Attorno al massiccio: comunità, diaspora e voce civica nel Matese
I paesi del Matese non sono periferia per vocazione. Sono periferia per abbandono — di politiche, di infrastrutture, di voce. Esiste una risorsa dispersa che nessuna strategia istituzionale ha ancora pensato di convocare.
Nel parlare quotidiano di Raviscanina, fino a non molti anni fa, il giorno dopo si chiamava crai. Dal latino cras, domani. Un filo diretto con la lingua di Orazio, sopravvissuto nei secoli nei modi di dire di un borgo appenninico, senza mediazioni culturali, senza archivi: solo nella voce di chi viveva lì. Quel filo si sta spezzando. Non perché la lingua sia cambiata, ma perché le voci si sono diradate.
Per descrivere quello che è accaduto ai paesi del Matese interno negli ultimi quarant’anni esiste una parola precisa: diaspora. Non nel senso drammatico della fuga forzata, ma nel suo significato letterale — dispersione di una comunità che mantiene un legame con il luogo d’origine. Un legame che, nei piccoli comuni appenninici, è spesso più forte di quanto appaia in superficie. Lo si vede ogni agosto: le piazze tornano vive, le case si aprono, e poi si richiudono.
Il problema è che quel legame resta sentimentale e non diventa mai operativo. Le persone tornano, si commuovono, deplorano lo spopolamento — e ripartono. L’emozione non si trasforma in azione.
Il territorio che non si racconta come è
Raviscanina è classificata dall’ISTAT come comune periferico. Lo è anche la Strategia Nazionale Aree Interne a dirlo: il territorio dell’Alto Matese campano — 17 comuni della provincia di Caserta, 543 km², 36.323 abitanti al 31 dicembre 2024 — è interamente classificato come periferico secondo i parametri SNAI. Il 100% dei comuni è in area interna. Tra il 2012 e il 2022, Raviscanina ha perso il 16% della sua popolazione. Gallo Matese il 23,2%, Valle Agricola il 21,5%.
Questi numeri sono reali. Ma descrivono una condizione, non una destinazione.
La posizione geografica del Matese interno non è quella di una periferia strutturale. È un nodo — tra la Valle del Volturno e il Sannio molisano, tra il corridoio tirrenico e quello adriatico, tra il versante campano e quello molisano del massiccio. I nodi ferroviari di Vairano-Caianello e Venafro esistono. La Telesina esiste. Il problema non è la posizione: è la narrazione che si è costruita attorno ad essa, e la catena di scelte — infrastrutturali, istituzionali, economiche — che quella narrazione ha legittimato.
Per decenni, i Bacini di Impiego Forestale (BAIF) hanno tenuto in vita una microeconomia attraverso l’impiego massiccio di braccianti agricoli-forestali in un territorio a vocazione esclusivamente agricola. Quando quella forma di ammortizzatore sociale è venuta meno, non c’era nulla a sostituirla. I giovani che avrebbero potuto costruire qualcosa — un’impresa, una cooperativa, un’idea — erano già andati. Quelli che sono rimasti reggono il paese con la pensione degli anziani e con la gestione condivisa dei servizi comunali: Raviscanina non ha dipendenti propri, condivide le risorse con altri comuni in turnazione.
Cosa dice la SNAI
La Strategia Nazionale Aree Interne esiste per rispondere esattamente a questa condizione. L’Area Interna Alto Matese — con Piedimonte Matese come comune capofila — è inclusa nel ciclo SNAI 2021-2027. Il documento di strategia preliminare è stato approvato con DGR nel 2026. I fondi previsti ammontano a 4 milioni di euro di risorse nazionali più cofinanziamento regionale PR Campania FESR 2021-27. Gli interventi prioritari riguardano sanità (potenziamento ospedale di Piedimonte Matese, Case di Comunità a Piedimonte e Fontegreca), mobilità, istruzione.
È uno strumento che va nella direzione giusta. Ma presenta due limiti strutturali che è utile nominare.
Il primo: l’Accordo di Programma Quadro non era ancora sottoscritto a luglio 2026. Siamo in fase programmatoria. Tra la strategia preliminare approvata e i cantieri aperti, il percorso istituzionale è lungo e la storia delle aree interne insegna che la distanza tra i due punti non è mai breve.
