Ricerca:
LIFE Bear-Smart Corridors

Il convegno finale del LIFE Bear-Smart Corridors (Pescasseroli, 20 settembre 2026) letto dal versante del Matese: un modello di preparazione dei territori di destinazione, e la domanda rimasta senza risposta su chi prepara il Matese.

Pescasseroli, 20 settembre 2026. Nella tensiostruttura che ospita la ventinovesima conferenza dell’International Association for Bear Research and Management (IBA) si chiude, con una mattinata di relazioni e tre tavole rotonde, il progetto LIFE Bear-Smart Corridors. Quattro anni di lavoro, un budget dichiarato di 5.855.000 euro cofinanziato al 75% dall’Unione Europea, sedici «comunità a misura d’orso» costruite tra Abruzzo, Lazio e Molise e due in Grecia. Il tema del progetto è la coesistenza: preparare i territori attraversati dall’orso — dentro e fuori le aree protette — a convivere con la sua presenza. Lo seguiamo da un punto di osservazione preciso, quello del Matese, dove un Parco nazionale è stato istituito per legge ma non esiste ancora come ente, e dove l’orso, secondo quanto detto in questa stessa sala dal direttore del Parco d’Abruzzo, è atteso.

Il modello: preparare il territorio prima del conflitto

Il progetto nasce, ha ricordato Mario Cipollone (Salviamo l’Orso / Rewilding Apennines), da un modello nordamericano — il Bear Smart canadese — importato in Appennino centrale. La logica è rovesciata rispetto alla gestione tradizionale dell’emergenza: non si riuniscono le comunità quando l’orso ha già fatto danni, ma prima, quando l’orso ancora non c’è, per prevenire il conflitto. I numeri dichiarati a consuntivo eccedono gli obiettivi: oltre 5.000 alberi da frutto recuperati su 622 ettari, 82.000 metri di filo spinato rimossi, 707 dispositivi di prevenzione consegnati a 693 aziende zootecniche, 153 cassonetti a prova d’orso, 27 strutture idriche pericolose messe in sicurezza, 90 interventi urgenti delle unità di pronto intervento. Il partner greco Spiros Psaroudas (Callisto) ha riportato per la Grecia dati speculari, aggiungendo un elemento che qui è restato più in ombra: l’opposizione del progetto a dodici impianti eolici, due dighe e un impianto solare individuati come minacce ai corridoi.

Il cuore del lascito, però, è la governance. Valerio Reale (Rewilding Apennines) e Antonio Di Nunzio (PNALM) hanno illustrato l’architettura: un protocollo d’intesa di nove anni firmato dal Comune, un comitato locale che resta in carica quattro anni — uno per redigere il piano di coesistenza, tre per attuarlo — e un piano di coesistenza che ogni Consiglio comunale è chiamato ad approvare. È qui che il progetto ancora sé stesso in atti formali: delibere, protocolli, piani votati in aula. «Il parco c’era cento anni fa, c’è oggi e ci sarà tra cento anni — ha detto Di Nunzio — un’associazione può esserci fino a domani»: la differenza tra ente e associazione, presentata non come limite ma come complementarità.

La sessione istituzionale: responsabilità, risorse, continuità

La tavola rotonda conclusiva, moderata da Valeria Barbi (Salviamo l’Orso), ha riunito il commissario straordinario del PNALM Giovanni Cannata, il responsabile dell’area gestione e conservazione della fauna dell’ISPRA Piero Genovesi e il sindaco di Opi e presidente facente funzione della Comunità del Parco Antonio Di Santo. Tre le parole chiave indicate da Barbi: responsabilità, risorse, continuità.

Cannata ha proposto di superare la formula stessa che dà il nome al progetto: da «comunità a misura d’orso» a «comunità a misura di biodiversità», coerente con l’idea di corridoio. Sul futuro delle comunità ha posto un distinguo netto: «istituzionalizzazione sì, ma non burocratizzazione», ancorando il modello alla rete dei sindaci e al Consiglio comunale. Ha ricordato che il Parco d’Abruzzo dispone già di strumenti — il Piano del Parco, ora legge, e il Piano socioeconomico — che «tracciano le cose da fare e con chi». E ha annunciato la volontà di coinvolgere pienamente il Comune di Pizzone, sul versante molisano, dopo un incontro recente con gli amministratori della Regione Molise.

Genovesi ha portato in sala la variabile che attraversa tutto il resto: le risorse. «L’ISPRA ha avuto un taglio dei fondi, non abbiamo soldi per gli stipendi»; tagli che hanno colpito anche i parchi. La sua tesi: la sfida futura dell’orso «è soprattutto fuori dai parchi», dove i parchi funzionano da catalizzatori ma non bastano, e servono le Regioni e legami strutturati con i sindaci — «purché l’ingresso dei territori nei consigli direttivi non riduca l’ambizione della conservazione». Coesistenza, ha aggiunto, «è una brutta parola»: significa costi, compromessi, scelte difficili, non l’immagine rassicurante di una convivenza senza attriti.

Di Santo ha riportato la coesistenza alla sua radice storica: il 2 ottobre 1921 Opi fu il primo Comune a concedere cento ettari al parco nascente, contro chi in Consiglio voleva tagliare e vendere il bosco; e all’origine di quella scelta cita Don Alessandro Orsino e l’influenza di Benedetto Croce. La conservazione come «atto morale» e, insieme, come opportunità socio-economica: senza il Parco, ha detto, questo territorio sarebbe oggi più spopolato.

La domanda dal Matese

È a questo punto che abbiamo posto, dalla sala, la domanda che ci interessa. Il Matese è il territorio di destinazione più prossimo di questa espansione: un Parco nazionale istituito per legge nel 2017, oggi in gestione provvisoria, ancora privo del decreto del Presidente della Repubblica che ne costituisca l’ente. Nel maggio 2025 a Pizzone è stata segnalata una cucciola di orso. La domanda: quando un territorio non ha gli strumenti che avete voi in Abruzzo — quando non ha personalità giuridica e non può nemmeno acquistare una risma di carta — che cosa succede all’arrivo dell’orso?

La risposta del direttore del PNALM, Luciano Sommarone, ha riconosciuto che il processo ventennale di istituzione del Parco del Matese «grida vendetta», e ha collocato ufficialmente il Matese «tra le direttrici» dell’espansione dell’orso: «sarà la prossima via di sbocco», lungo la Valle del Volturno verso l’alto Molise. Sul piano delle risorse ha anticipato che «nel bilancio 2027 del Ministero dell’Ambiente c’è una fetta destinata al Parco nazionale del Matese», aggiungendo però che «quella torta è sempre la stessa»: una fetta più piccola per tutti. L’ISPRA, per bocca di Genovesi, ha chiarito di non avere competenza sul punto: «il decreto lo fa il Ministero».

Gap dichiarati. Due affermazioni raccolte in questa sede restano da riscontrare su fonte primaria prima di poter essere trattate come fatti acquisiti: (1) l’assegnazione di una quota del bilancio 2027 del Ministero dell’Ambiente al Parco nazionale del Matese — a oggi una dichiarazione verbale, non un atto pubblicato; (2) la segnalazione di una cucciola di orso a Pizzone nel maggio 2025. Entrambe saranno oggetto di verifica documentale.

La risposta è stata, sul merito, evasiva. La domanda riguardava il vuoto istituzionale — l’assenza dell’ente, degli strumenti, della personalità giuridica — nel territorio verso cui l’orso è dichiaratamente diretto. Le risposte hanno spostato il piano altrove: sulla disponibilità di risorse future e sull’inevitabilità biologica dell’espansione. È una torsione che vale la pena registrare, perché rovescia il senso stesso del convegno. L’intera giornata è stata il racconto di come si prepara un territorio di destinazione — con comitati, piani votati in aula, mappature del rischio, unità di pronto intervento. Alla domanda sul territorio di destinazione che non è preparato e non ha nemmeno l’ente, la risposta è stata «arrivano i soldi e arriva l’orso»: il problema riformulato come rassicurazione. Le competenze per rispondere nel merito erano sul palco — è l’ISPRA stessa a certificare, nel proprio Repertorio del 31 marzo 2026, il Parco del Matese in «fase zero» — ma il merito non è stato affrontato.

Ciò che mancava in sala

Il convegno ha registrato, più volte e anche dal pubblico, un’assenza: nessun rappresentante delle Regioni, definita in sala «gravissima» proprio nel momento in cui si discuteva del ruolo che le Regioni dovrebbero assumere. È il rovescio della tesi di Genovesi: la sfida si sposta fuori dai parchi, verso le Regioni, mentre le Regioni non erano al tavolo. Anche il mondo della scuola e dell’università è stato segnalato come assente all’evento, pur a fronte delle collaborazioni attive del Parco con tredici istituti comprensivi.

Resta, come nota di contesto, un dettaglio che stride con l’organizzazione altrimenti impeccabile della giornata — impianti di proiezione e sonorizzazione perfettamente funzionanti, relatori a proprio agio con gli strumenti: il parcheggio esterno alla struttura è rimasto inutilizzato per l’intera durata, con la via di accesso transennata, costringendo i partecipanti agli stalli a pagamento del Comune di Pescasseroli, a tariffa piena.

Che cosa resta al Matese

Il LIFE Bear-Smart Corridors consegna un modello replicabile: preparare i territori prima del conflitto, ancorare la coesistenza in atti formali, riconoscere che l’orso sopravvivrà solo se le pratiche usciranno dai confini dei parchi. Ed è proprio questa la misura di ciò che al Matese manca. Il modello presuppone un ente che firmi protocolli, un Consiglio comunale che voti piani, una struttura che spenda risorse e coordini interventi. Il Parco nazionale del Matese, dichiarato «tra le direttrici» dell’espansione dell’orso, non ha ancora nulla di tutto questo. Il convegno di Pescasseroli ha mostrato, meglio di qualunque documento, la distanza tra un territorio che si prepara e un territorio verso cui l’orso è atteso senza che nessuno lo prepari. Su questa distanza torneremo, con gli approfondimenti della miniserie e con le domande che rivolgeremo direttamente ai relatori.

Le dichiarazioni riportate sono tratte dalla registrazione integrale del convegno effettuata dall’Osservatorio. Le figure di rilievo istituzionale sono citate per nome; alcune figure minori intervenute sono indicate con il solo ruolo, in attesa di riscontro. I dati numerici del progetto sono quelli dichiarati dai relatori in sede di convegno.

Condividi Facebook WhatsApp
Il territorio prima del parco: substrato economico e struttura del credito nei 54 comuni del Matese
I magnifici cinque · Chioma A

Prima di chiedersi cosa farà il Parco Nazionale del Matese a questo territorio, occorre capire su cosa si abbatte. Un’analisi del substrato economico dei 54 comuni del perimetro: redditi, credito, struttura fondiaria. Il risultato è un territorio che arriva all’istituzione del parco già in avanzata fase di fragilizzazione — e che non ha gli strumenti finanziari per rispondere né ai vincoli né alle opportunità che il parco porta con sé.

Analisi Chioma A Parco Nazionale del Matese Economia Osservatorio dei Vinti · settembre 2026

Il Parco Nazionale del Matese è stato istituito nel 2018 con l’inserimento in lista alla legge di bilancio. Il decreto di perimetrazione definitiva (D.M. 101/2025) disegna un territorio di 87.898 ettari distribuiti su 54 comuni, 31 in Campania (province di Caserta e Benevento) e 23 in Molise (province di Campobasso e Isernia). Al settembre 2026 non esiste ancora un ente parco costituito, non esiste un Piano del Parco, non esiste un Piano di Sviluppo Socioeconomico. Quello che esiste sono le misure di salvaguardia provvisorie del decreto, cinque ricorsi pendenti al TAR Lazio con udienza di merito al 17 dicembre 2026, e un comitato provvisorio nominato con decreto ministeriale.

Questa miniserie ha già documentato il blocco istituzionale. Questo pezzo della Chioma si occupa di qualcosa di diverso: il territorio su cui quel blocco si è abbattuto. Non la governance mancante, ma il substrato economico preesistente. La domanda è semplice: quando il parco è stato istituito, cosa c’era sotto?

La struttura del reddito nei 54 comuni

I dati IRPEF 2022 del Ministero dell’Economia e delle Finanze per i 54 comuni del perimetro PNM restituiscono un quadro che può essere letto su due livelli: le medie aggregate, che dicono poco, e la distribuzione, che dice tutto.

Il reddito medio ponderato per contribuente è 16.261 euro sul versante campano (31 comuni) e 16.133 euro sul versante molisano (23 comuni). Un delta di 128 euro — praticamente irrilevante in termini di confronto inter-versante. Se ci si fermasse qui, si concluderebbe che i due versanti sono economicamente omogenei.

