LIFE Bear-Smart Corridors

Il convegno finale del LIFE Bear-Smart Corridors (Pescasseroli, 20 settembre 2026) letto dal versante del Matese: un modello di preparazione dei territori di destinazione, e la domanda rimasta senza risposta su chi prepara il Matese.

Pescasseroli, 20 settembre 2026. Nella tensiostruttura che ospita la ventinovesima conferenza dell’International Association for Bear Research and Management (IBA) si chiude, con una mattinata di relazioni e tre tavole rotonde, il progetto LIFE Bear-Smart Corridors. Quattro anni di lavoro, un budget dichiarato di 5.855.000 euro cofinanziato al 75% dall’Unione Europea, sedici «comunità a misura d’orso» costruite tra Abruzzo, Lazio e Molise e due in Grecia. Il tema del progetto è la coesistenza: preparare i territori attraversati dall’orso — dentro e fuori le aree protette — a convivere con la sua presenza. Lo seguiamo da un punto di osservazione preciso, quello del Matese, dove un Parco nazionale è stato istituito per legge ma non esiste ancora come ente, e dove l’orso, secondo quanto detto in questa stessa sala dal direttore del Parco d’Abruzzo, è atteso.

Il modello: preparare il territorio prima del conflitto

Il progetto nasce, ha ricordato Mario Cipollone (Salviamo l’Orso / Rewilding Apennines), da un modello nordamericano — il Bear Smart canadese — importato in Appennino centrale. La logica è rovesciata rispetto alla gestione tradizionale dell’emergenza: non si riuniscono le comunità quando l’orso ha già fatto danni, ma prima, quando l’orso ancora non c’è, per prevenire il conflitto. I numeri dichiarati a consuntivo eccedono gli obiettivi: oltre 5.000 alberi da frutto recuperati su 622 ettari, 82.000 metri di filo spinato rimossi, 707 dispositivi di prevenzione consegnati a 693 aziende zootecniche, 153 cassonetti a prova d’orso, 27 strutture idriche pericolose messe in sicurezza, 90 interventi urgenti delle unità di pronto intervento. Il partner greco Spiros Psaroudas (Callisto) ha riportato per la Grecia dati speculari, aggiungendo un elemento che qui è restato più in ombra: l’opposizione del progetto a dodici impianti eolici, due dighe e un impianto solare individuati come minacce ai corridoi.

Il cuore del lascito, però, è la governance. Valerio Reale (Rewilding Apennines) e Antonio Di Nunzio (PNALM) hanno illustrato l’architettura: un protocollo d’intesa di nove anni firmato dal Comune, un comitato locale che resta in carica quattro anni — uno per redigere il piano di coesistenza, tre per attuarlo — e un piano di coesistenza che ogni Consiglio comunale è chiamato ad approvare. È qui che il progetto ancora sé stesso in atti formali: delibere, protocolli, piani votati in aula. «Il parco c’era cento anni fa, c’è oggi e ci sarà tra cento anni — ha detto Di Nunzio — un’associazione può esserci fino a domani»: la differenza tra ente e associazione, presentata non come limite ma come complementarità.

La sessione istituzionale: responsabilità, risorse, continuità

La tavola rotonda conclusiva, moderata da Valeria Barbi (Salviamo l’Orso), ha riunito il commissario straordinario del PNALM Giovanni Cannata, il responsabile dell’area gestione e conservazione della fauna dell’ISPRA Piero Genovesi e il sindaco di Opi e presidente facente funzione della Comunità del Parco Antonio Di Santo. Tre le parole chiave indicate da Barbi: responsabilità, risorse, continuità.

Cannata ha proposto di superare la formula stessa che dà il nome al progetto: da «comunità a misura d’orso» a «comunità a misura di biodiversità», coerente con l’idea di corridoio. Sul futuro delle comunità ha posto un distinguo netto: «istituzionalizzazione sì, ma non burocratizzazione», ancorando il modello alla rete dei sindaci e al Consiglio comunale. Ha ricordato che il Parco d’Abruzzo dispone già di strumenti — il Piano del Parco, ora legge, e il Piano socioeconomico — che «tracciano le cose da fare e con chi». E ha annunciato la volontà di coinvolgere pienamente il Comune di Pizzone, sul versante molisano, dopo un incontro recente con gli amministratori della Regione Molise.

Genovesi ha portato in sala la variabile che attraversa tutto il resto: le risorse. «L’ISPRA ha avuto un taglio dei fondi, non abbiamo soldi per gli stipendi»; tagli che hanno colpito anche i parchi. La sua tesi: la sfida futura dell’orso «è soprattutto fuori dai parchi», dove i parchi funzionano da catalizzatori ma non bastano, e servono le Regioni e legami strutturati con i sindaci — «purché l’ingresso dei territori nei consigli direttivi non riduca l’ambizione della conservazione». Coesistenza, ha aggiunto, «è una brutta parola»: significa costi, compromessi, scelte difficili, non l’immagine rassicurante di una convivenza senza attriti.

Di Santo ha riportato la coesistenza alla sua radice storica: il 2 ottobre 1921 Opi fu il primo Comune a concedere cento ettari al parco nascente, contro chi in Consiglio voleva tagliare e vendere il bosco; e all’origine di quella scelta cita Don Alessandro Orsino e l’influenza di Benedetto Croce. La conservazione come «atto morale» e, insieme, come opportunità socio-economica: senza il Parco, ha detto, questo territorio sarebbe oggi più spopolato.

