Transumanza e aree interne: dal patrimonio immateriale alla domanda di un modello economico

Convegni

Il convegno di Santa Croce del Sannio mette a confronto istituzioni, allevatori e ricerca su un nodo comune: la transumanza come infrastruttura di sviluppo, non come reperto da museo

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Si è svolto il 25 giugno 2026 a Santa Croce del Sannio il convegno “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio”, promosso nell’ambito del progetto “Tracce” sulla transumanza digitale (programma su tracce.cloud), occasione di confronto tra rappresentanti istituzionali, allevatori e ricercatori sul tema della transumanza come elemento di sviluppo per le aree interne del Mezzogiorno. Gli interventi, pur provenendo da prospettive distinte — istituzionale, imprenditoriale, accademica e internazionale — convergono su una tesi comune, che attraversa l’intero convegno: la transumanza non va trattata come reperto storico da tutelare in chiave museale, ma come infrastruttura economica e territoriale potenzialmente riattivabile.

La cornice istituzionale: dal riconoscimento UNESCO al fondo ministeriale

Ad aprire i lavori è Leonardo Ventura, direttore dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, che richiama il riconoscimento ufficiale della transumanza nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale UNESCO, ottenuto nel 2019. Ventura inquadra l’azione dell’Istituto come supporto tecnico ai progetti già in corso sul territorio, in particolare quelli promossi da Nicola Di Niro, e individua nella valorizzazione territoriale — più che nella sola salvaguardia della pratica tradizionale — l’obiettivo prioritario.

Sulla stessa linea si muove l’intervento del rappresentante del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (D’Eramo), che dà conto di uno strumento concreto già attivo: un fondo di 2 milioni di euro destinato ai comuni per il recupero di stazioni di sosta, masserie tratturali e rifugi pastorali. Viene inoltre segnalata un’iniziativa parlamentare per l’istituzione di un Fondo Nazionale delle Terre Rurali d’Italia, orientata alla conservazione delle competenze tecniche della pastorizia estensiva.

Il dato istituzionale più rilevante emerso dal convegno riguarda però una cornice internazionale, non nazionale: il 2026 è stato dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (International Year of Rangelands and Pastoralists), con risoluzione adottata il 15 marzo 2022 su iniziativa della Mongolia e con il sostegno di 68 paesi co-firmatari. La FAO è stata designata agenzia guida per l’attuazione del programma, lanciato formalmente a Roma il 3 dicembre 2025. Gregorio Velasco, intervenuto in rappresentanza della FAO, ha richiamato questa cornice come opportunità di visibilità politica per il settore pastorale, sottolineando che i sistemi pastorali sono presenti in oltre il 75% dei paesi del mondo, coinvolgono circa 200 milioni di persone e gestiscono una quota significativa della superficie terrestre globale, con funzioni ecosistemiche dirette — sequestro del carbonio, conservazione della biodiversità, prevenzione degli incendi.

La ricostruzione storica: dai faldoni della Provincia di Foggia alla rete UNESCO

L’intervento di Nicola Di Niro fornisce la chiave narrativa del convegno e ne spiega l’origine. Il racconto parte da un’osservazione diretta nel 2003 della transumanza ancora praticata dalla famiglia Colantuono tra Molise e Puglia — circa 450 bovini di razza podolica spostati a piedi secondo modalità tramandate da generazioni. Da quell’osservazione nasce una ricerca d’archivio: documentazione di fine Ottocento conservata negli archivi della Provincia di Foggia, che attesta in modo puntuale i percorsi dei tratturi storici. Secondo Di Niro, questi documenti dimostrano che la transumanza non costituiva solo una pratica pastorale, ma una rete geografica strutturata che collegava l’intero Mezzogiorno, dall’Abruzzo alla Puglia fino alla Calabria, e che ha influenzato la formazione di insediamenti urbani lungo i percorsi — tra gli esempi citati, Latina, Matera, Campobasso e Isernia.

Da questa ricerca documentale è derivato un progetto internazionale, con il coinvolgimento di Francia, Spagna, Grecia e Svezia, che ha condotto al riconoscimento UNESCO del 2019. Di Niro propone una lettura della transumanza non come pratica residuale, ma come modello da aggiornare attraverso strumenti tecnologici — monitoraggio satellitare o con drone degli spostamenti, sensoristica per il controllo sanitario del bestiame — funzionali a un’economia legata al turismo lento e alla valorizzazione di filiere agroalimentari di qualità, come il caciocavallo podolico. La proposta più esplicita riguarda il ruolo delle nuove generazioni, da intendersi non come continuatori della pastorizia tradizionale ma come gestori integrati del territorio, capaci di coniugare agricoltura, artigianato e accoglienza.