Indicatore Versante campano (31 comuni) Versante molisano (23 comuni)
Contribuenti totali 58.618 36.153
Reddito complessivo 953.068.369 € 583.198.199 €
Reddito medio ponderato 16.261 € 16.133 €
Mediana reddito medio 15.457 € 14.569 €
Comune con reddito minimo Valle Agricola: 11.202 € Limosano: 11.343 €
Comune con reddito massimo Telese Terme: 20.222 € Ferrazzano: 24.105 €

Fonte: MEF/Dipartimento delle Finanze, anno d’imposta 2022. Elaborazione ivinti.it.

Il dato significativo non è la media — è la distribuzione per fasce. Il versante molisano concentra il 48% dei propri comuni nella fascia 13.000-15.000 euro di reddito medio, contro il 26% del versante campano. Il versante campano ha invece il 48% dei comuni nella fascia 15.000-17.000 euro, contro il 22% del molisano. I due versanti non sono omogenei: hanno la stessa media con distribuzioni strutturalmente diverse.

Nota metodologica — outlier strutturali Il versante molisano include quattro comuni periurbani del capoluogo regionale (Ferrazzano 24.105€, Oratino 20.398€, Ripalimosani 18.729€, Matrice 13.979€) il cui reddito riflette la vicinanza a Campobasso, non la struttura economica del territorio montano. Il versante campano include due poli di servizi (Telese Terme 20.222€, Piedimonte Matese 19.020€) con dinamiche analoghe. Esclusi gli outlier strutturali, il reddito ponderato del territorio montano puro è 15.168€ sul versante campano e 14.858€ sul versante molisano: un delta di 310€ (–2%) che conferma la sostanziale parità assoluta e la differenza distributiva.

La fascia che non parla dei redditi ma del lavoro

La concentrazione del versante molisano nella fascia 13.000-15.000 euro non è casuale. È la fascia di reddito compatibile con una struttura occupazionale mista: pensione di anzianità o invalidità integrata da lavoro stagionale part-time, oppure lavoro dipendente agricolo a giornata. Non è la fascia della povertà assoluta — è la fascia dell’economia di sussistenza organizzata.

Il termine di riferimento storico è il sistema dei Bacini di Impiego Artigianale e Forestale — i BAIF — che per decenni ha distribuito in questi territori giornate lavorative finanziate con fondi pubblici (regionali e nazionali) in attività di sistemazione idrogeologica, manutenzione boschiva, piccole opere. Il sistema BAIF non produceva impresa: produceva reddito integrativo per famiglie che non avrebbero avuto altro. Produceva anche dipendenza strutturale dalla spesa pubblica come fonte primaria di liquidità locale.

Statuto del dato — inferenza dichiarata Il collegamento tra la distribuzione IRPEF 2022 e la struttura BAIF è un’ipotesi interpretativa, non un dato verificato. La verifica richiederebbe la serie storica IRPEF per comune dal 2000 al 2022 (che mostrerebbe il percorso, non solo il punto di arrivo) e i dati INPS sulle giornate di lavoro agricolo dipendente per comune e anno. Entrambi i dataset sono tecnicamente disponibili su fonti pubbliche (MEF, INPS Open Data) ma non sono stati estratti per questa analisi — gap dichiarato. Il dato IRPEF 2022 è coerente con l’ipotesi, non la dimostra.

Il credito che non c’è

La struttura del reddito è solo una metà del quadro. L’altra metà è la struttura del credito — lo strumento che trasforma il reddito presente in investimento futuro e che permette a un operatore economico di crescere oltre la propria liquidità immediata.

Nel campione omogeneo dei 54 comuni del perimetro PNM non è presente alcuna BCC — Banca di Credito Cooperativo — o Cassa Rurale su nessuno dei due versanti. Le banche presenti sono tutte banche commerciali ordinarie: BPER Banca a Cerreto Sannita, Banca Credito Attivo ad Alife e Faicchio, Banca Popolare di Puglia e Basilicata a Frosolone, UniCredit a Vinchiaturo. Le BCC che gravitano nell’area hanno sede in comuni fuori dal perimetro PNM montano.

La distinzione non è tecnica — è strutturale. Le BCC praticano il relationship lending: la valutazione del rischio di credito basata sulla conoscenza diretta del richiedente e del territorio, sulla storia pluriennale del rapporto, sulla capacità di leggere asset che un istituto commerciale non sa valutare (un fondo agricolo, un agriturismo in avvio, una filiera corta). Le banche commerciali ordinarie applicano modelli standardizzati che su questo territorio producono quasi sistematicamente esito negativo: nessuna storia creditizia nel turismo esperienziale, nessuna garanzia reale adeguata, nessuna massa critica di operatori che abbiano già dimostrato redditività nel segmento.

Il mercato assicurativo è quasi inesistente: 9 intermediari in 5 comuni campani del perimetro, 2 in 2 comuni molisani. L’assenza di assicuratori non è un indicatore secondario — è la conferma che non c’è massa critica di attività formali da assicurare.

Gap dichiarato — A.1 La serie storica delle imprese attive per settore ATECO a livello comunale (fonte: Infocamere/Movimprese) per i 54 comuni del perimetro PNM non è stata estratta per questa analisi. Quella serie è il dato necessario per misurare la diversificazione produttiva effettiva e per verificare se e quanto il turismo esperienziale abbia prodotto impresa formale nel territorio negli ultimi 15 anni. Il dato è disponibile su fonti pubbliche — il gap è operativo, non strutturale.

La terra che si compra

Al convegno del GAL Alto Casertano del 16 settembre 2026 a Piedimonte Matese, il presidente di AmicoBIO — azienda biologica con 500 ettari operativa tra i comuni dell’Alto Casertano — ha descritto così il processo di acquisizione fondiaria della propria azienda:

«Noi continuiamo a gestire questi 130 ettari e sono stati tutti rilevati da persone anziane che avevano deciso oramai di vendere perché oramai i terreni erano abbandonati. E questo lo dico veramente con una ferita nel cuore, perché vedere ancora lì intorno alla mia azienda tanti terreni ancora abbandonati mi fa capire che c’è tanto da fare.»

Dichiarazione pubblica al convegno “Marchio d’Area e digitalizzazione dell’offerta turistica”, Piedimonte Matese, 16 settembre 2026. Registrazione audio originale in archivio ivinti.it.

La dichiarazione non era intenzionalmente analitica — era una testimonianza di imprenditore. Ma descrive con precisione il meccanismo in atto: il territorio è già in fase di svalutazione avanzata degli asset fondiari. Proprietari anziani, eredi lontani o assenti, terreni incolti, prezzi depressi. Chi ha liquidità propria — indipendente dal sistema creditizio locale — compra. Chi non ce l’ha lascia incolto e aspetta.

Il risultato non è l’abbandono totale: è la concentrazione fondiaria progressiva in mano ai soggetti che hanno già raggiunto una dimensione economica sufficiente a operare in autonomia dal mercato del credito locale. Il latifondo non scompare — si riforma, silenziosamente, attraverso l’acquisizione di terre sottovalutate da parte di chi ha la liquidità per farlo.

AmicoBIO gestisce 500 ettari, è riconosciuta come Organizzazione di Produttori dal 2016, ha un allevamento di Nero Casertano e di Marchigiana. Non ha bisogno del marchio GAL per esistere sul mercato — lo può usare per consolidare una visibilità che ha già costruita con asset propri. L’agriturismo piccolo, il produttore artigianale, il borgo che vuole aprirsi al turismo lento: questi non compaiono né nella tavola rotonda del convegno né — presumibilmente — tra i primi aderenti al marchio, perché non hanno la liquidità per adeguarsi agli standard volontari che il marchio richiede.

Il circolo che non si chiude

Il quadro che emerge dalla sovrapposizione di questi elementi è coerente. Il territorio del PNM arriva all’istituzione del parco con una struttura economica caratterizzata da redditi bassi e poco diversificati, assenza di credito cooperativo rurale capace di finanziare l’investimento locale, un mercato fondiario in fase di svalutazione che premia i soggetti già capitalizzati, e una storia di dipendenza dalla spesa pubblica come fonte primaria di liquidità.

Su questo substrato si abbatte un parco senza ente, senza piano, senza strumenti di sviluppo socioeconomico — e con misure di salvaguardia che vincolano le attività produttive senza che esista un interlocutore istituzionale capace di interpretarle, applicarle o dialogare con gli operatori. Il GAL Alto Casertano risponde con un marchio territoriale e una DMO con riconoscimento regionale provvisorio. Sono strumenti reali, costruiti con cura tecnica. Ma sono strumenti che presuppongono operatori capaci di adeguarsi a standard volontari, portali digitali che funzionano dove la connettività esiste, una massa critica di adesioni che richiede una base di piccole imprese formalizzate che questo territorio non ha ancora.

La domanda che nessun convegno ha posto — al GAL come al comitato provvisorio del parco — è quella più semplice: con quale sistema creditizio un piccolo operatore di questo territorio può finanziare l’adeguamento agli standard del marchio? La risposta non è in nessun documento di progetto esaminato per questa analisi.


Fonti e dati

  • MEF/Dipartimento delle Finanze, Analisi statistiche — Dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche, anno d’imposta 2022. Dati per comune estratti su finanze.gov.it/finanze/analisi_stat/.
  • D.M. 101/2025 — perimetrazione definitiva PNM, elenco 54 comuni e relativa zonizzazione.
  • Analisi BAIF/credito cooperativo: rilevazione sportelli bancari per comune su fonti Banca d’Italia e siti istituzionali degli istituti. Metodo: campione omogeneo dei comuni interni al perimetro PNM montano (esclusi poli di servizi e comuni periurbani capoluogo).
  • Dichiarazione AmicoBIO: registrazione audio del convegno “Marchio d’Area e digitalizzazione dell’offerta turistica”, Piedimonte Matese, 16 settembre 2026. Archivio ivinti.it. Attribuzione verificata su audio originale.
  • Dati struttura ricettiva e mercato assicurativo: rilevazione per comune su Infocamere, anno 2024.

Gap dichiarati

  • Gap A.1 — Serie storica imprese attive per settore ATECO/comune (Movimprese/Infocamere) per i 54 comuni del perimetro: non estratta. Necessaria per misurare la diversificazione produttiva effettiva e la presenza di impresa formale nel turismo esperienziale.
  • Gap A.2 — Serie storica IRPEF per comune 2000-2022: non estratta. Necessaria per verificare il percorso di formazione della struttura reddituale, non solo il punto di arrivo 2022.
  • Gap A.3 — Dati INPS giornate lavoro dipendente agricolo per comune e anno: non estratti. Necessari per la verifica diretta dell’ipotesi BAIF come fonte storica di reddito integrativo.
Condividi Facebook WhatsApp
GAL Alto Casertano: marchio d’area e DMO a Piedimonte Matese
Convegni

Il GAL Alto Casertano presenta il marchio territoriale e il portale digitale. Un anno di lavoro, un riconoscimento regionale provvisorio della DMO, una sala piena. E il sindaco del Comune ospitante che non c’è.

Convegni GAL Alto Casertano Parco Nazionale del Matese DMO Osservatorio dei Vinti · 16 settembre 2026

Mercoledì 16 settembre 2026, ore 18. L’aula consiliare del Comune di Piedimonte Matese ospita la presentazione ufficiale del marchio d’area dell’Alto Casertano e del portale web dedicato alla promozione del territorio, nell’ambito del Progetto Complesso di Comunità Un Turismo Smart per Riscoprire l’Alto Casertano promosso dal GAL Alto Casertano.

La sala è piena. Ci sono sindaci, consiglieri, il presidente della Comunità Montana, una nutrita delegazione polacca dalla regione della Mazovia, l’assessore regionale all’Agricoltura Maria Carmela Serluca, il presidente del Comitato di gestione provvisoria del Parco Nazionale del Matese. Non c’è il sindaco di Piedimonte Matese, Vittorio Civitillo, che figura nel programma tra i saluti istituzionali. Il Comune di Piedimonte Matese è capofila della SNAI Alto Matese campana. La sua assenza viene registrata dal moderatore con una formula neutra prima di passare la parola al presidente del GAL.

Correzione del 1° ottobre 2026. Nella versione originale di questo articolo, tra i presenti in sala era indicato «il presidente del Parco Nazionale del Matese». La dicitura corretta è «il presidente del Comitato di gestione provvisoria del Parco Nazionale del Matese»: l’Ente Parco non è ancora costituito e il Comitato, nominato con D.M. n. 238 dell’11 agosto 2025, resta in carica fino all’emanazione del decreto del Presidente della Repubblica istitutivo del Parco e all’individuazione del relativo Ente (art. 1, comma 3).