La domanda dal Matese

È a questo punto che abbiamo posto, dalla sala, la domanda che ci interessa. Il Matese è il territorio di destinazione più prossimo di questa espansione: un Parco nazionale istituito per legge nel 2017, oggi in gestione provvisoria, ancora privo del decreto del Presidente della Repubblica che ne costituisca l’ente. Nel maggio 2025 a Pizzone è stata segnalata una cucciola di orso. La domanda: quando un territorio non ha gli strumenti che avete voi in Abruzzo — quando non ha personalità giuridica e non può nemmeno acquistare una risma di carta — che cosa succede all’arrivo dell’orso?

La risposta del direttore del PNALM, Luciano Sommarone, ha riconosciuto che il processo ventennale di istituzione del Parco del Matese «grida vendetta», e ha collocato ufficialmente il Matese «tra le direttrici» dell’espansione dell’orso: «sarà la prossima via di sbocco», lungo la Valle del Volturno verso l’alto Molise. Sul piano delle risorse ha anticipato che «nel bilancio 2027 del Ministero dell’Ambiente c’è una fetta destinata al Parco nazionale del Matese», aggiungendo però che «quella torta è sempre la stessa»: una fetta più piccola per tutti. L’ISPRA, per bocca di Genovesi, ha chiarito di non avere competenza sul punto: «il decreto lo fa il Ministero».

Gap dichiarati. Due affermazioni raccolte in questa sede restano da riscontrare su fonte primaria prima di poter essere trattate come fatti acquisiti: (1) l’assegnazione di una quota del bilancio 2027 del Ministero dell’Ambiente al Parco nazionale del Matese — a oggi una dichiarazione verbale, non un atto pubblicato; (2) la segnalazione di una cucciola di orso a Pizzone nel maggio 2025. Entrambe saranno oggetto di verifica documentale.

La risposta è stata, sul merito, evasiva. La domanda riguardava il vuoto istituzionale — l’assenza dell’ente, degli strumenti, della personalità giuridica — nel territorio verso cui l’orso è dichiaratamente diretto. Le risposte hanno spostato il piano altrove: sulla disponibilità di risorse future e sull’inevitabilità biologica dell’espansione. È una torsione che vale la pena registrare, perché rovescia il senso stesso del convegno. L’intera giornata è stata il racconto di come si prepara un territorio di destinazione — con comitati, piani votati in aula, mappature del rischio, unità di pronto intervento. Alla domanda sul territorio di destinazione che non è preparato e non ha nemmeno l’ente, la risposta è stata «arrivano i soldi e arriva l’orso»: il problema riformulato come rassicurazione. Le competenze per rispondere nel merito erano sul palco — è l’ISPRA stessa a certificare, nel proprio Repertorio del 31 marzo 2026, il Parco del Matese in «fase zero» — ma il merito non è stato affrontato.

Ciò che mancava in sala

Il convegno ha registrato, più volte e anche dal pubblico, un’assenza: nessun rappresentante delle Regioni, definita in sala «gravissima» proprio nel momento in cui si discuteva del ruolo che le Regioni dovrebbero assumere. È il rovescio della tesi di Genovesi: la sfida si sposta fuori dai parchi, verso le Regioni, mentre le Regioni non erano al tavolo. Anche il mondo della scuola e dell’università è stato segnalato come assente all’evento, pur a fronte delle collaborazioni attive del Parco con tredici istituti comprensivi.

Resta, come nota di contesto, un dettaglio che stride con l’organizzazione altrimenti impeccabile della giornata — impianti di proiezione e sonorizzazione perfettamente funzionanti, relatori a proprio agio con gli strumenti: il parcheggio esterno alla struttura è rimasto inutilizzato per l’intera durata, con la via di accesso transennata, costringendo i partecipanti agli stalli a pagamento del Comune di Pescasseroli, a tariffa piena.

Che cosa resta al Matese

Il LIFE Bear-Smart Corridors consegna un modello replicabile: preparare i territori prima del conflitto, ancorare la coesistenza in atti formali, riconoscere che l’orso sopravvivrà solo se le pratiche usciranno dai confini dei parchi. Ed è proprio questa la misura di ciò che al Matese manca. Il modello presuppone un ente che firmi protocolli, un Consiglio comunale che voti piani, una struttura che spenda risorse e coordini interventi. Il Parco nazionale del Matese, dichiarato «tra le direttrici» dell’espansione dell’orso, non ha ancora nulla di tutto questo. Il convegno di Pescasseroli ha mostrato, meglio di qualunque documento, la distanza tra un territorio che si prepara e un territorio verso cui l’orso è atteso senza che nessuno lo prepari. Su questa distanza torneremo, con gli approfondimenti della miniserie e con le domande che rivolgeremo direttamente ai relatori.

Le dichiarazioni riportate sono tratte dalla registrazione integrale del convegno effettuata dall’Osservatorio. Le figure di rilievo istituzionale sono citate per nome; alcune figure minori intervenute sono indicate con il solo ruolo, in attesa di riscontro. I dati numerici del progetto sono quelli dichiarati dai relatori in sede di convegno.

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