Il secondo: la SNAI lavora sui servizi essenziali — sanità, scuola, mobilità. È corretto e necessario. Ma non risponde alla domanda più profonda: chi abita questi territori tra vent’anni? Con quale economia? Con quale voce nella governance delle scelte che li riguardano?
La risorsa che nessuno convoca
Esiste una risorsa dispersa che nessuna strategia istituzionale ha ancora pensato di convocare in modo sistematico: la diaspora.
Chi è partito da Raviscanina, da Gallo Matese, da Valle Agricola — e sono molti, i dati lo dicono — non ha reciso il legame con il territorio. Lo ha sospeso. Vive altrove, ha acquisito competenze, ha costruito reti. E porta dentro di sé un paesaggio interiore che la città non ha mai del tutto sostituito.
Il modello classico del comitato civico presuppone la presenza fisica: persone che si riuniscono in un luogo, che conoscono i vicini, che partecipano alle assemblee. In un paese che ha perso il 16% della popolazione in dieci anni, questo modello è difficile da sostenere. Ma esiste un’alternativa: un comitato distribuito, che lavora prevalentemente in remoto, con un presidio fisico locale per l’interlocuzione istituzionale e un contributo intellettuale a distanza da parte di chi è partito.
Non è fantascienza. È quello che fanno già molte comunità della diaspora con i loro paesi d’origine. La connettività — per quanto ancora migliorabile nel Matese interno — esiste. Le piattaforme di collaborazione esistono. Quello che manca è il dispositivo che converte il sentimento in azione: un luogo riconoscibile, con una forma giuridica leggera (un’associazione non riconosciuta, ai sensi degli artt. 36-38 del Codice Civile, non richiede notaio né registrazione), con un metodo dichiarato e un obiettivo misurabile.
Il metodo proposto è esattamente questo: Nullius in Verba. Nessuna assunzione data per scontata. Nessun ottimismo di facciata. I problemi si documentano, si misurano, si portano all’attenzione con i dati — non con le lamentele. Le soluzioni si propongono con la stessa disciplina: verificabili, misurabili, coerenti con le risorse disponibili.
Un comitato civico formalmente costituito ha prerogative che il singolo individuo non ha: diritto di accesso agli atti strutturato (L. 241/1990), legittimazione a presentare osservazioni nei procedimenti urbanistici, interlocuzione istituzionale riconosciuta, possibilità di sottoscrivere protocolli d’intesa con il Comune. Non è un’alternativa all’amministrazione: è un contributo ad essa, nella forma più trasparente possibile.
L’invito
Questo pezzo è una visione dichiarata, non un programma. Non c’è ancora un comitato. Non c’è ancora un elenco di persone disponibili. C’è una domanda aperta — la stessa che chi scrive si fa ogni giorno: dove sono i tre, i cinque, i dieci che potrebbero sedersi attorno a un tavolo, anche virtuale, anche a distanza?
Se hai lasciato uno di questi paesi e il legame non si è del tutto spezzato — se leggi queste righe da Roma, da Milano, da Bruxelles, da qualunque posto dove sei arrivato portando dentro un pezzo di questo territorio — questa è anche una domanda per te.
Cras non è solo domani. È il tempo in cui si decide se tornare — non necessariamente con i piedi, ma con la testa e con le mani.
riferimenti
Fonti e riferimenti
- Regione Campania / Europa Campania, Area Interna Alto Matese — Strategia Preliminare d’Area, approvata con DGR n. 3602 del 2026 — europa.regione.campania.it/area-interna-alto-matese/
- Dipartimento per le Politiche di Coesione, Rapporto di Istruttoria — Regione Campania, Area Alto Matese, ciclo SNAI 2021-2027 — politichecoesione.governo.it
- ISTAT, dati demografici comunali serie 2012-2022 — demo.istat.it
- Codice Civile, artt. 36-38 (associazioni non riconosciute)
- L. 7 agosto 1990 n. 241, art. 22 e ss. (diritto di accesso agli atti)