Il progetto

Il GAL Alto Casertano presenta due strumenti: il marchio territoriale Alto Casertano e un portale web dedicato alla promozione del territorio. Sono il prodotto di un anno di lavoro avviato a settembre 2025, quando due eventi pubblici a Piedimonte Matese e Formicola avevano lanciato il Progetto Complesso di Comunità davanti al territorio.

Il marchio non è un semplice logotipo. Secondo la documentazione distribuita in sala — curata da Carlo Hausmann per FASTO Innovazione, la startup innovativa partner del GAL — si tratta di un “marchio di comportamento”: non certifica l’origine geografica di un prodotto ma il modo in cui imprese e operatori si prendono cura del territorio e di chi lo visita. Dieci ambiti tematici, due livelli di adesione (base ed eccellenza), un codice volontario di valori che include sostenibilità ambientale, economia circolare, qualità dell’accoglienza, valorizzazione delle produzioni locali. Il portale è pensato come porta digitale di accesso al territorio, con QR code per la verifica in loco dei requisiti del marchio.

Durante l’intervento del presidente Francesco Imperadore emerge un dato rimasto sottotraccia nella comunicazione precedente all’evento: all’inizio di settembre 2026 il GAL ha ottenuto dalla Regione Campania il riconoscimento provvisorio della DMO — Destination Management Organization — denominata Alto Casertano Campania Antica, che aggrega 52 comuni più 3 aggregati. La governance della DMO è descritta da Imperadore come “struttura pubblica e professionale a regia del GAL”.

La presentazione: luci e ombre

La parte tecnica della serata lascia qualche perplessità. Le relazioni dei tecnici — due presentatori, la cui attribuzione degli interventi non sempre risultava chiara dalla platea — si scontrano con difficoltà esecutive difficili da ignorare in un convegno dedicato al turismo smart e alla digitalizzazione dell’offerta. Le diapositive, dense di testo e poco leggibili dalla platea, tradiscono una preparazione pensata per la lettura ravvicinata più che per la proiezione pubblica. La gestione dell’audio si rivela problematica per tutta la durata dell’evento: gli interventi sono spesso difficili da seguire anche per chi è presente in sala, con conseguenze dirette sulla qualità della registrazione e quindi sulla possibilità di una resa fedele dei contenuti tecnici presentati.

Non è un dettaglio marginale. Un progetto che pone la digitalizzazione al centro della propria strategia e che promette una “porta digitale di accesso al territorio” chiede agli operatori che intende certificare uno standard di comunicazione e accoglienza digitale. La difficoltà a gestire una presentazione in un’aula consiliare con strumentazione di base è una contraddizione che la platea registra in silenzio.

I gadget del territorio esposti in sala — taccuini, shopper, t-shirt, zaini — avrebbero dovuto incarnare secondo il documento di progetto gli “artefatti dell’identità”, oggetti sostenibili e coerenti con i valori del marchio. L’impressione visiva è più vicina a quella di un merchandising promozionale standard, senza particolari elementi di distinzione rispetto alla produzione ordinaria di questo tipo di oggetti.

La platea e il sindaco assente

La composizione della tavola rotonda con gli operatori del territorio racconta qualcosa di non intenzionale. Sul palco siedono AmicoBIO di Capua — 500 ettari di biologico, Organizzazione di Produttori riconosciuta dal 2016 —, l’Agriturismo Le Campestre di Castel di Sasso con il suo Presidio Slow Food del Conciato Romano, e l’Azienda Agricola Letizia di Pietramelara, che ha dichiarato una produzione di 59 milioni di chilogrammi di latte bufalino nell’anno precedente trasformato in Mozzarella di Bufala Campana DOP biologica. Franco Pepe di Pepe in Grani a Caiazzo, annunciato in programma, non è presente.

Sono realtà che non hanno bisogno del marchio GAL per esistere sul mercato. Hanno già dimensione, riconoscimento e asset propri. La loro presenza certifica il progetto ma non risponde alla domanda centrale: cosa succede all’agriturismo piccolo, al produttore artigianale, al borgo che vuole aprirsi al turismo lento e che non ha la liquidità per adeguarsi agli standard volontari del marchio?

La risposta non arriva dalla platea, che ascolta in silenzio senza interventi dal basso. Arriva invece, in modo indiretto, dall’assessore Serluca nelle conclusioni, quando cita l’Alto Adige come modello: un territorio dove non si trova un prodotto che non sia del territorio. L’Alto Adige funziona perché ha raggiunto una massa critica costruita in decenni. Il tema della massa critica, e degli strumenti finanziari necessari a raggiungerla, non viene nominato in nessun intervento della serata.

L’assenza del sindaco Civitillo resta la nota istituzionale più significativa. Piedimonte Matese ospita l’evento nella sua sala consiliare ed è capofila della SNAI Alto Matese campana — il programma parallelo con 4 milioni stanziati e accordo di programma non ancora sottoscritto. Due strumenti che insistono sullo stesso territorio senza che i rispettivi protagonisti si siedano allo stesso tavolo.

Cosa resta

Il GAL Alto Casertano ha prodotto in un anno di lavoro qualcosa di concreto: un sistema di marchio concettualmente solido, un portale digitale, una DMO con riconoscimento regionale provvisorio che aggrega 52 comuni. Il presidente Imperadore cita esplicitamente l’istituzione del Parco Nazionale del Matese come condizione favorevole al posizionamento del territorio. La delegazione polacca del GAL Zalew Zegrzyński, presente con sindaci e consiglieri regionali, testimonia un rapporto di cooperazione transnazionale già formalizzato che va oltre la visita di cortesia.

Tuttavia la serata lascia aperte le domande che contano. Il marchio è uno strumento volontario senza coercizione: funziona se gli aderenti sono già motivati e hanno le risorse per adeguarsi agli standard. La DMO ha un riconoscimento provvisorio ma nessuno chiarisce in sala che struttura di governance abbia oltre la “regia del GAL”. Il Parco Nazionale del Matese, citato come attore complementare, non ha ancora un ente operativo e le sue misure di salvaguardia si sovrappongono ad attività che il marchio intende certificare. Il tema del credito e della capacità finanziaria dei piccoli operatori — la condizione necessaria perché il sistema raggiunga la massa critica che lo rende sostenibile — non viene nominato.

Il secondo appuntamento di dibattito, annunciato dal moderatore in chiusura come necessario per ragioni di tempo, dovrà rispondere a queste domande. Per ora il territorio ha un marchio. Resta da vedere chi lo indosserà.


Note

  • Convegno registrato. La trascrizione automatica presenta distorsioni significative dovute alla qualità dell’audio in sala; le citazioni dirette attribuite ai relatori sono state verificate sull’audio originale prima della pubblicazione.
  • Documentazione di sala: Schede di approfondimento GAL Alto Casertano, 16 settembre 2026; Carlo Hausmann / FASTO Innovazione, Il sistema del marchio Alto Casertano: identità, architettura sistemica e marchio di comportamento per una destinazione integrata.
  • DMO Alto Casertano Campania Antica: riconoscimento provvisorio Regione Campania, settembre 2026.
Condividi Facebook WhatsApp
Il Sannio che non ha smesso di cercarsi
Visioni

Dal 24 al 26 settembre 2026 Campobasso ospita la finale nazionale delle Olimpiadi di Informatica. I territori interni del Matese e del Sannio producono eccellenza da soli, in ogni campo, da secoli. Ogni volta che li si lascia fare, producono risultati. Ogni volta che li si imbriglia, resistono. La storia degli ultimi duecento anni è la storia di questa tensione.

Visioni Sannio Molise Aree interne Autonomia territoriale ivinti.it · settembre 2026

C’è un pattern che attraversa questi territori da secoli e che vale la pena nominare per quello che è, prima di qualunque considerazione sul presente.

I popoli sanniti resistettero a Roma per quasi settant’anni — tre guerre, la più celebre delle quali si concluse alle Forche Caudine nel 321 a.C. con la più umiliante sconfitta mai subita dall’esercito romano. Non vinsero. Ma imposero a Roma uno sforzo proporzionale alla propria autonomia, e alla fine si integrarono nell’orbita romana mantenendo una propria identità culturale e territoriale che sopravvisse all’Impero, ai Longobardi, ai Normanni, agli Angioini e ai Borboni — ciascuno dei quali governò questi territori senza mai riuscire a cancellarli come entità distinta.

Il pattern è riconoscibile: questi territori, lasciati liberi di operare, producono risultati. Imbrigliati, resistono. E quando la pressione si allenta, riprendono da dove avevano lasciato.


Il momento della pausa: 1861

L’Unità d’Italia fu, per le aree interne del Mezzogiorno, un rovesciamento improvviso delle condizioni di vita. La coscrizione obbligatoria, le nuove imposizioni fiscali, la liquidazione dei beni ecclesiastici che finirono in mano ai latifondisti anziché essere distribuiti ai contadini, la repressione delle tradizioni locali: in Calabria, Abruzzo, Molise, Campania e Basilicata esplose quello che la storiografia chiama “grande brigantaggio”, tra il 1861 e il 1865. La risposta dello Stato fu la Legge Pica del 1863, che istituì lo stato d’assedio nelle regioni meridionali e autorizzò condanne a morte senza supervisione civile. Al picco della repressione, nel 1863, erano impiegati circa 90.000 soldati nelle aree interne del Mezzogiorno — più di quanti ne fossero stati usati per la terza guerra d’indipendenza.

In questa lettura, il brigantaggio non fu un fenomeno criminale ma la reazione di comunità capaci di autogoverno improvvisamente private delle proprie regole di funzionamento. Lo Stato li vinse militarmente. Ma non li cambiò strutturalmente — li mise in pausa.

Il Sannio beneventano era, nel 1861, uno dei territori più specificamente colpiti: la sua collocazione eccentrica rispetto alla logica campana, la sua identità costruita sul Matese e sul Volturno, la sua struttura economica fondata sull’artigianato e la pastorizia — tutto questo non trovava rappresentazione nel nuovo ordinamento regionale che lo includeva nella Campania napoletana senza concedergli autonomia né voce.

Giambattista Bosco Lucarelli lo disse con la chiarezza di chi aspetta da troppo tempo, all’Assemblea Costituente del 30 maggio 1947: «Rivendichiamo la nostra unità regionale del Sannio. Se ce la concedete fate un’opera di giustizia; se non ce la concedete, con costanza sannita continueremo a combattere fino a che giustizia sarà fatta.» Era la stessa frase che i Sanniti avrebbero potuto dire a Roma. Quasi ottant’anni dopo, quella giustizia non è ancora stata fatta.


Il Molise che riprende

Il Molise — la parte del territorio sannita-appenninico che nel 1963 ottenne autonomia regionale, unico caso nella storia repubblicana italiana di formazione di una nuova regione per distacco da un’altra — è il caso di studio di cosa succede quando si allenta la pressione.

Non è un caso che abbia impiegato meno di un secolo a produrre risultati concreti e misurabili in ogni campo in cui è stato lasciato operare.

Nella manifattura identitaria: la Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone — 27 generazioni, campane in ogni continente — e i coltellinai di Frosolone, che competevano con Toledo e Sheffield, sono storie di competenza tramandata in condizioni avverse. La Tintilia, vitigno autoctono a rischio di scomparsa, è stata recuperata dai produttori locali senza incentivi istituzionali e rappresenta oggi la DOC simbolo della rinascita enologica regionale. A Sant’Elena Sannita, 250 abitanti, la necessità dell’emigrazione del dopoguerra si è trasformata in una filiera della profumeria con ramificazioni internazionali, e poi in un museo, un orto botanico e un laboratorio di ricerca su 250 specie spontanee.

Nelle infrastrutture digitali: il Molise è la prima regione italiana ad aver completato il Piano BUL — 130 comuni connessi in fibra ottica FTTH con un’infrastruttura di 1.700 km che raggiunge oltre 133.000 case. Ha fatto da solo, prima del Nord. Da questa infrastruttura è nata Dimensione, azienda di telecomunicazioni fondata a Campobasso che nel 2025 ha acquisito il ramo d’azienda di Virgin Fibra, offre connettività FTTH fino a 10 Gbps e mantiene un rating Trustpilot di 4,8 su quasi 5.000 recensioni — livello da operatore nazionale di primo piano, nato in una regione di 285.000 abitanti.

Nella ricerca scientifica: il Breakthrough Prize 2026 per la fisica fondamentale — il riconoscimento parallelo al Nobel — è stato assegnato alla collaborazione “Muon g-2”, con due ricercatori dell’Università del Molise tra i protagonisti. L’ateneo, fondato nel 1982, ha oggi un corso di laurea magistrale in Ingegneria Informatica per l’Intelligenza Artificiale e l’Automazione.