La voce degli allevatori: isolamento, burocrazia, squilibrio di filiera

Se la componente istituzionale e progettuale del convegno guarda al futuro, gli interventi degli allevatori restituiscono una fotografia più immediata delle criticità operative. Manuela Cozzi, attiva in Abruzzo da quasi cinquant’anni nell’economia pastorale delle aree marginali, individua nell’isolamento e nell’invecchiamento della popolazione di allevatori la fragilità principale del settore, con conseguenze dirette sulla tenuta economica e ambientale dei territori montani. Cozzi richiama inoltre la pressione concorrenziale di capi importati non soggetti agli stessi standard di benessere animale, e descrive ostacoli amministrativi concreti — sistemi informatici non adeguati alla gestione di transumanze verticali su larga scala, con incongruenze normative che complicano la movimentazione degli animali.

Un punto specifico merita di essere segnalato come dichiarazione della relatrice, da verificare indipendentemente prima di un eventuale utilizzo come dato consolidato: secondo Cozzi, il volume di vendita di arrosticini in Abruzzo supererebbe il miliardo di pezzi all’anno, a fronte di una drastica riduzione dei capi di bestiame effettivamente presenti sul territorio. Il punto, così come posto, serve a illustrare uno squilibrio di filiera — la crescita del business legato ai prodotti della pastorizia a fronte della contrazione del numero di allevatori — più che a fornire una misura statistica verificata.

Cozzi richiama infine un percorso normativo già avviato in Abruzzo circa trentacinque anni fa, con il riconoscimento legislativo di agricoltura biologica, fattorie didattiche e fattorie sociali, presentato come precedente di multifunzionalità agricola applicabile anche al contesto attuale.

Il nodo generazionale e la critica al modello agricolo intensivo

Nadia Savino, presidente di Slow Food Benevento e già collaboratrice FAO, porta nel convegno una prospettiva biografica che si fa argomento generale: la sua generazione, originaria delle aree interne irpine, è stata storicamente orientata a lasciare il territorio per ragioni di studio e lavoro. Savino inquadra la propria scelta di rientro e di avvio di un’azienda agricola come parte di una più ampia esigenza di modelli alternativi alla agricoltura intensiva, che secondo l’intervento non sarebbe in grado di sostenere la domanda alimentare globale prevista per il 2050.

L’intervento individua due ordini di problemi per le aree interne. Il primo è la mancanza di un orizzonte progettuale di lungo periodo, attribuita a una politica orientata alla scadenza elettorale piuttosto che alla pianificazione strutturale. Il secondo riguarda la sostenibilità economica delle filiere agroecologiche e biologiche, che secondo Savino devono ancora dimostrare piena autonomia economica, al di là della qualità del prodotto. Savino richiama il principio di Slow Food — “buono, pulito e giusto” — sottolineando che la componente ancora da consolidare è quella della giusta remunerazione, sia per il consumatore che per chi assume il costo della tutela ambientale e sociale.

Temi trasversali e nodi aperti

Letti nel complesso, gli interventi del convegno restituiscono alcuni nodi comuni che attraversano prospettive istituzionali, imprenditoriali e accademiche diverse tra loro:

  • Riconversione funzionale del patrimonio immateriale. Il riconoscimento UNESCO del 2019 viene sistematicamente presentato non come punto di arrivo simbolico, ma come premessa per un modello economico da costruire — turismo lento, filiere agroalimentari, gestione tecnologica del bestiame.
  • Squilibrio tra valore di filiera e tenuta della base produttiva. Più interventi convergono, con angolazioni diverse, sulla distanza tra la crescita del valore economico legato ai prodotti della pastorizia e la contrazione strutturale del numero di allevatori attivi sul territorio.
  • Deficit infrastrutturale e amministrativo. Le criticità segnalate da chi opera direttamente nel settore — sistemi informatici inadeguati, incongruenze normative nella movimentazione del bestiame — indicano una distanza tra la cornice di riconoscimento culturale e gli strumenti amministrativi concreti a disposizione degli operatori.
  • Domanda di ricambio generazionale, non di replica del modello tradizionale. Sia Di Niro sia Savino, da prospettive diverse, propongono una figura di operatore agricolo che integra competenze gestionali, tecnologiche e di accoglienza, distinta dalla figura tradizionale del pastore.
  • Cornice multilivello. Il convegno mette in relazione strumenti di scala molto diversa — un fondo ministeriale da 2 milioni di euro, un’iniziativa parlamentare nazionale, una designazione ONU di portata globale — senza che dagli interventi emerga un’articolazione chiara di come questi livelli debbano coordinarsi operativamente sul territorio.

Resta sullo sfondo, e non risolta dal convegno, la questione della scala temporale: gli strumenti istituzionali richiamati — fondo ministeriale, iniziativa parlamentare, Anno Internazionale ONU — operano su orizzonti e per importi molto diversi tra loro, e nessuno degli interventi affronta esplicitamente il tema di come si traducano, o se si traducano, in capacità di intervento effettiva sulle criticità operative descritte dagli allevatori presenti.

Convegno: “Pastorizia, Transumanze, UNESCO Beni Immateriali e Sviluppo Integrato del Territorio” — Santa Croce del Sannio. Relatori: Leonardo Ventura (Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale), Nicola Di Niro, Manuela Cozzi (La Porta dei Parchi), Nadia Savino (Slow Food Benevento), Gregorio Velasco (FAO), D’Eramo (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste).

ivinti.it — redazione

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