di capi importati non soggetti agli stessi standard di benessere animale, e descrive ostacoli amministrativi concreti — sistemi informatici non adeguati alla gestione di transumanze verticali su larga scala, con incongruenze normative che complicano la movimentazione degli animali.

Un punto specifico merita di essere segnalato come dichiarazione della relatrice, da verificare indipendentemente prima di un eventuale utilizzo come dato consolidato: secondo Cozzi, il volume di vendita di arrosticini in Abruzzo supererebbe il miliardo di pezzi all’anno, a fronte di una drastica riduzione dei capi di bestiame effettivamente presenti sul territorio. Il punto, così come posto, serve a illustrare uno squilibrio di filiera — la crescita del business legato ai prodotti della pastorizia a fronte della contrazione del numero di allevatori — più che a fornire una misura statistica verificata.

Cozzi richiama infine un percorso normativo già avviato in Abruzzo circa trentacinque anni fa, con il riconoscimento legislativo di agricoltura biologica, fattorie didattiche e fattorie sociali, presentato come precedente di multifunzionalità agricola applicabile anche al contesto attuale.

Il nodo generazionale e la critica al modello agricolo intensivo

Nadia Savino, presidente di Slow Food Benevento e già collaboratrice FAO, porta nel convegno una prospettiva biografica che si fa argomento generale: la sua generazione, originaria delle aree interne irpine, è stata storicamente orientata a lasciare il territorio per ragioni di studio e lavoro. Savino inquadra la propria scelta di rientro e di avvio di un’azienda agricola come parte di una più ampia esigenza di modelli alternativi alla agricoltura intensiva, che secondo l’intervento non sarebbe in grado di sostenere la domanda alimentare globale prevista per il 2050.

L’intervento individua due ordini di problemi per le aree interne. Il primo è la mancanza di un orizzonte progettuale di lungo periodo, attribuita a una politica orientata alla scadenza elettorale piuttosto che alla pianificazione strutturale. Il secondo riguarda la sostenibilità economica delle filiere agroecologiche e biologiche, che secondo Savino devono ancora dimostrare piena autonomia economica, al di là della qualità del prodotto. Savino richiama il principio di Slow Food — “buono, pulito e giusto” — sottolineando che la componente ancora da consolidare è quella della giusta remunerazione, sia per il consumatore che per chi assume il costo della tutela ambientale e sociale.

Temi trasversali e nodi aperti

Letti nel complesso, gli interventi del convegno restituiscono alcuni nodi comuni che attraversano prospettive istituzionali, imprenditoriali e accademiche diverse tra loro:

  • Riconversione funzionale del patrimonio immateriale. Il riconoscimento UNESCO del 2019 viene sistematicamente presentato non come punto di arrivo simbolico, ma come premessa per un modello economico da costruire — turismo lento, filiere agroalimentari, gestione tecnologica del bestiame.
  • Squilibrio tra valore di filiera e tenuta della base produttiva. Più interventi convergono, con angolazioni diverse, sulla distanza tra la crescita del valore economico legato ai prodotti della pastorizia e la contrazione strutturale del numero di allevatori attivi sul territorio.
  • Deficit infrastrutturale e amministrativo. Le criticità segnalate da chi opera direttamente nel settore — sistemi informatici inadeguati, incongruenze normative nella movimentazione del bestiame — indicano una distanza tra la cornice di riconoscimento culturale e gli strumenti amministrativi concreti a disposizione degli operatori.
  • Domanda di ricambio generazionale, non di replica del modello tradizionale. Sia Di Niro sia Savino, da prospettive diverse, propongono una figura di operatore agricolo che integra competenze gestionali, tecnologiche e di accoglienza, distinta dalla figura tradizionale del pastore.
  • Cornice multilivello. Il convegno mette in relazione strumenti di scala molto diversa — un fondo ministeriale da 2 milioni di euro, un’iniziativa parlamentare nazionale, una designazione ONU di portata globale — senza che dagli interventi emerga un’articolazione chiara di come questi livelli debbano coordinarsi operativamente sul territorio.

Resta sullo sfondo, e non risolta dal convegno, la questione della scala temporale: gli strumenti istituzionali richiamati — fondo ministeriale, iniziativa parlamentare, Anno Internazionale ONU — operano su orizzonti e per importi molto diversi tra loro, e nessuno degli interventi affronta esplicitamente il tema di come si traducano, o se si traducano, in capacità di intervento effettiva sulle criticità operative descritte dagli allevatori presenti.

Convegno: “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio” — Santa Croce del Sannio. Relatori: Leonardo Ventura (Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale), Nicola Di Niro, Manuela Cozzi (La Porta dei Parchi), Nadia Savino (Slow Food Benevento), Gregorio Velasco (FAO), D’Eramo (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste).

ivinti.it — redazione

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