Nella formazione tecnico-scientifica: dal 24 al 26 settembre 2026 il Liceo Romita di Campobasso ospita la finale nazionale delle Olimpiadi Italiane di Informatica, con 109 studenti selezionati da tutta Italia. Il Molise produce programmatori che competono a livello nazionale — e li forma in una scuola pubblica, senza ecosistema tecnologico preesistente, senza incentivi particolari, per la stessa ragione per cui ha sempre prodotto campane e coltellinai: perché quando si lascia fare, fa.


Il Sannio campano che prova a respirare

Il versante campano del Matese e le zone limitrofe del beneventano mostrano lo stesso pattern in condizioni parzialmente diverse — meno vincolate di quanto accada ai comuni campani dentro il perimetro del Parco Nazionale, ma ancora lontane dall’autonomia operativa che ha permesso al Molise di accelerare.

Il Sannio beneventano, che ha storicamente rivendicato la propria identità distinta dalla Campania napoletana, esprime eccellenze dove le regole lo permettono. In campo vitivinicolo: l’Aglianico del Taburno DOCG — ottenuto nel 2011, prodotto in 13 comuni della provincia di Benevento su versanti collinari che guardano il Matese — ha raggiunto nella vendemmia 2021 un punteggio di 89/100 secondo il metodo dell’Union Internationale Des Oenologues, giudizio definito “verso la soglia dell’eccellente”. La Falanghina del Sannio DOC copre l’intera provincia e conta oltre 2.000 soci produttori organizzati in cooperative, con qualità in crescita documentata. L’Aglianico del Taburno è una delle quattro DOCG campane — le massime denominazioni di qualità in Italia — insieme a Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino.

In campo scientifico e tecnologico: l’Università del Sannio ha ospitato il 14 e 15 settembre 2026 la 42ª conferenza internazionale IEEE sull’ingegneria del software (ICSME 2026) — 300 ricercatori da 36 paesi, 150 contributi scientifici, organizzata dal gruppo di Ingegneria del Software guidato dal prof. Massimiliano Di Penta. Il Dipartimento di Ingegneria ha in corso un accordo con ELT Group, leader mondiale nell’elettronica per la difesa, per attività di ricerca e trasferimento tecnologico.

Quanto ai comuni casertani che si affacciano sul Matese — Gallo Matese, che parla dialetto molisano e che dal 1927 al 1945 era stata incorporata nella provincia di Campobasso, i comuni della Valle Alifana che gravitano su Cassino e Campobasso più che su Napoli o Caserta — la situazione è quella descritta in queste pagine ad agosto: vincoli di salvaguardia senza Ente che li gestisca, marchio del Parco Nazionale usato da operatori senza radici, autonomia bloccata in un limbo istituzionale che non è né governo né libertà.


Un confine che non ha mai convinto nessuno

Sedici anni dopo il discorso di Bosco Lucarelli, nel 1963, il Molise ottenne la separazione dall’Abruzzo. La motivazione era identitaria prima che economica: il Molise rivendicava una propria storia, una propria continuità culturale, una propria specificità. Ma il confine ottenuto tra Molise e Campania — lungo la cresta del Matese — non ha mai convinto chi viveva da entrambi i lati.

Gallo Matese, comune della provincia di Caserta, parla in dialetto molisano. Dal 1927 al 1945, con la soppressione temporanea della provincia di Caserta, era stata incorporata nella provincia di Campobasso — come se la geografia avesse corretto brevemente l’amministrazione, prima che questa si riprendesse. Nel 1971 — otto anni dopo la nascita del Molise — si parlava già di un referendum per unire la provincia di Benevento alle province molisane. Il progetto si chiamava Molisannio, ed è riaffiorato con la regolarità di chi non ha dimenticato.

Nel 2022 il presidente della regione Molise Donato Toma telefonava al sindaco di Benevento Clemente Mastella per esplorare la possibilità concreta di una fusione. «La storia e l’orografia uniscono da sempre queste popolazioni», dichiarava Toma. Mastella concordava: «A voler considerare la sola fusione della nostra provincia con le due molisane si otterrebbe una Regione Sannio che sfiora i 600 mila abitanti, contigui per storia e costumi oltre che geograficamente.»

Il 13 settembre 2026 — due giorni prima della finale di Campobasso — Legambiente Molise e la Pro Loco di Roccamandolfi hanno camminato da Roccamandolfi a Gallo Matese per dirlo ad alta voce: il Matese è uno solo e la sua tutela non può fermarsi davanti ai confini amministrativi. Lo stesso percorso, all’inverso, che i pellegrini campani percorrevano da 250 anni per raggiungere il santuario di San Liberato a Roccamandolfi.


La domanda che rimane

C’è una linea che attraversa questo territorio da duemila anni. Non è un confine regionale — quelli sono stati ridisegnati decine di volte. È una continuità di competenza, identità e tenacia che i Sanniti chiamavano con il loro nome, Bosco Lucarelli chiamava “costanza sannita” e che oggi possiamo semplicemente chiamare con il nome che merita: capacità.

La visione non richiede di inventare nulla. Richiede di smettere di bloccare quello che esiste già.

Campobasso ospita la finale nazionale di informatica e produce ricercatori che vincono premi internazionali di fisica. Benevento ospita conferenze IEEE e produce DOCG che competono con le eccellenze campane più riconosciute. Lungo i tratturi il Matese è già percorso da escursionisti che comprendono che quel territorio è uno solo. Il 13 settembre 2026 Legambiente ha camminato da Roccamandolfi a Gallo Matese per dirlo ad alta voce: il Matese non si ferma ai confini amministrativi.

La questione non è se questi territori sappiano fare. La questione è quante altre generazioni debbano dimostrarlo prima che qualcuno smetta di ostacolarli.

Fonti e riferimenti

  • Assemblea Costituente, seduta del 30 maggio 1947 — intervento on. Giambattista Bosco Lucarelli sull’art. 131 della Costituzione — nascitacostituzione.it
  • Legge costituzionale n. 3 del 27 dicembre 1963 — separazione Abruzzo e Molise
  • Open Fiber / Infratel — Piano BUL Molise: 130 comuni, 1.700 km di fibra FTTH, completamento 2024 — corrierecomunicazioni.it, maggio 2024
  • Dimensione Srl, Campobasso — linkedin.com/company/dimensione-srl; offerta-internet.it; trustpilot.com
  • Breakthrough Prize 2026, collaborazione “Muon g-2” — Università degli Studi del Molise, Dipartimento BioTerr — ilgiornaledelmolise.it, maggio 2026
  • UniMol — corso di laurea magistrale in Ingegneria Informatica per l’Intelligenza Artificiale e l’Automazione — unimol.it
  • Olimpiadi Italiane di Informatica XXVI edizione — finale nazionale 24-26 settembre 2026, Liceo Romita, Campobasso — olimpiadi-informatica.it
  • ICSME 2026 — 42ª conferenza internazionale IEEE, Università del Sannio, 14-15 settembre 2026 — newsistruzione.it
  • Aglianico del Taburno DOCG — rating Assoenologi 2025, vendemmia 2021: 89/100 — Sannio Consorzio Tutela Vini
  • Falanghina del Sannio DOC — sannio.wine; busmania.it
  • Cammina Matese VIII edizione — Roccamandolfi-Gallo Matese, 13 settembre 2026 — Legambiente Molise, isnews.it
  • Il Mattino — “Sannio-Molise una sola regione: torna il progetto dell’unione”, marzo 2022 — ilmattino.it
  • Treccani Lessico del XXI secolo — voce “Sannio e Molisannio” — treccani.it
  • Gallo Matese — storia amministrativa (1927-1945 in provincia di Campobasso) — Wikipedia it.
  • Legge Pica 1863, stato d’assedio nel Mezzogiorno — geopop.it; storicang.it
Condividi Facebook WhatsApp
Cinghiale in Italia: analisi dei risultati di 25 anni di contenimento — Regioni a confronto: proposte per il prossimo lustro
Convegni

Cusano Mutri, 5 settembre 2026. Sala Consiliare, via Fuci 9. Documentazione osservativa dell’incontro promosso dall’avv. Roberto Marino, presidente II Municipalità Città Metropolitana di Napoli.

Convegni Cinghiale Parco Nazionale del Matese Fauna selvatica Osservatorio dei Vinti · 7 settembre 2026

Il 5 settembre 2026, nella Sala Consiliare del Comune di Cusano Mutri (BN), si è tenuto un incontro pubblico sulla gestione del cinghiale in Italia, con particolare riferimento al contesto campano e molisano. L’evento, convocato per le ore 18:00 e conclusosi oltre le 21:00, ha riunito amministratori locali, presidenti di Ambiti Territoriali di Caccia, rappresentanti del comparto agricolo, docenti universitari e cittadini. L’organizzazione è stata curata dall’avv. Roberto Marino, presidente della II Municipalità della Città Metropolitana di Napoli e cittadino di Cusano Mutri, che ha svolto anche il ruolo di moderatore.

Nota metodologica Questo articolo è documentazione osservativa di categoria Convegni. Riporta i contenuti degli interventi sulla base della registrazione audio integrale (3h 14m) e del brogliaccio redatto in campo. Non è un resoconto giornalistico selettivo: la struttura segue l’ordine cronologico degli interventi. Eventuali sviluppi analitici saranno trattati in pezzi separati della miniserie.

Il contesto

Cusano Mutri ricade nel perimetro del Parco Nazionale del Matese (D.M. 101/2025, zona 3). Il comune è sede di una delle aree di maggiore pressione da cinghiale segnalate nel Sannio beneventano, con danni documentati a colture agricole e incidenti stradali in aumento. Il convegno si inserisce in un contesto normativo in rapida evoluzione: l’Ordinanza n. 1/2026 del Commissario straordinario per la Peste Suina Africana (PSA), Giovanni Filippini, ha fissato per il 2026–2028 obiettivi nazionali di abbattimento — 416.000 capi nel primo anno — con ripartizione regionale (Campania: 30.000; Molise: 9.000) e obbligo di coordinamento con i soggetti gestori delle aree protette.

Partecipanti

Il programma prevedeva la presenza delle seguenti figure istituzionali e tecniche.

Saluti istituzionali: avv. Roberto Marino (organizzatore e moderatore); dr. Pietro Crocco, sindaco di Cusano Mutri; avv. Vincenzo Maraio, assessore Turismo e Promozione Territorio Regione Campania; prof.ssa Maria Carmela Serluca, assessore Agricoltura Regione Campania; prof. Aniello Anastasio, direttore Dipartimento Medicina Veterinaria e Produzioni Animali Federico II Napoli; prof. Giuseppe Campanile, CdA Università Federico II Napoli; avv. Andrea Boggia, presidente del comitato di gestione provvisoria del Parco Nazionale del Matese; sig. Giuseppe Pirraglia, presidente ff del Parco Regionale del Matese (Campania); sig. Gennarino Masiello, presidente provinciale Coldiretti Benevento; sig. Carmine Fusco, presidente ATC Benevento; dr. Vincenzo Stabile, vicepresidente nazionale Gruppi Ricerca Ecologica, già comandante Corpo Forestale dello Stato Campania.

Interventi tecnico-scientifici: prof. Riccardo Primi, Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali, Università della Tuscia (Viterbo) — PSR 2014–2020 Regione Lazio; prof. Pasquale De Palo, Dipartimento Medicina Veterinaria, Università di Bari — PSR 2014–2020 Regione Puglia; prof. Luigi Esposito, Dipartimento Medicina Veterinaria e Produzioni Animali, Federico II Napoli — PSR 2014–2020 Regione Campania; prof.ssa Nadia Piscopo, Dipartimento Medicina Veterinaria e Produzioni Animali, Federico II Napoli — quadro CBD e Strategia Nazionale per la Biodiversità 2026–2030.

Assenze rilevanti L’avv. Andrea Boggia, presidente del comitato di gestione provvisoria del Parco Nazionale del Matese, non era presente. La prof.ssa Maria Carmela Serluca, assessore regionale all’Agricoltura — figura politicamente competente sul calendario venatorio e sul piano faunistico regionale — non era presente; ha delegato una rappresentanza all’ATC di Caserta. Assente anche la Regione Molise, benché il versante molisano del PNM rappresenti il 43% del perimetro e la quota con la gestione più lacunosa. Non risultano presenti rappresentanti ISPRA né organizzazioni ambientaliste dichiarate.

Apertura e saluti istituzionali

Il sindaco di Cusano Mutri, Pietro Crocco, ha aperto i lavori richiamando il principio di equilibrio tra uomo e territorio, invitando a toni pacati e sottolineando come le norme esistenti siano numerose ma difficilmente operative. Ha sintetizzato la posizione del tavolo con un’immagine ricorrente nella serata: il cinghiale come elemento che «sta prendendo il sopravvento».

L’avv. Roberto Marino, prendendo la parola in qualità di moderatore, ha precisato che l’evento non è un convegno nel senso tradizionale — «qualcuno che parla e qualcuno che ascolta magari asetticamente» — bensì un confronto aperto in cui il territorio è protagonista. Ha articolato il format in tre momenti: saluti istituzionali, parte tecnico-scientifica, dibattito con il pubblico. Ha ringraziato i presenti giunti da diverse regioni, da Napoli, da Bari.

Giuseppe Pirraglia, sindaco di Gallo Matese e presidente ff del Parco Regionale del Matese, ha aperto il proprio intervento dichiarando quarant’anni di esperienza venatoria e una posizione critica nei confronti del parco regionale, da cui nessun comune, a suo dire, ha tratto beneficio concreto: «solo ed esclusivamente vincoli». Ha riferito di una situazione di pressione da cinghiale diventata insostenibile anche in aree precedentemente marginali, con avvistamenti notturni quotidiani nei pressi delle abitazioni. Ha auspicato l’apertura di un’attività venatoria al di sopra dei 1.000 metri come misura minima di contenimento.

Il presidente dell’ATC di Caserta — medico veterinario, referente regionale campano per l’emergenza cinghiale; il nome non è stato possibile verificare su fonte primaria — ha riferito risultati operativi concreti: circa 1.000 capi abbattuti in sei mesi nella provincia di Caserta, e circa 1.200 in zona parco nel medesimo periodo. Ha descritto le fasi di un’attività che va dalle catture con gabbia al controllo da punto fisso. Ha indicato nella commercializzazione l’«ultimo anello mancante» della filiera, citando la presenza in Campania di quasi 40 centri di raccolta selvaggina, 5 CLS e 3 macelli autorizzati, ma l’assenza di una catena distributiva strutturata verso il consumatore finale.

Carmine Fusco, presidente ATC Benevento, ha fornito dati sull’escalation dei danni: da 160.000 euro a 2 milioni di euro annui di risarcimenti in provincia di Benevento. Ha denunciato episodi di sabotaggio delle gabbie trappola da parte, a suo giudizio, di cacciatori stessi — incluso il furto di una gabbia a Torrecuso, recuperata grazie a fotocellule, e il ritrovamento di oggetti disposti per allontanare i cinghiali dalle trappole a Circello. Ha proposto la revoca dell’assegnazione delle zone di caccia alle squadre che non raggiungono gli obiettivi di abbattimento. Ha illustrato il bando regionale SRG 07, che finanzia al 60% l’allestimento di centri di lavorazione selvaggina e l’inserimento di piatti a base di cinghiale nei menù degli agriturismi.

Alessandro Mastrocinque, CIA Benevento, ha inquadrato la questione dal punto di vista delle organizzazioni agricole: la richiesta di modifica della L. 157/1992 da logica di «protezione» a logica di «gestione» è presente da anni, con un primo parziale risultato nel 2022. Ha descritto gli agricoltori come «completamente indifesi», con risarcimenti sistematicamente inferiori al danno reale, e ha indicato nella definizione di un numero massimo sostenibile di capi per territorio il punto di partenza di qualsiasi strategia credibile.

Interventi tecnico-scientifici

Il prof. Riccardo Primi (Università della Tuscia) ha illustrato il modello laziale: il PSR 2014–2020 ha finanziato moduli mobili di macellazione selvaggina che consentono la lavorazione in campo, riducendo i costi logistici e i rischi sanitari di trasporto. Il progetto, sviluppato in collaborazione con ARSIAL Lazio, ha prodotto dati di efficienza utili come termine di confronto per altre regioni.

Il prof. Pasquale De Palo (Università di Bari) ha presentato il caso pugliese: la DGR 1841/2022 ha avviato un accordo con l’Ateneo barese per la caratterizzazione qualitativa delle carni di cinghiale e la costruzione di filiere produttive regionali. Il caso pilota è il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, che sta realizzando un progetto di filiera commerciale come opportunità economica per le comunità interne al parco. Il prof. De Palo ha sottolineato le complicazioni introdotte dalla PSA sulla commercializzazione, che richiedono tracciabilità rafforzata e limiti di movimentazione.

Il prof. Luigi Esposito (Federico II Napoli) ha trattato i modelli zootecnici applicabili alla gestione del cinghiale in Campania nell’ambito del PSR 2014–2020, con un approccio orientato alla valorizzazione produttiva oltre che al contenimento numerico.

La prof.ssa Nadia Piscopo (Federico II Napoli) ha collocato la questione cinghiale nel quadro della Convenzione sulla Diversità Biologica — dalla dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992 alla verifica della Strategia Nazionale per la Biodiversità 2026–2030 — e dei Target Kunming-Montreal (obiettivo 30×30). Il suo intervento ha introdotto una cornice di conservazione della biodiversità distinta dalla logica dominante del contenimento: il cinghiale come specie nativa che interagisce con gli equilibri ecosistemici, non solo come problema agricolo. La relazione ha citato i siti della Rete Natura 2000 come contesto entro cui qualsiasi piano di gestione deve essere valutato.

Dibattito

La fase di dibattito, prolungatasi ben oltre l’orario previsto, ha coinvolto il pubblico in sala — prevalentemente agricoltori, cacciatori e amministratori locali — con interventi di diversa natura.

Un operatore locale ha illustrato una proposta concreta di redistribuzione economica dei proventi della filiera: una quota al cacciatore per i costi operativi (cani, attrezzatura), una quota al macellatore per la lavorazione, una quota residua in un fondo per il risarcimento dei danni agricoli. Ha concluso l’intervento con una citazione popolare che ha trovato consenso in sala: «L’asino fa la paglia e l’asino se la magna» — rovesciata in chiave propositiva: se il problema cinghiale diventa fonte di reddito redistribuito, il ciclo si chiude.

Angelo Niro, intervenuto dalla platea in rappresentanza del versante molisano, ha denunciato il blocco trentennale del territorio prodotto dalla sovrapposizione di normative — regionali e nazionali — senza strumenti operativi corrispondenti. Ha citato la logica del «particolare» descritta da Guicciardini come chiave di lettura delle disfunzioni istituzionali locali. Ha posto una domanda diretta sul futuro del PNM e sul ruolo del Parco Regionale nella gestione del territorio condiviso, indicando nel confronto tra i due enti — uno costituito, l’altro no — la contraddizione più visibile della serata.

Un rappresentante dell’amministrazione comunale di Guardia Sanframondi ha portato la solidarietà del proprio comune e ha elogiato il metodo del tavolo come alternativa allo «scontro che altro non fa che nascondere gli affari a porte malavitose». Ha richiamato il progetto Alta Murgia come modello replicabile e ha fatto riferimento a 30 milioni di euro di risorse statali disponibili per il PNM — giacenti, a suo dire, in attesa di una governance operativa. Ha citato la prof.ssa Piscopo per aver ricordato che la salute degli ecosistemi è una questione di sicurezza civica, non di estetica ambientale: «Il COVID c’è stato perché in quell’area è saltato un equilibrio ecosistemico».

Nel corso del dibattito si è verificata una breve tensione fisica tra partecipanti, prontamente ricomposta dal moderatore.

Nota dell’Osservatorio L’Osservatorio dei Vinti ha partecipato all’incontro e ha tentato di porre al tavolo una domanda sulla praticabilità giuridica delle misure discusse all’interno del perimetro PNM, alla luce del regime di salvaguardia attivato dal D.M. 101/2025 in assenza di piano faunistico e di ente parco costituito. L’intervento non ha trovato spazio nella dinamica del dibattito. La domanda rimane aperta.

Sintesi dei temi emersi

L’incontro ha fatto emergere con chiarezza alcuni nodi ricorrenti: l’inadeguatezza dei risarcimenti agli agricoltori rispetto ai danni effettivi; la necessità di coordinamento tra soggetti con competenze diverse e spesso sovrapposte (ATC, regioni, parchi, comuni, forze dell’ordine); il potenziale della filiera commerciale delle carni come strumento economico oltre che di contenimento; la PSA come variabile che complica ulteriormente la movimentazione e la commercializzazione. Il modello pugliese — Parco Alta Murgia — è stato citato come riferimento concreto da più relatori.

Il Parco Nazionale del Matese è stato evocato più volte come contesto geografico dell’incontro, ma non come soggetto istituzionale attivo nella discussione. Il presidente del comitato di gestione provvisoria era assente. Nessun intervento ha affrontato esplicitamente la questione del coordinamento previsto dall’Ordinanza n. 1/2026 in relazione all’assenza dell’ente gestore nel perimetro PNM.

Fonti e materiali

Registrazione audio integrale: 3h 14m (file .m4a, archivio Osservatorio dei Vinti). Brogliaccio redatto in campo, 5 settembre 2026. Trascrizione automatica (AssemblyAI, modello italiano) verificata sui segmenti rilevanti.

Riferimenti normativi citati nel corso dell’incontro: L. 11 febbraio 1992 n. 157; L. 6 dicembre 1991 n. 394, art. 6 e art. 11 c. 4; D.M. 101/2025 (perimetrazione PNM); Ordinanza n. 1/2026 del Commissario straordinario PSA (Giovanni Filippini, 4 febbraio 2026); DGR Puglia 1841/2022; L. regionale Campania 26/2012; bando regionale Campania SRG 07.

Condividi Facebook WhatsApp
Il parco senza governo: economia, fondi perduti e costi del limbo nei cinque parchi nazionali appenninici
Analisi · Miniserie — Chioma

Il parco senza governo: economia, fondi perduti e costi del limbo nei cinque parchi nazionali appenninici

Un ente parco operativo attiva flussi finanziari pubblici, strumenti gestionali e circuiti economici che un regime provvisorio non può attivare. Sul Matese, quindici mesi di salvaguardia senza governance hanno un costo documentabile.

Analisi Chioma A Economia Normativa PNM Osservatorio dei Vinti · agosto 2026

Il territorio su cui opera questa analisi

Prima di descrivere il meccanismo istituzionale e i suoi costi, è necessario dire con precisione su che tipo di economia quel meccanismo si è abbattuto. Il Parco Nazionale del Matese si estende su 54 comuni distribuiti su due versanti regionali — 31 in Campania (province di Caserta e Benevento), 23 in Molise (province di Campobasso e Isernia) — con una struttura economica che i dati ufficiali disponibili descrivono in modo coerente e preoccupante, indipendentemente dagli indicatori scelti.

Il reddito medio IRPEF per contribuente (anno d’imposta 2022, fonte MEF/Dipartimento Finanze) nei comuni del perimetro PNM — depurato dai poli di servizi non comparabili con il territorio montano — si colloca a 15.275 euro sul versante campano e a 15.016 euro sul versante molisano. La differenza assoluta è marginale. Ciò che non è marginale è la struttura della distribuzione: il 53% dei comuni molisani montani si concentra nella fascia di reddito 13.000-15.000 euro, contro il 26% del versante campano. Il versante campano è invece più disperso verso l’alto, con il 48% dei comuni nella fascia 15.000-17.000 euro. La fascia 13-15k è compatibile con strutture di reddito da impiego stagionale part-time — il profilo tipico di chi integrava il reddito agricolo con le giornate nei Bacini di Impiego Forestale (BAIF), lo strumento di ammortizzazione sociale che per decenni ha tenuto in vita una microeconomia nei territori a vocazione esclusivamente agricola di entrambi i versanti, e la cui progressiva dismissione non ha trovato nulla a sostituirla.

La struttura imprenditoriale conferma il quadro. Il dataset ISTAT ASIA (Archivio Statistico delle Imprese Attive, Unità Locali 2023) mostra che sul versante molisano il peso del settore costruzioni (ATECO F) sul totale delle unità locali è pari al 20,1%, contro il 13,2% del versante campano — un divario di quasi sette punti percentuali che resiste all’esclusione degli outlier e alla variazione del campione. In territori montani rurali, le costruzioni dipendono prevalentemente da commesse pubbliche: manutenzione stradale, opere idrogeologiche, edilizia pubblica. Un peso strutturalmente alto di ATECO F segnala un’economia orientata alla cattura di spesa pubblica piuttosto che alla produzione privata di beni e servizi — la stessa logica, su scala imprenditoriale, che i BAIF avevano instaurato sul piano del lavoro dipendente.

La presenza finanziaria sul territorio chiude la descrizione. Solo il 14% dei comuni campani e l’11% dei molisani nel perimetro PNM hanno almeno uno sportello bancario. Il rapporto tra uffici postali e sportelli bancari è di 7:1 sul versante campano e 10:1 sul versante molisano. Il 76% dei comuni campani e l’83% dei molisani dipendono dall’ufficio postale come unico intermediario finanziario fisicamente presente. Le Poste Italiane non erogano credito produttivo: non finanziano un’impresa, non concedono un mutuo agricolo, non sostengono un investimento. La loro prevalenza non è un’alternativa alla banca — è la misura dell’assenza di un mercato del credito locale. Nel campione omogeneo non è presente alcuna BCC o Cassa Rurale su nessuno dei due versanti: le banche presenti sono tutte banche commerciali ordinarie. Le BCC che operano nell’area gravitano su comuni fuori dal perimetro PNM montano. La desertificazione del credito cooperativo rurale — le strutture che nei territori rurali esercitano il relationship lending, la valutazione del rischio basata sulla conoscenza diretta del richiedente e del territorio — è totale su entrambi i versanti.

Nota metodologica sui dati territoriali I dati IRPEF sono fonte primaria MEF/Dipartimento Finanze, anno d’imposta 2022. I dati sulle unità locali sono fonte ISTAT ASIA 2023 via Cruscotto Italia/AgID (CC BY 3.0 IT). I dati sulla presenza bancaria derivano da directory aggregate (tuttitalia.it, giugno 2026) per la sezione bancaria, da Poste Italiane tramite directory aggregate con verifica manuale per gli uffici postali, da ruipubblico.ivass.it (fonte primaria ufficiale, settembre 2026) per gli intermediari assicurativi. Dal campione sono stati esclusi i comuni con dinamiche non comparabili con il territorio montano del PNM: sul versante campano Telese Terme e Piedimonte Matese (poli di servizi); sul versante molisano Ferrazzano, Oratino, Ripalimosani e Matrice (comuni periurbani di Campobasso) e Bojano (polo commerciale del comprensorio). Il settore agricolo (ATECO A) è assente nel dataset ASIA per costruzione metodologica della fonte — limite noto che non è un dato zero ma un’assenza di rilevazione, coerente con una struttura produttiva agricola prevalentemente informale, sotto la soglia di formalizzazione delle unità locali registrate.

Questo substrato non è la causa del blocco istituzionale che questo articolo documenta. È il territorio su cui quel blocco opera — e che ne amplifica i costi. Un parco nazionale operativo avrebbe a disposizione strumenti per intervenire su questa struttura: fondi per i servizi ecosistemici, marchi di qualità per i prodotti locali, accesso ai circuiti del turismo naturalistico certificato, capacità di progettazione europea. In assenza di ente, nessuno di questi strumenti è attivabile. Il danno del limbo non si misura solo sui fondi non arrivati: si misura sulla distanza tra la struttura economica attuale del territorio e quella che un parco operativo avrebbe potuto contribuire a costruire.

Il decreto che impugna se stesso

Il 4 marzo 2026, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Ter del TAR Lazio, cinque ricorsi contro il D.M. 101/2025 — il decreto con cui il Ministero dell’Ambiente ha fissato la perimetrazione provvisoria del Parco Nazionale del Matese — sono stati rinviati all’udienza di merito del 17 dicembre 2026. Non per ragioni di rito, non per vizi formali dei ricorsi: in tre dei cinque casi, il rinvio è stato accordato su richiesta congiunta dei ricorrenti e dell’Avvocatura dello Stato, che rappresenta il Ministero resistente. Il motivo verbalizzato dal Collegio nelle ordinanze RG 08391/2025 e RG 08716/2025 è lo stesso: «ricorre una causa eccezionale per accordare il rinvio, in quanto sollecitato congiuntamente in vista di un nuovo provvedimento di perimetrazione».

Il Ministero che ha emesso il decreto chiede al TAR di aspettare perché sta riscrivendo quel decreto. L’organo di gestione istituito dal decreto — il Comitato provvisorio presieduto dall’avv. Andrea Boggia, nominato con D.M. n. 238 dell’11 agosto 2025 — opera su un perimetro che il suo stesso autore ha dichiarato, in sede giudiziaria, suscettibile di modifica.

Questo non è un fatto marginale nel contenzioso sul Parco Nazionale del Matese. È la descrizione precisa del meccanismo che produce il blocco economico e istituzionale di un territorio. Ed è il punto di partenza di questo articolo.

Cinque ricorsi, un’udienza, un’istruttoria in corso Al TAR Lazio, Sez. II-ter, sono pendenti cinque ricorsi contro il D.M. 101/2025: RG 07531/2025 (Federcaccia Campania), RG 08075/2025 (Comune di Sant’Agapito), RG 08370/2025 (ATC n.3 Isernia), RG 08391/2025 (Comune di Longano), RG 08716/2025 (Fusco s.n.c., Pontelandolfo). Tutti rinviati all’udienza di merito del 17 dicembre 2026. Nelle ordinanze RG 08391/2025 e RG 08716/2025, il TAR verbalizza che si è tenuto un incontro tra Ministero, ISPRA e alcuni comuni, all’esito del quale è stato chiesto a ISPRA di svolgere un’ulteriore istruttoria per produrre una nuova proposta di zonizzazione. L’Avvocatura dello Stato si è associata alla richiesta di rinvio. Fonti: ordinanze pubblicate su giustizia-amministrativa.it.

Il meccanismo: art. 34 senza scadenze

La L. 394/1991 distingue due percorsi per l’istituzione di un parco nazionale. L’art. 8 prevede una procedura ordinaria: proposta del Ministero, intese con le Regioni, decreto del Presidente della Repubblica. L’art. 34, comma 1, elenca direttamente i parchi da istituire per via legislativa, affidando al Ministero la sola perimetrazione provvisoria ai sensi del comma 3, senza termini perentori per i passaggi successivi. Il Parco Nazionale del Matese è stato inserito in questo secondo elenco dalla legge di bilancio 2018 (art. 1, c. 1116, L. 205/2017) — senza la procedura partecipativa dell’art. 8, senza intesa regionale preventiva, senza scadenze per il DPR istitutivo.

Il DPR istitutivo — che avvierebbe il conto dei 34 mesi previsti dalla legge per il completamento dell’iter — non è stato ancora emesso. I 34 mesi non hanno ancora cominciato a decorrere. Il D.M. 101/2025 è stato emesso come atto coattivo, non come progressione amministrativa ordinaria: il TAR Lazio con sentenza n. 18581 del 24 ottobre 2024 aveva ordinato al Ministero di provvedere entro 180 giorni, con commissario ad acta in caso di ulteriore inerzia. Il regime di salvaguardia non ha scadenza propria e rimane in vigore fino all’adozione degli strumenti definitivi del parco, che richiedono un ente che non esiste ancora.

Questa non è una peculiarità del Matese. Il Repertorio ISPRA aggiornato al 31 marzo 2026 certifica che 13 dei 25 parchi nazionali italiani non hanno un Piano del Parco approvato. Il tempo medio di attesa dalla perimetrazione all’approvazione del piano supera i 20 anni nei parchi istituiti prima del 2000. Il meccanismo che produce questo risultato era conoscibile prima dell’inserimento del Matese nell’art. 34 nel 2018: i dati erano pubblici, il pattern era consolidato.

Il confronto con gli altri quattro parchi

Il confronto con gli altri parchi dell’Appennino meridionale analizzati in questa miniserie permette di isolare la variabile istituzionale dalla variabile territoriale.

Parco DPR istitutivo Piano del Parco PSSE Anni istituzione→piano
PNALM 1923 (adeguato 1993) Approvato 2025 Operativo ~102 anni
Majella DPR 5/6/1995 Vigente dal 2009 Approvato 2004 14 anni
Gran Sasso DPR 5/6/1995 Vigente dal 2020 Non approvato 25 anni
PNAL DPR 8/12/2007 Depositato 2021, non approvato Non approvato >18 anni e in corso
PNM Non emesso Inesistente Inesistente —

Il PNALM ha approvato il suo Piano del Parco nel 2025, dopo un iter triregionale completato tra la DGR Lazio 1137/2024 e la DCR Molise 17 del marzo 2025. Dispone di un piano socioeconomico operativo. La Majella ha Piano vigente dal 2009 e Piano di Sviluppo Socioeconomico approvato nel 2004; il riconoscimento UNESCO Geoparco 2021 si è innestato su strutture di governance consolidate. Il Gran Sasso ha Piano vigente dal 2020, benché il PSSE non sia mai stato approvato. Il PNAL è il caso più prossimo al PNM per anomalia — presidenza formalmente indeterminata per contenzioso 2023-2026, piano depositato ma non approvato — ma il DPR istitutivo esiste dal 2007 e l’ente ha personalità giuridica.

Il PNM non ha alcuno di questi elementi. Il confronto non mostra un ritardo nel percorso: mostra l’assenza del percorso.

I fondi pubblici non attivati: una stima conservativa

Un ente parco operativo non è solo un’istituzione di tutela: è una stazione appaltante, un beneficiario eleggibile per finanziamenti europei e nazionali, un soggetto capace di presentare progetti, rendicontare spesa e coordinare le politiche di sviluppo del territorio. In assenza di ente, questi flussi non si attivano. Le stime che seguono sono conservative: dove il dato esatto non è disponibile, viene adottata la stima più bassa tra quelle metodologicamente sostenibili.

1. Contributi ordinari MASE (cap. 1551) — perdita 2018-2025

Il Ministero dell’Ambiente ripartisce annualmente contributi ordinari agli enti parco nazionali con quote calcolate su superficie, estensione della zona di riserva integrale e numero di comuni nel perimetro. Il riparto 2026 — Atto del Governo n. 432 presentato alle Commissioni parlamentari il 30 luglio 2026 — stanzia 1.179.425 euro per i 25 parchi nazionali, con quote tra 39.520 e 62.985 euro per ente, e include per la prima volta il PNM tra i destinatari. Con 87.998 ha e 54 comuni, il PNM si colloca nella fascia alta dei parametri. Adottando la quota minima (39.520 euro/anno), nei sette anni tra l’inserimento legislativo (2018) e il primo riparto (2026), il territorio ha mancato contributi tra 277.000 e 441.000 euro.

2. PNRR M2C4 Inv. 3.2 — esclusione dalla digitalizzazione dei parchi

La misura M2C4 Investimento 3.2, con dotazione di 100 milioni di euro, è rivolta ai 24 parchi nazionali operativi e alle 31 aree marine protette. Il sub-investimento relativo alla conservazione della natura e al monitoraggio delle pressioni su specie e habitat vale 82 milioni di euro. Il PNM non era operativo al momento della progettazione della misura (2021-2022) ed è rimasto escluso dalla ripartizione. La quota media per parco è pari a circa 4,17 milioni di euro (100M / 24). Con 88.000 ha e 40 habitat Allegato I di cui 11 prioritari, il PNM avrebbe diritto a una quota superiore alla media: la stima è conservativa.

Gap dichiarato La ripartizione effettiva tra i 24 parchi ammessi non è pubblica in forma disaggregata. Il valore 4,17M è stima per quota media. Fonte: italiadomani.gov.it, isprambiente.gov.it.

3. PNRR NBFC — National Biodiversity Future Center

Il bando CNR nell’ambito del National Biodiversity Future Center (PNRR M4C2) ha finanziato 57 proposte su 85 pervenute, con contributi da 10.000 a 200.000 euro per proposta e un totale di oltre 9 milioni di euro. Potenziali beneficiari: tutti gli enti che gestiscono direttamente aree protette. Il Comitato Boggia, privo di personalità giuridica autonoma come Ente Parco, si trova in posizione di incerta eligibilità. Il territorio del PNM — 40 habitat Allegato I, 39 specie faunistiche Allegato II, 22 specie floristiche in Lista Rossa nazionale — costituisce uno degli ambiti scientificamente più rilevanti dell’Appennino meridionale per un progetto di questo tipo, ma non dispone dell’interlocutore istituzionale necessario per presentare una proposta.

Gap dichiarato L’eligibilità del Comitato provvisorio al bando NBFC non è stata verificata formalmente. La perdita è dichiarata come esclusione de facto, non normativa certa. Fonte: CNR, cnr.it.

4. Programma LIFE 2021-2027 — esclusione da due cicli

I progetti LIFE Natura richiedono un ente gestore come beneficiario coordinatore o partner con capacità amministrativa e rendicontativa autonoma. I parchi nazionali appenninici operativi sono sistematicamente presenti nei consorzi progettuali: il LIFE COORNATA (2010-2014, budget totale 3.141.756 euro, cofinanziamento UE 2.262.064 euro) aveva come capofila il Parco Nazionale della Majella e come partner il PNALM, ed era dedicato alla conservazione del camoscio appenninico — la stessa specie che ISPRA 2018 certifica in dispersione verso il Matese in stato di conservazione non favorevole/inadeguato, senza alcun sistema di monitoraggio attivo. La dotazione LIFE 2026 è di circa 601,5 milioni di euro complessivi. Il PNM non può partecipare come soggetto formale. Considerando due cicli di programmazione (2014-2020 e 2021-2027) e la tipologia di interventi per cui il territorio presenta le condizioni ecologiche, la mancata partecipazione vale in stima conservativa tra 1,8 e 3,1 milioni di euro di investimento in conservazione non attivato.

Gap dichiarato La stima è basata sul budget medio dei progetti LIFE Natura appenninici verificati (COORNATA: 3,1M). Non esiste un progetto LIFE dedicato al Matese cui attribuire un valore puntuale. Fonte: webgate.ec.europa.eu/life, mase.gov.it.

5. SNAI — capacità di spesa non attivata

La Strategia Nazionale Aree Interne Alto Matese Campania (ciclo 2021-2027, 17 comuni, capofila Piedimonte Matese) ha una dotazione di 4 milioni di euro di risorse nazionali più cofinanziamento regionale. L’Accordo di Programma Quadro non risultava sottoscritto alla data di luglio 2026. Il regime di salvaguardia del D.M. 101/2025 non blocca categoricamente la SNAI per i servizi di base, ma genera un’area di incertezza autorizzativa per qualsiasi intervento che richieda il parere di un Ente Parco non ancora costituito. I 23 comuni del versante molisano non sono coperti da alcuna SNAI attiva dopo il ciclo 2014-2020, durante il quale i pagamenti monitorati sono stati prossimi allo zero dopo sette anni di programmazione.

Strumento Periodo Perdita stimata Qualificazione
Contributi ordinari MASE cap. 1551 2018–2025 277.000 – 441.000 € Analisi — calcolo oggettivo
PNRR M2C4 Inv. 3.2 digitalizzazione 2022–2026 ~4.170.000 € (quota media) Analisi — stima conservativa
PNRR NBFC biodiversità 2023 10.000 – 200.000 € per progetto Analisi con gap su eligibilità
LIFE 2014-2020 e 2021-2027 2014–2026 1.800.000 – 3.100.000 € Analisi — stima su budget medi verificati
SNAI Campania + Molise 2021–2026 4.000.000 € non attivati Analisi — APQ non sottoscritto
Totale stima conservativa 2018–2026 6,3 – 7,9 milioni di euro Perdita certa e quantificabile

La perdita certa e quantificabile in stima conservativa si colloca tra 6,3 e 7,9 milioni di euro di investimento pubblico in conservazione ambientale e sviluppo territoriale non attivato sul perimetro del PNM nel periodo 2018-2026. A questa cifra non sono sommabili — per assenza di dati disaggregati verificabili — le perdite sui fondi strutturali FESR e FEASR per misure specifiche di aree protette, né le perdite legate alla mancata attivazione di meccanismi di pagamento per servizi ecosistemici (L. 221/2015).

La perdita non è recuperabile a ritroso. I cicli PNRR e LIFE in corso si chiudono tra il 2026 e il 2027. Un Ente Parco costituito oggi — nelle condizioni attuali di contenzioso pendente e perimetro in revisione — non avrebbe la capacità amministrativa e progettuale per accedere agli strumenti in scadenza nei prossimi 12-18 mesi. Il danno economico si estende con certezza al ciclo 2028-2034.

Il danno alle attività economiche del territorio

Il D.M. 101/2025 è in vigore dal 9 maggio 2025. Alla data di pubblicazione di questo articolo sono trascorsi quindici mesi di regime di salvaguardia provvisoria senza un Ente Parco capace di istruire autorizzazioni, rilasciare nulla osta, aggiornare le misure di protezione o attivare gli strumenti compensativi previsti dalla L. 394/1991. Questo intervallo non è neutro dal punto di vista economico.

Il versante molisano: estrattivo, cementificio, caccia

Il caso più documentato riguarda il Comune di Guardiaregia (CB), le cui attività di cava e il cementificio locale sono espressamente citate nelle motivazioni del ricorso al TAR e del successivo appello al Consiglio di Stato annunciato a luglio 2026. Il sindaco ha dichiarato il timore di pesanti ripercussioni sulle aziende zootecniche, sulle cave e sul cementificio, comparti che pesano sull’occupazione e sull’economia locale e che verrebbero compressi da vincoli considerati troppo rigidi. Analogo conflitto emerge dall’ordinanza TAR sul ricorso Fusco s.n.c. (Pontelandolfo, BN): la società, attiva nel settore estrattivo con un’area già classificata come “Area di Riserva” dal PRAE Campania 2006, contesta che la perimetrazione provvisoria vieti attività su terreni dove la pianificazione regionale estrattiva le consentiva. Il Piano Regionale delle Attività Estrattive e il D.M. 101/2025 si sovrappongono senza coordinamento, perché non esiste un Ente Parco in grado di definire le deroghe previste dalla normativa.

Confindustria Benevento aveva presentato osservazioni analoghe al MASE il 2 aprile 2025, prima dell’emissione del decreto, segnalando che la proposta di perimetrazione avrebbe vietato l’attività estrattiva in terreni censiti come Area di Riserva nel PRAE. La questione riguarda dunque un insieme di operatori del settore, non un caso isolato.

Gap dichiarato Il valore economico della produzione bloccata o rallentata nel settore estrattivo sul perimetro PNM non è quantificabile su fonti primarie verificate. Le dichiarazioni dei sindaci e dei ricorrenti sono fonti dichiarative di soggetti interessati. La perdita esiste e ha base documentale giudiziaria, ma richiede dati ISTAT/Infocamere disaggregati per settore e comune.

Il versante campano: zootecnia, pascolo e pianificazione agricola

Il versante campano del PNM — 31 comuni, province di Benevento e Caserta, 57% della superficie totale — presenta una struttura produttiva differente ma analoga fragilità rispetto all’assenza di governance. Federcaccia Campania ha denunciato che le restrizioni derivanti dall’istituzione comportano un impatto penalizzante per tutte le attività produttive e imprenditoriali delle province di Caserta e Benevento. La posizione è quella di un soggetto interessato e va qualificata come tale. Ciò che è verificabile in modo indipendente è la struttura del conflitto.

Il nodo più concreto sul versante campano riguarda la zootecnia estensiva e il pascolo demaniale. Il deputato Francesco Maria Rubano (FI) aveva rappresentato al Ministro Pichetto Fratin le preoccupazioni degli agricoltori e allevatori del Matese, sottolineando che il pascolo non è solo un’attività economica ma una componente identitaria del territorio, e chiedendo che l’attuazione del parco tuteli le attività agricole e pastorali che da sempre insistono sull’area. Il caso del fida pascolo per gli equini è emblematico del meccanismo di blocco: il Parco Regionale del Matese aveva approvato un “Vademecum fida pascolo” grazie all’iniziativa di Coldiretti Campania e a un tavolo di lavoro promosso dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania, per garantire regole certe in tutti i comuni. Con il passaggio da Parco Regionale a Parco Nazionale, questo strumento gestionale — negoziato attraverso un percorso pluriennale — ricade in una zona di incertezza: il Parco Regionale non ha più competenza, il Comitato Boggia non ha ancora un piano né un regolamento, e gli allevatori si trovano a operare senza la certezza procedurale appena conquistata.

Coldiretti Campania ha segnalato come ulteriore anomalia l’assenza dell’organizzazione nell’organo di gestione del parco — il Comitato provvisorio — definendola un paradosso per un territorio in cui l’allevamento è l’attività economica di maggiore peso nelle aree interne.

Gap dichiarato I dati sul numero di aziende zootecniche, sulla superficie pascoliva e sul valore della produzione nei 31 comuni campani del PNM non sono stati estratti da fonti primarie (ISTAT Censimento Agricoltura, Infocamere) per questo articolo. La struttura del conflitto è documentata su fonti istituzionali e di categoria; la quantificazione economica rimane un gap da colmare.

Il settore energetico: impianti esistenti e nuovi autorizzati

L’ordinanza TAR sul Comune di Longano documenta esplicitamente il caso di un impianto eolico esistente incluso in Zona 2, per cui il Comune chiedeva la retrocessione in Zona 3 o l’esclusione dal perimetro per garantire la possibilità di manutenzione, rigenerazione e sostituzione delle pale fino alla scadenza della convenzione in essere. Il regime di salvaguardia del D.M. 101/2025 non prevede strumenti di deroga per impianti autorizzati ante-parco in assenza dell’Ente. La questione rimane aperta nella revisione del perimetro che ISPRA è incaricata di produrre su mandato del Ministero stesso.

Per i nuovi impianti rinnovabili, le misure di salvaguardia provvisorie del D.M. 101/2025 impongono la Valutazione di Incidenza (VInca) per qualsiasi intervento che possa incidere sui siti Natura 2000 inclusi nel perimetro. La ZPS IT8010026 “Matese” (25.932 ha, operativa dal dicembre 2001, 55 specie, 21 tipi di habitat) è sovrapponibile a larga parte del perimetro. La VInca richiede il parere dell’autorità di gestione competente: in assenza di Ente Parco, la competenza ricade in modo non univoco su ISPRA, sulle Regioni Campania e Molise e sulle Province interessate, con iter che si prolungano per incertezza procedurale.

La fauna selvatica come costo non compensato

Le tre ordinanze TAR che documentano la revisione del perimetro citano tutte, direttamente o indirettamente, la pressione del cinghiale come danno economico documentato agli allevamenti e alle produzioni agricole nell’area. È un danno che la salvaguardia provvisoria aggrava strutturalmente: il divieto di caccia in regime di parco si applica su un territorio che non ha né un Piano di gestione faunistica né un sistema di controllo attivo, perché entrambi richiedono un Ente operativo. I danni da fauna selvatica non controllata non hanno un referente istituzionale capace di disporre misure di controllo né di erogare indennizzi nella forma prevista dalla L. 394/1991.

Il turismo: la perdita di opportunità non quantificabile

Il potenziale turistico del Matese esiste e genera già presenze significative in forme non regolamentate — Altura Festival, Matese Volks Camp, frequentazione escursionistica documentata. Ma queste presenze non sono accompagnate da nessuno degli strumenti che un parco operativo attiva: marchi di qualità dei prodotti locali, centri visita, guide autorizzate, accordi con tour operator specializzati, promozione istituzionale coordinata, circuiti di turismo naturalistico certificato. I dati PNALM mostrano crescita costante delle strutture ricettive post-2000, correlata all’operatività dell’ente e alla disponibilità di strumenti pianificatori. Sul Matese, il turismo che avviene è turismo senza governance, che non genera ricadute strutturali e non contribuisce alla conservazione.

Gap dichiarato La stima del valore del turismo potenziale non attivato richiederebbe un modello econometrico basato su dati di presenze, spesa media e moltiplicatore locale non disponibile per il perimetro PNM. La perdita esiste ed è strutturalmente analoga a quanto documentato per i fondi pubblici, ma non è quantificabile con gli strumenti disponibili in questo articolo.

Una struttura, non una somma di casi

Il quadro che emerge non è quello di un territorio paralizzato dai vincoli — le attività ordinarie continuano, come la normativa prevede. È quello di un territorio che sopporta i costi del regime di protezione senza ricevere i benefici che un parco operativo distribuisce: compensazioni, strumenti di gestione della fauna, fondi per i servizi ecosistemici, accesso ai circuiti del turismo naturalistico certificato, parere autorizzativo rapido per le attività compatibili, capacità di progettazione europea.

La L. 394/1991 prevede che questi benefici siano attivati dall’Ente Parco attraverso il Piano del Parco e il Piano di Sviluppo Socioeconomico. Nessuno dei due esiste. Il versante molisano e quello campano condividono la stessa struttura di blocco, con settori produttivi esposti differenti: estrattivo, cementificio e caccia a nord; zootecnia, pascolo demaniale e pianificazione agricola a sud.

Sul piano dei fondi pubblici, la perdita certa è tra 6,3 e 7,9 milioni di euro nel periodo 2018-2026. Sul piano delle attività economiche private, la perdita esiste e ha base documentale giudiziaria, ma non è ancora quantificabile in Analisi senza i dati disaggregati che questo articolo dichiara come gap. Sul piano della biodiversità — che sarà oggetto del prossimo articolo della Chioma — l’ultima fotografia sistematica disponibile è quella ISPRA del 2018: non è mai stata aggiornata perché non c’è un ente in grado di commissionarla.

Il territorio paga i vincoli di un parco nazionale e riceve i servizi di un territorio privo di governo. Non è il parco il problema. È il parco senza governo.

Schema normativo: i cinque parchi a confronto
PNALM (1923 → piano 2025)
 ├ DPR istitutivo: 1923 (adeguato 1993)
 ├ Ente: operativo
 ├ Piano del Parco: approvato triregionalmente 2025
 └ PSSE: operativo

Majella (1995 → piano 2009)
 ├ DPR istitutivo: 5/6/1995
 ├ Ente: operativo
 ├ Piano del Parco: vigente dal 2009 (aggiornamento 2022 in iter)
 └ PSSE: approvato 2004

Gran Sasso (1995 → piano 2020)
 ├ DPR istitutivo: 5/6/1995
 ├ Ente: operativo
 ├ Piano del Parco: vigente dal 2020
 └ PSSE: non approvato (iter 2003 e 2015 entrambi senza esito)

PNAL (2007 → piano non approvato)
 ├ DPR istitutivo: 8/12/2007
 ├ Ente: operativo (presidenza sub judice 2023-2026)
 ├ Piano del Parco: depositato 2021, non approvato
 └ PSSE: non approvato

PNM (2018 → fase zero)
 ├ DPR istitutivo: NON EMESSO
 ├ Ente: NON COSTITUITO (Comitato provvisorio ex D.M. n.238/2025)
 ├ Perimetro: provvisorio D.M. 101/2025, in revisione (5 ricorsi TAR pendenti)
 ├ Piano del Parco: INESISTENTE
 └ PSSE: INESISTENTE

Fonti primarie

  • TAR Lazio, Sez. II-ter, ordinanze nn. 04340/2026, 04343/2026, 08330/2026, 08470/2026, 08471/2026 — giustizia-amministrativa.it
  • D.M. MASE 22 aprile 2025 n. 101 (GU Serie Generale n. 106 del 09/05/2025) — perimetrazione e misure di salvaguardia PNM
  • TAR Lazio, sentenza n. 18581 del 24 ottobre 2024 — ordine al MASE di provvedere alla perimetrazione
  • D.M. MASE 11 agosto 2025 n. 238 — nomina Comitato di gestione provvisoria PNM (pres. Boggia)
  • ISPRA, Repertorio dello stato di attuazione del sistema delle aree protette, aggiornamento 31 marzo 2026
  • ISPRA, Analisi delle valenze ambientali del Parco Nazionale del Matese, dicembre 2018
  • MASE, Atto del Governo n. 432 — schema di decreto riparto contributi parchi 2026 (30 luglio 2026)
  • italiadomani.gov.it — misura M2C4 Inv. 3.2, dotazione 100 milioni di euro, 24 parchi nazionali
  • CNR/NBFC — graduatoria bando biodiversità aree protette, 57 proposte finanziate su 85 (novembre 2023)
  • CINEA/LIFE — LIFE09 NAT/IT/000183 COORNATA, budget 3.141.756 €, capofila Parco Nazionale della Majella
  • MASE, notizie LIFE 2026 — dotazione finanziaria 601,5 milioni di euro
  • L. 6 dicembre 1991 n. 394 (legge quadro sulle aree protette), artt. 6, 8, 9, 12, 34
  • L. 27 dicembre 2017 n. 205, art. 1 c. 1116 — inserimento PNM in art. 34 c. 1 L. 394/1991
  • Coldiretti Caserta/Campania — comunicati su vademecum fida pascolo e zootecnia aree interne, febbraio-aprile 2025
  • Confindustria Benevento — osservazioni al MASE sulla perimetrazione PNM, 2 aprile 2025 (citata in ordinanza TAR RG 08716/2025)
  • MEF/Dipartimento delle Finanze — Principali variabili IRPEF su base comunale, anno d’imposta 2022 (dichiarazioni 2023), open data CSV — finanze.gov.it
  • ISTAT — Registro Statistico delle Imprese Attive (ASIA) — Unità Locali, 2023, via Cruscotto Italia/AgID, licenza CC BY 3.0 IT — dati.gov.it
  • IVASS — Registro Unico Intermediari Assicurativi (RUI), sezioni A e B, aggiornamento 2 settembre 2026 — ruipubblico.ivass.it
  • tuttitalia.it — elenco filiali bancarie per comune con codici ABI/CAB, aggiornamento giugno 2026 (fonte aggregata, non primaria)
Condividi Facebook WhatsApp
Attorno al massiccio: comunità, diaspora e voce civica nel Matese
Visioni

I paesi del Matese non sono periferia per vocazione. Sono periferia per abbandono — di politiche, di infrastrutture, di voce. Esiste una risorsa dispersa che nessuna strategia istituzionale ha ancora pensato di convocare.

Visioni Territorio Governance civica Osservatorio dei Vinti · settembre 2026

Nel parlare quotidiano di Raviscanina, fino a non molti anni fa, il giorno dopo si chiamava crai. Dal latino cras, domani. Un filo diretto con la lingua di Orazio, sopravvissuto nei secoli nei modi di dire di un borgo appenninico, senza mediazioni culturali, senza archivi: solo nella voce di chi viveva lì. Quel filo si sta spezzando. Non perché la lingua sia cambiata, ma perché le voci si sono diradate.

Per descrivere quello che è accaduto ai paesi del Matese interno negli ultimi quarant’anni esiste una parola precisa: diaspora. Non nel senso drammatico della fuga forzata, ma nel suo significato letterale — dispersione di una comunità che mantiene un legame con il luogo d’origine. Un legame che, nei piccoli comuni appenninici, è spesso più forte di quanto appaia in superficie. Lo si vede ogni agosto: le piazze tornano vive, le case si aprono, e poi si richiudono.

Il problema è che quel legame resta sentimentale e non diventa mai operativo. Le persone tornano, si commuovono, deplorano lo spopolamento — e ripartono. L’emozione non si trasforma in azione.

Il territorio che non si racconta come è

Raviscanina è classificata dall’ISTAT come comune periferico. Lo è anche la Strategia Nazionale Aree Interne a dirlo: il territorio dell’Alto Matese campano — 17 comuni della provincia di Caserta, 543 km², 36.323 abitanti al 31 dicembre 2024 — è interamente classificato come periferico secondo i parametri SNAI. Il 100% dei comuni è in area interna. Tra il 2012 e il 2022, Raviscanina ha perso il 16% della sua popolazione. Gallo Matese il 23,2%, Valle Agricola il 21,5%.

Questi numeri sono reali. Ma descrivono una condizione, non una destinazione.

Ipotesi dichiarata — statuto Visioni Quello che segue è una interpretazione, non un dato. La distinzione tra perifericità geografica e perifericità narrativa è una tesi: verificabile per confronto con i fatti disponibili, ma non ancora verificata sistematicamente. La postura editoriale di ivinti.it richiede che i salti inferenziali siano dichiarati.

La posizione geografica del Matese interno non è quella di una periferia strutturale. È un nodo — tra la Valle del Volturno e il Sannio molisano, tra il corridoio tirrenico e quello adriatico, tra il versante campano e quello molisano del massiccio. I nodi ferroviari di Vairano-Caianello e Venafro esistono. La Telesina esiste. Il problema non è la posizione: è la narrazione che si è costruita attorno ad essa, e la catena di scelte — infrastrutturali, istituzionali, economiche — che quella narrazione ha legittimato.

Per decenni, i Bacini di Impiego Forestale (BAIF) hanno tenuto in vita una microeconomia attraverso l’impiego massiccio di braccianti agricoli-forestali in un territorio a vocazione esclusivamente agricola. Quando quella forma di ammortizzatore sociale è venuta meno, non c’era nulla a sostituirla. I giovani che avrebbero potuto costruire qualcosa — un’impresa, una cooperativa, un’idea — erano già andati. Quelli che sono rimasti reggono il paese con la pensione degli anziani e con la gestione condivisa dei servizi comunali: Raviscanina non ha dipendenti propri, condivide le risorse con altri comuni in turnazione.

Cosa dice la SNAI

La Strategia Nazionale Aree Interne esiste per rispondere esattamente a questa condizione. L’Area Interna Alto Matese — con Piedimonte Matese come comune capofila — è inclusa nel ciclo SNAI 2021-2027. Il documento di strategia preliminare è stato approvato con DGR nel 2026. I fondi previsti ammontano a 4 milioni di euro di risorse nazionali più cofinanziamento regionale PR Campania FESR 2021-27. Gli interventi prioritari riguardano sanità (potenziamento ospedale di Piedimonte Matese, Case di Comunità a Piedimonte e Fontegreca), mobilità, istruzione.

È uno strumento che va nella direzione giusta. Ma presenta due limiti strutturali che è utile nominare.

Il primo: l’Accordo di Programma Quadro non era ancora sottoscritto a luglio 2026. Siamo in fase programmatoria. Tra la strategia preliminare approvata e i cantieri aperti, il percorso istituzionale è lungo e la storia delle aree interne insegna che la distanza tra i due punti non è mai breve.

Il secondo: la SNAI lavora sui servizi essenziali — sanità, scuola, mobilità. È corretto e necessario. Ma non risponde alla domanda più profonda: chi abita questi territori tra vent’anni? Con quale economia? Con quale voce nella governance delle scelte che li riguardano?

La risorsa che nessuno convoca

Esiste una risorsa dispersa che nessuna strategia istituzionale ha ancora pensato di convocare in modo sistematico: la diaspora.

Chi è partito da Raviscanina, da Gallo Matese, da Valle Agricola — e sono molti, i dati lo dicono — non ha reciso il legame con il territorio. Lo ha sospeso. Vive altrove, ha acquisito competenze, ha costruito reti. E porta dentro di sé un paesaggio interiore che la città non ha mai del tutto sostituito.

Il modello classico del comitato civico presuppone la presenza fisica: persone che si riuniscono in un luogo, che conoscono i vicini, che partecipano alle assemblee. In un paese che ha perso il 16% della popolazione in dieci anni, questo modello è difficile da sostenere. Ma esiste un’alternativa: un comitato distribuito, che lavora prevalentemente in remoto, con un presidio fisico locale per l’interlocuzione istituzionale e un contributo intellettuale a distanza da parte di chi è partito.

Non è fantascienza. È quello che fanno già molte comunità della diaspora con i loro paesi d’origine. La connettività — per quanto ancora migliorabile nel Matese interno — esiste. Le piattaforme di collaborazione esistono. Quello che manca è il dispositivo che converte il sentimento in azione: un luogo riconoscibile, con una forma giuridica leggera (un’associazione non riconosciuta, ai sensi degli artt. 36-38 del Codice Civile, non richiede notaio né registrazione), con un metodo dichiarato e un obiettivo misurabile.

«Non fidarti delle parole di nessuno» — Nullius in Verba, motto della Royal Society dal 1660. Un principio di verifica empirica che i vecchi del Matese avrebbero riconosciuto, anche senza saperlo nominare.

Il metodo proposto è esattamente questo: Nullius in Verba. Nessuna assunzione data per scontata. Nessun ottimismo di facciata. I problemi si documentano, si misurano, si portano all’attenzione con i dati — non con le lamentele. Le soluzioni si propongono con la stessa disciplina: verificabili, misurabili, coerenti con le risorse disponibili.

Un comitato civico formalmente costituito ha prerogative che il singolo individuo non ha: diritto di accesso agli atti strutturato (L. 241/1990), legittimazione a presentare osservazioni nei procedimenti urbanistici, interlocuzione istituzionale riconosciuta, possibilità di sottoscrivere protocolli d’intesa con il Comune. Non è un’alternativa all’amministrazione: è un contributo ad essa, nella forma più trasparente possibile.

L’invito

Questo pezzo è una visione dichiarata, non un programma. Non c’è ancora un comitato. Non c’è ancora un elenco di persone disponibili. C’è una domanda aperta — la stessa che chi scrive si fa ogni giorno: dove sono i tre, i cinque, i dieci che potrebbero sedersi attorno a un tavolo, anche virtuale, anche a distanza?

Se hai lasciato uno di questi paesi e il legame non si è del tutto spezzato — se leggi queste righe da Roma, da Milano, da Bruxelles, da qualunque posto dove sei arrivato portando dentro un pezzo di questo territorio — questa è anche una domanda per te.

Cras non è solo domani. È il tempo in cui si decide se tornare — non necessariamente con i piedi, ma con la testa e con le mani.


riferimenti

Fonti e riferimenti

  • Regione Campania / Europa Campania, Area Interna Alto Matese — Strategia Preliminare d’Area, approvata con DGR n. 3602 del 2026 — europa.regione.campania.it/area-interna-alto-matese/
  • Dipartimento per le Politiche di Coesione, Rapporto di Istruttoria — Regione Campania, Area Alto Matese, ciclo SNAI 2021-2027 — politichecoesione.governo.it
  • ISTAT, dati demografici comunali serie 2012-2022 — demo.istat.it
  • Codice Civile, artt. 36-38 (associazioni non riconosciute)
  • L. 7 agosto 1990 n. 241, art. 22 e ss. (diritto di accesso agli atti)
Questo articolo appartiene alla categoria Visioni di ivinti.it. Le ipotesi interpretative sono dichiarate inline e distinguibili dai fatti verificati. I dati demografici citati provengono dal documento ufficiale della Regione Campania; il dato relativo a Raviscanina (-16% tra 2012 e 2022) è tratto dalla stessa fonte primaria.
Condividi Facebook WhatsApp